|
Ultimi Interventi
|
|
IL PIANO MASSONICO PER LA DISTRUZIONE DELLA CHIESA CATTOLICA
17/05/2012
FONTE: Rivista "TEOLOGICA" n.14 MAR/APR 1998 pag.22-25 Ed.Segno - Udine Italia
DOCUMENTO PRESO DA: lglisselss
"Direttive del gran Maestro della Massoneria ai Vescovi cattolici massoni, effettive del 1962". (Aggiornamento del Vaticano II)
Tutti i confratelli massoni dovranno riferire sui progressi di queste decisive disposizioni. Rielaborate nell'ottobre 1993 come piano progressivo per lo stadio finale. Tutti i massoni occupati nella Chiesa debbono accoglierle e realizzarle.
Continua >>
|
|
CALENDARIO LITURGICO - Appuntamenti liturgici speciali per la Milizia del Tempio nel mese di Maggio:
|
17/05/2012 |
Giovedì 17 Maggio: la festa della Madonna “Regina Militiae”, per la concomitanza della festa dell’Ascensione del Signore, è trasferita a:
VENERDI’ 18 MAGGIO: Festa di Nostra Signora “Regina Militiae”
I classe. Bianco.
S. Messa e Ufficio del 31 Maggio, festa di Maria Regina.
Indulgenza Plenaria per chi visita la Chiesa Magistrale di “S. Giovanni in Jerusalem” nel Castello della Magione.
(Obbligatorio per tutta la Milizia).
Non c’è l’astinenza dalla carne.
GIOVEDI’ 24 MAGGIO:
Festa di San Giovanni di Montfort, Compatrono della Milizia del Tempio.
II classe. Bianco.
S. Messa e Ufficio dal Comune di un Confessore non Pontefice.
(Obbligatorio per tutta la Milizia).
SABATO 26 MAGGIO:
Anniversario dell’Elezione del Gran Maestro.
S. Messa votiva dello Spirito Santo; commemorazione di San Filippo Neri.
Rosso.
(Obbligatorio per tutta la Milizia).
Ufficio del giorno (S. Filippo Neri).
chiudi
|
|
CASA REALE D'ITALIA - LUTTO NELLA FAMIGLIA REALE: LA SCOMPARSA DI DONNA ROSANNA PATERNÒ DI REGIOVANNI, MADRE DELLA PRINCIPESSA SILVIA DI SAVOIA
|
13/05/2012 |
Il Gran Maestro, anche a nome dei Cavalieri Italiani, si raccoglie in preghiera per la scomparsa di Donna Rosanna Paternò di Regiovanni Bellardo e Ferraris, Marchesa di Reggiovanni, Contessa di Prades e Baronessa di Spedalotto, madre di S.A.R. la Principessa Silvia di Savoia e suocera del Capo di Casa Savoia. La nobildonna si è spenta nella sua abitazione di Torino, dove lunedì mattina si terranno i funerali (ore 11,30 nella Chiesa dell'Annunziata di via Po) prima della tumulazione in terra Toscana. chiudi
|
|
CHIESA - Per il cardinale messo al bando è finita la quarantena: Jean Danielou.
|
11/05/2012 |
di Sandro Magister
ROMA, 11 maggio 2012 – "Finestre aperte sul mistero": è questo il titolo del convegno con cui due giorni fa la Pontificia Università della Santa Croce ha rotto il silenzio su uno dei maggiori teologi del Novecento, il francese Jean Daniélou, gesuita, fatto cardinale da Paolo VI nel 1969.
Un silenzio durato quasi quarant'anni e cominciato con la sua scomparsa nel 1974.
In effetti, il ricordo di Daniélou si riduce oggi, per tanti, al mistero della sua morte per infarto, un pomeriggio di maggio, nella casa di una prostituta, al quarto piano di rue Dulong 56, a Parigi.
Quando in realtà il vero mistero su cui Daniélou aprì a molti le finestre, nella sua attività di teologo e uomo spirituale, è quello del Dio trinitario. Una delle sue opere maggiori ebbe per titolo: "Saggio sul mistero della storia". Una storia non governata dal caso, né dalla necessità, ma riempita dalle "magnalia Dei", dalle grandiose meraviglie di Dio, una più stupefacente dell'altra.
Oggi, pochi dei suoi libri sono ancora in commercio. Eppure sono tuttora di straordinaria ricchezza e freschezza. Semplici eppure profondissimi, come pochi teologi hanno saputo fare nell'ultimo secolo, oltre a lui e a quell'altro campione di chiarezza che ha nome Joseph Ratzinger.
Daniélou si accompagna all'attuale papa per l'impianto biblico e storico più che filosofico della sua teologia, per la competenza nei Padri della Chiesa (innamorato l'uno di Gregorio di Nissa, l'altro di Agostino), per il ruolo centralissimo dato alla liturgia.
Daniélou, assieme al confratello gesuita Henri De Lubac, fu il geniale iniziatore nel 1942 di quella collana di testi patristici denominata "Sources Chrétiennes" che ha segnato la rinascita della teologia nel secondo Novecento e ha preparato il meglio del Concilio Vaticano II.
Un autore, insomma, assolutamente da riscoprire.
Ma va sciolto anche il giallo della sua morte e della taciturna squalifica che ne seguì.
Mimì Santoni, la prostituta, lo vide cadere in ginocchio col volto a terra, prima di spirare. E per lei "fu una bella morte, per un cardinale". Era andato a portarle dei soldi per pagare un avvocato capace di tirar fuori di prigione suo marito. Fu l'ultima delle sue opere di carità compiute in segreto, per persone disprezzate e bisognose d'aiuto e perdono.
I gesuiti fecero indagini serrate, per appurare la verità. Accertarono la sua innocenza. Ma di fatto avvolsero il caso in un silenzio che non fugò i sospetti.
La rottura tra Daniélou e altri suoi confratelli gesuiti di Parigi e di Francia fu in effetti la vera origine dell'oblio caduto su questo grande teologo e cardinale.
Una rottura che precedette la sua morte almeno di due anni.
Dal 1972, infatti, Daniélou non abitava più nella casa di "Etudes", la rivista culturale di punta dei gesuiti francesi, dove aveva vissuto per decenni. Si era trasferito in un convento di suore, le Figlie del Cuore di Maria.
A far precipitare lo scontro era stata un'intervista di Daniélou alla Radio Vaticana nella quale criticava duramente la "decadenza" che devastava tanti ordini religiosi maschili e femminili, a causa di "una falsa interpretazione del Vaticano II".
L'intervista fu letta come un'accusa portata contro la stessa Compagnia di Gesù, il cui generale era all'epoca padre Pedro Arrupe, che era anche a capo dell'Unione dei superiori generali degli ordini religiosi.
Il gesuita Bruno Ribes, direttore di "Etudes", fu tra i più attivi nel far terra bruciata attorno a Daniélou.
Le posizioni dei due si erano fatte antitetiche. Nel 1974, l'anno della morte di Daniélou, Ribes schierò "Etudes" in disobbedienza aperta rispetto all'insegnamento dell'enciclica "Humanae Vitae" sulla contraccezione.
E collaborò con altri teologi "progressisti" – tra i quali i domenicani Jacques Pohier e Bernard Quelquejeu – alla stesura della legge che in quello stesso anno introdusse il libero aborto in Francia, con Simone Veil ministro della sanità, Valéry Giscard d'Estaing presidente e Jacques Chirac primo ministro.
L'anno dopo, nel 1975, padre Ribes lasciò la direzione di "Etudes". E successivamente abbandonò prima la Compagnia di Gesù e poi la Chiesa cattolica.
Ecco qui di seguito l'intervista che costò a Daniélou la messa al bando.
A distanza di quarant'anni, la decadenza degli ordini religiosi in essa denunciata è ancora in atto, come prova negli Stati Uniti la vicenda della "Leadership Conference of Women Religious":
Continua >>
"LA FONTE ESSENZIALE DI QUESTA CRISI..."
Intervista del cardinale Jean Daniélou alla Radio Vaticana, 23 ottobre 1972
D. – Eminenza, esiste realmente una crisi della vita religiosa e può darcene le dimensioni?
R. – Penso che vi sia attualmente una crisi molto grave della vita religiosa e che non si debba parlare di rinnovamento ma piuttosto di decadenza. Penso che questa crisi colpisca soprattutto l'area atlantica. L'Europa dell'Est e i paesi dell'Africa e dell'Asia presentano a questo riguardo una migliore sanità spirituale. Questa crisi si manifesta in tutti gli ambiti. I consigli evangelici non sono più considerati come consacrazioni a Dio, ma visti in una prospettiva sociologica e psicologica. Ci si preoccupa di non presentare una facciata borghese, ma sul piano individuale la povertà non è praticata. Si sostituisce la dinamica di gruppo all'obbedienza religiosa; col pretesto di reagire contro il formalismo, ogni regolarità della vita di preghiera è abbandonata e le conseguenze di questo stato di confusione sono anzitutto la scomparsa delle vocazioni, poiché i giovani chiedono una formazione seria. E, d'altra parte, vi sono i numerosi e scandalosi abbandoni di religiosi che rinnegano il patto che li legava al popolo cristiano.
D. – Può dirci quali sono a suo parere le cause di questa crisi?
R. – La fonte essenziale di questa cristi è una falsa interpretazione del Vaticano II. Le direttive del Concilio erano chiarissime: una più grande fedeltà dei religiosi e delle religiose alle esigenze del Vangelo espresse nelle costituzioni di ogni istituto e nello stesso tempo un adattamento delle modalità di queste costituzioni alle condizioni della vita moderna. Gli istituti che sono fedeli a queste direttive conoscono un vero rinnovamento e hanno delle vocazioni. Ma in molti casi si sono sostituite le direttive del Vaticano II con delle ideologie erronee messe in circolo da riviste, da convegni, da teologi. E tra questi errori si possono menzionare:
- La secolarizzazione. Il Vaticano II ha dichiarato che i valori umani devono essere presi sul serio. Non ha mai detto che noi entreremmo in un mondo secolarizzato nel senso che la dimensione religiosa non sarebbe più presente nella civiltà, ed è nel nome di una falsa secolarizzazione che religiosi e religiose rinunciano ai loro abiti, abbandonano le loro opere per inserirsi nelle istituzioni secolari, sostituendo delle attività sociali e politiche all'adorazione di Dio. E questo va controcorrente, tra l'altro, rispetto al bisogno di spiritualità che si manifesta nel mondo di oggi.
- Una falsa concezione della libertà che porta con sé la svalutazione delle costituzioni e delle regole ed esalta la spontaneità e l'improvvisazione. Ciò è tanto più assurdo in quanto la società occidentale soffre attualmente dell'assenza di una disciplina della libertà. Il ripristino di regole ferme è una delle necessità della vita religiosa.
- Una concezione erronea della mutazione dell'uomo e della Chiesa. Anche se i contesti cambiano, gli elementi costitutivi dell'uomo e della Chiesa sono permanenti e la messa in questione degli elementi costitutivi delle costituzioni degli ordini religiosi è un errore fondamentale.
D. – Ma vede dei rimedi per superare questa crisi?
R. – Penso che la soluzione unica e urgente è di fermare i falsi orientamenti presi in un certo numero di istituti. Occorre per questo fermare tutte le sperimentazioni e tutte le decisioni contrarie alle direttive del Concilio; mettere in guardia contro i libri, le riviste, i convegni in cui sono messe in circolo queste concezioni erronee; ripristinare nella loro integrità la pratica delle costituzioni con gli adattamenti chiesti dal Concilio. Là dove questo appare impossibile, mi sembra che non si può rifiutare ai religiosi che vogliono essere fedeli alle costituzioni del loro ordine e alle direttive del Vaticano II di costituire delle comunità distinte. I superiori religiosi sono tenuti a rispettare questo desiderio.
Queste comunità devono essere autorizzate ad avere delle case di formazione. L'esperienza mostrerà se le vocazioni sono più numerose nelle case di stretta osservanza o nelle case di osservanza mitigata. Nel caso in cui i superiori si oppongano a queste richieste legittime, un ricorso al sommo pontefice è certamente autorizzato.
La vita religiosa è chiamata a un grandioso avvenire nella civiltà tecnica; più questa si svilupperà, più si farà sentire il bisogno della manifestazione di Dio. Questo è precisamente lo scopo della vita religiosa, ma per compiere la sua missione occorre che essa ritrovi il suo autentico significato e rompa radicalmente con una secolarizzazione che la distrugge nella sua essenza e le impedisce di attirare vocazioni.
chiudi
|
|
VITA DELL'ORDINE - 13 Maggio: 34.a festa della Magione
|
10/05/2012 |
“Liturgia, Cavalleria, Scoutismo: una provata fedeltà alla bimillenaria tradizione della Chiesa” è lo slogan della “festa della Magione” di cui Domenica 13 Maggio prossimo si celebrerà la 34.a edizione con una serie di iniziative religiose, culturali, gastronomiche e ludiche ed un invito a tutti i poggibonsesi di arrivare al Castello con una passeggiata attraverso la “via verde” che ormai collega tutta la città e costeggia il complesso monumentale, che, dal 24 Aprile scorso, è stato inserito tra le “mille meraviglie italiane” e che il Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università di Buffalo (USA) aveva definito “il più completo complesso ospedaliero medievale rimanente in Europa occidentale ... la sua sopravvivenza e il suo restauro sono estremamente importanti sia per gli storici che per gli storici dell’arte”
Domenica 13 Maggio la Magione aprirà i battenti alla festa, la trentaquattresima da quella eroicamente celebrata nel 1979, appena ricevuta la donazione del complesso monumentale, ridotto ad una penosa situazione di estremo degrado, compresa la splendida chiesa (adibita via via a stalla, tinaia, ricovero di animali da cortile ecc.); e la prima festa segnò la saldatura dell’esperienza scout poggibonsese, iniziata nel dicembre 1968, dalla cui “costola” avveniva la rifondazione templare con la Milizia del Tempio; iniziative ambedue favorite e benedette dal compianto Arcivescovo Mons. Castellano, che nel 1988 le conferì la personalità giuridica canonica e ne approvò le Costituzioni: due esperienze condotte sul filo di una rigorosa tradizione scout e cavalleresca che non poteva non approdare alla bimillenaria tradizione liturgico-dottrinale della Chiesa cattolica.
Domenica 13 Maggio verranno celebrate tre Sante Messe: alle ore 9,30, alle 10,30 e alle 18,30; la S. Messa delle 10,30 sarà celebrata in modo solenne da Mons. Giuseppe Aparecido Gonçalves de Almeida, Sotto Segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, che festeggia il giubileo d’argento di Ordinazione Sacerdotale.
Tutte le S. Messe sono celebrate nella forma straordinaria del rito romano, comunemente conosciuto come “tridentino”.
Al termine della S. Messa delle ore 10,30 Celebrante, Cavalieri e fedeli si dirigeranno in processione al tabernacolo esterno per l’omaggio all’immagine della Madonna “Regina Militiae” nel cui nome nasceva nel 1979 la Milizia del Tempio.
Nel pomeriggio dalle ore 16 si aprirà la sagra con le visite guidate al complesso monumentale, e con le proposte gastronomiche tradizionali della Magione, come la zuppa del pellegrino ed il vino dei templari.
Alle ore 17,00 il M.o Alessio Cervelli terrà un concerto d’organo nella Chiesa.
Ai fedeli cattolici che visiteranno la chiesa della Magione nei giorni 13 e 18 Maggio il Sommo Pontefice concede il dono dell’Indulgenza Plenaria.
53036 Poggibonsi (Siena - Italia) – Castello della Magione
+39 0577 936.009 - +39 0577 590.162
www.ordo-militiae-templi.org info@ordo-militiae-templi.org
chiudi
|
|
SCAUTISMO - "Capi gay agli scout? È meglio di no..." Dibattito tra cattolici
|
07/05/2012 |
La relazione dell'Assistente Nazionale dell'AGESCI, p. Francesco Compagnoni, ha finalmente messo i puntini sulle "ì" e non poteva essere diversamente. Nello Scoutismo si educa per modelli: un Capo Scout non può essere gay (o una Capo lesbo) perchè non può educare che secondo natura e secondo lo stile di vita del movimento "inventato" da Baden-Powell, lo Scoutismo, appunto; altrimenti è un'altra cosa e non si tratta solo dello Scoutismo di impronta cattolica. Discorso diverso per un giovane, o una giovane, in fase educativa che dimostrasse un orientamento omosessuale; i Capi dovranno parlarne con i Genitori che sono i titolari dell'educazione dei figli e concordare soluzioni che siano coerenti con i principi dell'associazione alla quale li hanno liberamente iscritti.
Anche la reazione del mondo gay non poteva essere diversa. Quando Patanè parla di cultura del rispetto non si rende conto che il rispetto è sempre a senso unico, il suo; la signora Madaschi si sente disgustata perchè l'AGESCI fino ad allora era rispettata e ripettabile, come se la maggiore associazione scout cattolica avesse potuto avere nel passato una diversa impostazione; tutto il rispetto per il figlio gay che, comunque, non potrà diventare un educatore.
Risibile il commento di Grillini (ma non è l'unico): non si capisce bene a quale Concilio si riferisca (il gay pride, almeno fino ad ora, non è un Concilio), senza necessariamente scomodare il Tridentino, ma nemmeno il Vaticano II; come al solito riferirsi al "Concilio" va sempre bene per tutto ed il contrario di tutto; non sarebbe l'ora di dare almeno una scorsa rapida ai documenti del Concilio chiamato in causa? Continua >>
"Capi gay agli scout? È meglio di no..." Dibattito tra cattolici
L’assistente ecclesiastico nazionale del movimento: "Diseducativo mostrare ai giovani tendenze omosessuali". E scoppia il dibattito nel mondo cattolico
di Diana Alfieri - 05 maggio 2012, da "Il Giornale"
A volte ci si spinge un po’ in là, nelle gite, nelle escursioni, nelle serate a base di pizza e chitarra. Sì, diciamolo, a volte il sesso bussa alle porte degli scout.
È normale, fisiologico. Meglio, educativo. Ma quando il sesso non è etero? E, soprattutto, quando il non-etero è un capo, un leader con qualche anno e qualche esperienza in più? Il mondo cattolico vede da sempre negli scout un territorio sicuro e accogliente. Però sotto sotto il dubbio agita chissà quanti genitori, chissà quanti fratelli, chissà quanti nonni.
E il dubbio, il sospetto, il timore, ieri sono esplosi.
«Le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore (quindi per noi i capi che hanno una tendenza omosessuale profondamente radicata o forse predominante) costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo. Il capo è il modello per i suoi ragazzi e sappiamo che gran parte dell’effetto educativo, dipende dalla esemplarità anche inconscia che proviene dall’adulto». È padre Francesco Compagnoni a parlare, in un passaggio della sua relazione al seminario «Omosessualità, nodi da sciogliere nelle comunità capi», promosso dall’Agesci, associazione degli scout cattolici, che si è svolto alcuni mesi fa ma di cui in questi giorni sono stati pubblicati sul sito della stessa Agesci.
Dove si legge: l’Agesci «ha ragione di interrogarsi intorno a questo aspetto che è indubbiamente un problema serio. Il capo trasmette dei modelli e i capi che praticano l’omosessualità, o che la presentano come una possibilità positiva dell’orientamento sessuale, costituiscono un problema educativo». Allargando poi il discorso, padre Compagnoni osserva che «nel quadro dell’educazione con metodo scout è necessario affrontare il problema della sessualità con i ragazzi e con le ragazze, ma ciò non deve essere fatto solo da un capo omosessuale e inoltre deve essere chiaramente sottolineato che non tutte le posizioni al riguardo hanno la stessa dignità morale. Questo è un punto importante nella nostra società che è per definizione “tollerante”. Ma la tolleranza non vuol dire che tutti i comportamenti abbiano uguale dignità umana e abbiano lo stesso valore morale». Infine, padre Compagnoni affronta il tema del «che fare» quando emergano casi di omosessualità tra i giovani scout. «Secondo me - afferma - bisognerebbe parlare con i genitori e invitare un esperto con cui consigliarsi. In linea generale uno psicologo dell’età evolutiva o ancora meglio un pedagogista. Non si può semplicemente evitare il problema non affrontandolo». Come ha confermato lo psicologo Contardo Seghi, presente al seminario: «Un capo di questo tipo, affetto da protagonismo, se omosessuale, può sentire di dover passare attraverso l’espressione pubblica del suo orientamento sessuale. Questa situazione può non essere opportuna in riferimento al percorso di crescita dei ragazzi».
Immediato lo sdegno da parte di Arcigay e dei promotori del Pride nazionale che si sono lanciati all’attacco dell’Agesci: Un «approccio parziale e inevitabilmente ideologico», una «fiera del pregiudizio antigay». «La natura, l’identità e la dignità delle persone viene piegata da Agesci a un approccio parziale e inevitabilmente ideologico - afferma il presidente di Arcigay, Paolo Patanè - che a mio avviso intacca profondamente quella stessa cultura del rispetto». Ancor più netta Flavia Madaschi, del comitato organizzatore del Gay pride nazionale in programma il 9 giugno a Bologna: «Come mamma di un ragazzo gay, mi sento disgustata.Si stringe il cuore al pensiero che anche dentro un’associazione rispettata come l’Agesci possa trovare spazio tanta pochezza d’animo». Anche Franco Grillini commenta con amarezza quanto emerso: «Sembra essere tornati a posizioni preconciliari». chiudi
|
|
DIFESA DELLA VITA - MARCIA NAZIONALE PER LA VITA
|
06/05/2012 |
Caro amico,
mancano ormai pochi giorni alla Marcia Nazionale per la Vita. Domenica 13 maggio, alle 8,30, ci troveremo tutti a Roma, al Colosseo, pronti a sfilare per le vie della capitale per dire il nostro si alla vita e il nostro fermo e deciso no all'aborto e a tutte quelle leggi che minacciano il concepito e che attentano alla morte naturale.
Le ricordiamo inoltre che il 12 maggio, dalle 14,30 alle 19, presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum si terrà il Convegno "Chi salva una vita salva il mondo intero", mentre dalle ore 21 alle 22,30 nella Basilica di Santa Maria Maggiore vi sarà un'Adorazione eucaristica presieduta dal card. Burke in riparazione del crimine dell'aborto. Tutti sono invitati a partecipare. Per maggiori informazioni si può consultare il sito www.marciaperlavita.it.
La Sua presenza alla Marcia sarà fondamentale. La manifestazione risulterà decisiva per il futuro delle battaglie in difesa della vita. Più saremo, più il messaggio che lanceremo sarà influente sull'opinione pubblica e sul mondo politico. Noi non ci rassegneremo mai all'ingiusta legge 194 e lo grideremo a gran voce scendendo in piazza.
Con la speranza di ritrovarci tutti a Roma il 13 maggio, Le inviato i nostri più cordiali saluti
Il Comitato Marcia per la Vita
. chiudi
|
|
CHIESA - Santa Sede FSSPX: IMPORTANTE editoriale sulle discussioni
|
01/05/2012 |
Sempre dalla Francia: Forum Fecit, di orientamento tradizionalista, pubblica oggi questo interessante Editoriale da Seignadou [Bollettino del priorato Saint-Joseph-des-Carmes] di maggio 2012, di Don Michel SIMOULIN, cappellano di Fanjeaux. Importante perché rievoca dati storici e puntualizza con chiarezza i termini dell'accaduto del 1988, che distingue nettamente dalla situazione attuale e nel contempo dimostra anche i dubbi e le perplessità sorti in seno alla Fraternità che cerca evidentemente di fugare.
Continua >>
Abbiamo conosciuto Don Michele Simoulin negli anni in cui è stato responsabile del Distretto Italiano e condividiamo in toto il commento di Dante Pastorelli, riportato in calce (n.d.r.)
"Non so quale sarà la situazione al momento della pubblicazione di questo Seignadou, ma penso non sia inutile riflettere insieme su quanto sta accadendo. Non parlo della buffonata « repubblicana » che ci stordisce, ma delle nostre relazioni con Roma. Recentemente mi è stato sottoposto un testo arricchito da questa domanda : « Quando dunque torneremo ai fondamentali della Fraternità ? Quando avremo l'umiltà di rispettare l'eredità del nostro fondatore ? » Credo di conoscere un po' la Fraternità – della quale sono membro da 35 anni – e di avere dunque il diritto di ricordare a tutti che i nostri « fondamentali » sono impressi a lettere d'oro nei nostri statuti : « Lo scopo della Fraternità è il sacerdozio e tutto ciò che vi si riferisce e nient'altro che ciò che lo concerne, cioè tale e quale l'ha voluto Nostro Signore Gesù Cristo quando ha detto: Fate questo in memoria di me. » Questa è l'eredità del nostro fondatore, questi sono i nostri « fondamentali » ; non ne abbiamo altri, e non vogliamo averne altri. La Fraternità non è un'armata schierata contro Roma, ma un'armata formata per la Chiesa.
In seguito, si è accennato al rifiuto di Mons. Lefebvre di proseguire sulla via di un accordo nel1988. E mi si cita Mons. Lefebvre : « Con il protocollo del 5 maggio [1988] saremmo subito finiti. Non saremmo durati un anno... » tutto ciò, sicuramente, per metterci in guardia ed invitarci a rifiutare ogni proposta romana, cosa che dovremmo fare « sotto pena di morte ».
Mi è arrivata ancora un'altra eco: « A Roma accadono cose gravi, gravissime... ma non posso dirvi di più ! » Ecco dunque che ho fatto un passo avanti!
Dunque, tentiamo di ragionare. Perciò sara bene ricordare gli avvenimenti del 1988. Dopo aver firmato un accordo il 5 maggio (che non era tanto un accordo quanto un testo imperfetto e perfino dannoso, che non ha lasciato dormire in pace Mons. Lefebvre), Monsignore il mattino del 6 maggio ha scritto una lettera al cardinal Ratzinger, non per rimangiarsi la sua firma (« Ieri, è con vera soddisfazione che ho posto la mia firma al protocollo elaborato nei giorni precedenti. Ma, lei stesso ha constatato una profonda delusione nel leggere la lettera consegnatami che mi recava la risposta del Santo Padre in ordine alla consacrazione episcopale ») ma per chiedere insistentemente che la consacrazione potesse aver luogo il 30 giugno, al fine di esser certo di avere un vescovo che continuasse la sua opera. La lettera del 6 maggio tratta interamente e unicamente questo punto : « Se la risposta fosse negativa, mi vedrei in coscienza obbligato a procedere alla consacrazione, basandomi sull'assenso dato dalla Santa Sede nel protocollo per la consacrazione di un vescovo membro della Fraternità. » Non è dunque su una questione dottrinale, né su quella dello statuto offerto alla Fraternità, ma sulla data di consacrazione del vescovo concesso, che il processo si è arrestato. Ed è da rilevare che la rottura delle relazioni è stata decisa allora, non da Mons. Lefebvre, ma dal cardinal Ratzinger il quale ha rifiutato la consacrazione episcopale per il 30 giugno.
Effettivamente, se Mons. Lefebvre avesse accettato che il protocollo del 5 maggio non fosse seguito dall'ordinazione episcopale, allora sì « col protocollo del 5 maggio saremmo presto finiti. Non saremmo durati un anno... », perché senza vescovo, saremmo stati consegnati alle buone (o cattive) volontà di Roma e dei vescovi.
Dopo il giubileo del 2000, Roma ha preso l'iniziativa di nuove relazioni. Oggi, lo stesso cardinale divenuto Papa ci ha detto che la Messa tridentina Messe non è mai stata abrogata (7 luglio 2007 : « Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato ») ; ha riabilitato i nostri 4 vescovi (21 gennaio 2009) ; ha accettato che conducessimo discussioni dottrinali per due anni, cose che Mons. Lefebvre non esigeva nel 1988. Non è esagerato dire che Mons. Fellay ha ottenuto più di quanto chiedesse Mons. Lefebvre, senza averne il prestigio né l'autorità morale. Dunque, dovremmo essere più esigenti di Mons. Lefebvre e di Mons. Fellay ?
Qualunque sia la situazione di Roma, di tutto ciò che di inquietante ancora permane a Roma, il semplice buon senso e l'onestà dovrebbero condurci a considerare la situazione attuale con un occhio diverso da quello del 1988 ! Per riprendere la formula di uno dei nostri vescovi, non bisogna fare del « ottanta-vittimismo » ! Non siamo più nel 1985 con Paolo VI, né nel 1988 con Giovanni Paolo II ma nel 2012 con Benedetto XVI. Che mi si dica che si nota che lo stato della Chiesa è ancora molto preoccupante, che il nostro Papa ha una teologia perfino strana, etc... l'abbiamo detto abbastanza, mi sembra ; ma che non mi si dica che lo stato delle cose è lo stesso del 1988. Ciò è contrario alla realtà e alla verità, e non può essere che l'effetto di un rifiuto più o meno segreto di ogni riconciliazione con Roma, forse anche di una mancanza di fede sulla santità della Chiesa, composta di poveri peccatori ma sempre governata dal suo capo Gesù Cristo e Santificaa dallo Spirito Santo. La Fraternità San Pio X non è la Chiesa e non può « rispettare l'eredità del suo fondatore » che conservandone lo spirito, il suo amore per la Chiesa e il suo desiderio di servirla come figlio che la ama, nella fedeltà alle sue benedizioni fondatrici.
Non so se tutti comprendono il peso della decisione che non appartiene che a Mons. Fellay, decisione nuovamente affidatagli dai nostri superiori riuniti ad Albano l'ottobre scorso, decisione presa con i suoi assistenti : cos'è che si aspetta la Chiesa dalla Fraternità nel 2012 ? Come deve rispondere la Fraternità ai « bisogni » della Chiesa oggi ?
Ciò richiede una virtù di prudenza altamente soprannaturale, ad un grado cui nessuno di noi ha la grazia di arrivare, perché ciò non dipende dalle nostre competenze né dalla nostra responsabilità. Solo Mons. Fellay e i suoi assistenti, avendo la totalità delle carte in mano, possono giudicare nella maniera più consona la situazione attuale. Piuttosto, la questione che ognuno deve porsi è quella della nostra benevolenza verso l'autorità e soprattutto della nostra fiducia in essa. Sono dodici anni che Mons. Fellay discute con Roma, con alti e bassi, per raggiungere finalmente risultati, e anche a questo risultato sorprendente, che forse nessuno ha rilevato : queste discussioni dottrinali che non hanno fatto rumore sulla pubblica piazza e che hanno permesso di poter dire a Roma ciò che pensiamo... al punto da farle terminare in un « mettersi di traverso » !
Pertanto, che cosa non si è capito riguardo al silenzio dei superiori intorno a queste discussioni ed ai documenti scambiati gli ultimi mesi e sulla loro grande discrezione in segno di rispetto per Roma e per il Santo Padre, interpretati come una forma di dissimulazione, un obiettivo di compromesso. Come si può dubitare della rettitudine dei nostri superiori in maniera così gratuita ed arbitraria ?
Ancora non si conosce la conclusione che Benedetto XVI vorrà dare a questi dodici anni di lento lavoro, di ricerca di una migliore comprensione, di preghiere e di rosari accumulati. È dunque l'ora della preghiera, come ci ha invitati Mons. Fellay, e della fiducia nella Chiesa. La Vergine Immacolata che onoriamo particolarmente in questo mese di maggio, saprà ottenerci tutte le grazie necessarie se noi non vogliamo nient'altro che la vittoria di suo Figlio e della Chiesa.
Il Seignadou
Dante Pastorelli ha detto...
Ha ragione don Simoulin, a proposito del "Ottantottismo" di parti non indifferenti della Fraternità.
Avendolo conosciuto abbastanza bene, nei suoi modi spicci, bruschi e caporaleschi, m'ha positivamente stupito questa sua posizione di apertura che sta a significare da una parte un deciso ritorno della fiducia in Roma, dall'altra una chiara volontà di mettere a tacere i dissensi privi di fondamento.
Il segnale è rassicurante.
chiudi
|
|
DIFESA DELLA VITA - ILLUSTRE OSPITE A SIENA: GIUSEPPE NOIA, NEONATOLOGO ALL’OSPEDALE GEMELLI DI ROMA
|
01/05/2012 |
Non si può negare facilmente che l’individuo sia già tale nei primi otto giorni di vita dal concepimento, dal momento che la scienza può dimostrare la rilevanza che quei giorni avranno sul resto della sua intera vita
Continua >>
Di fronte ad una platea di molti giovani, soprattutto universitari, Giuseppe Noia, neonatologo all’ospedale Gemelli di Roma, ha tenuto nella Chiesa di San Vigilio un’interessante conferenza organizzata dall'associazione Scienza & Vita di Siena in collaborazione con la Cappella Universitaria dal titolo “L’essenziale è invisibile agli occhi”, trattando sull’importanza di riassegnare dignità all’embrione umano. Sembra assurdo dover ribadire quella che è in fondo un’evidenza scientifica e cioè che l’embrione è un essere umano a tutti gli effetti, ma purtroppo viviamo in una società in cui la libertà della donna supera quella di un essere indifeso, innocente e bisognoso di protezione come è il bambino all’interno della pancia della mamma. E’ la cultura dello scarto, secondo la quale viene scartato tutto ciò che non risponde alle nostre aspettative.
Attraverso la visione di un filmato che mostra immagini reali di ciò che avviene nel corpo della donna dal momento del concepimento, Noia ci ha spiegato come in quel momento inizi ad instaurarsi un vero e proprio dialogo tra il nuovo individuo e la propria madre. Incredibilmente, sono i primi otto giorni di vita del feto a favorire il suo sano sviluppo e molto spesso l’insorgenza di eventuali patologie, non solo nei primi anni di vita, ma addirittura nell’arco della vita intera. Infatti, è proprio durante questi otto giorni che avviene l’accettazione o il rifiuto da parte del corpo della mamma di questo essere che, pur essendo stato generato da essa stessa è altro da lei.
Il primo giorno dell’embrione è l’incontro fra i gameti, la cellula uovo e lo spermatozoo, con la successiva formazione dello zigote. In quel momento nel dna dell’embrione c’è già scritto tutto: quale sarà la sua parte superiore e inferiore e come avverrà lo sviluppo di tutti i suoi organi nei successivi giorni. In quel momento egli deve adattarsi ad un ambiente difficile dovendo farsi accettare dalla mamma. Nel corpo che lo ospita iniziano a formarsi degli anticorpi per scacciare il “corpo estraneo”. Ma se il riconoscimento del feto avviene, quegli anticorpi citolesivi si trasformano in citoprotettivi.
Oggi molta falsa scienza vuole negare che il bambino inizia la sua vita non appena avviene il concepimento, affermando che i primi giorni di vita quell’essere che si è appena formato non è che un semplice ammasso di cellule. Dimenticando però che tutti noi siamo stati quell’ammasso di cellule prima di diventare ciò che siamo oggi. Se ci avessero abortito non saremmo qui a raccontarlo. Inoltre non si può negare facilmente che l’individuo sia già tale nei primi otto giorni di vita, dal momento che la scienza può dimostrare la rilevanza che quei giorni avranno sul resto della sua intera vita. E non si può neanche ignorare che il feto già dalla sedicesima settimana prova dolore, piange, ride e fa le smorfie, proprio come un bambino già completamente sviluppato.
Non è scienza tutta quella Babele di informazioni che ci arriva attraverso i media, internet e purtroppo anche dalle parole di alcuni medici. La famiglia oggi è bombardata da tante nozioni che però non portano ad una vera conoscenza e alla giusta consapevolezza di ciò che siamo. Un vero studio della scienza, ha ricordato Noia citando il prof. Carlo Bellieni, apre alla vita, perché più si approfondisce e più ci si rende conto che la vita è un mistero indescrivibile. Di fronte all’infinitamente piccolo, svelato da una scienza fatta in modo non superficiale, dobbiamo per forza prendere una posizione: o inchinarsi o disinteressarsi; affermare che l’embrione non conta niente soltanto perché è molto piccolo è razzista e discriminatorio. Che società è quella secondo la quale si vale solo nella misura in cui si è grandi e forti? Una società che si è dimenticata dell’etica, la sola feritoia per oltrepassare gli steccati ideologici, che negano persino le evidenze scientifiche. Una società materialista che non vede alternativa all’aborto nei casi di un figlio non gradito o malato. E dimentica che l’amore è quella forza grazie alla quale anche un feto malato è degno di vivere e con la quale qualunque donna incinta porterebbe avanti una gravidanza scomoda. Molto spesso sono donne che si sentono sole, abbandonate, in una parola non amate, quelle che decidono di abortire. Ma se solo sentissero intorno a sé il calore di almeno una persona che le ama, probabilmente farebbero scelte diverse. In fondo, quando una donna subisce un aborto spontaneo, la sentiamo dire che ha perso il suo bambino, non un "embrione di 12 centimetri". Nessuno oggi parla della depressione post aborto che è un problema frequentissimo; ma ciò che chiamano aborto terapeutico, di terapeutico non ha nulla né per l’embrione né per la mamma. La missione del medico dovrebbe essere quella di curare, non di distruggere, ecco perché il professor Noia si occupa di curare embrioni malati già all’interno della pancia della mamma, con risultati straordinari: 8 embrioni con problemi su 10 sopravvivono. Molte donne a cui era stato proposto un aborto terapeutico a causa di una malattia del figlio si sono rivolte a lui con successo. E nei casi in cui non ci sia più niente da fare la mamma può scegliere comunque una via alternativa all’aborto. Può infatti accompagnare alla morte naturale il proprio figlio, mettendolo al mondo e standogli vicino finché sarà in vita. Di tutto questo si occupa “La quercia millenaria”, l’associazione che Noia ha fondato insieme ai genitori di Giona, bambino che era stato dato per spacciato da molti medici e che quindi sarebbe dovuto essere abortito, mentre oggi è già grande, sta bene ed è felice.
La questione se la vita umana inizi col concepimento o solo ad un certo punto della gravidanza è facilmente risolvibile con una retta analisi razionale e scientifica. Ma per noi cattolici è di fondamentale importanza l’esempio che ci ha dato Gesù stesso venendo nel mondo: egli non è sceso sulla Terra già adulto o ad un certo punto della gravidanza, come, essendo Dio, poteva fare; ma si è incarnato nel seno di una donna dove è stato concepito dallo Spirito Santo.
Con questa ulteriore conferma possiamo continuare fiduciosi nella difesa dell’essere umano, dal concepimento fino alla sua morte naturale.
Vanessa Gruosso
chiudi
|
|
CHIESA - La Cristologia antropocentrica del Concilio Vaticano II
|
30/04/2012 |
di Paolo Pasqualucci
(1) È lecito ridiscutere le ambiguità del Vaticano II? Sembra che molti ancora oggi ritengano impossibile persino proporre una domanda del genere, per il semplice motivo che l’insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II dovrebbe considerarsi dogmatico. Perché ha definito nuovi dogmi o semplicemente in quanto Concilio ecumenico? Se non per il primo, per il secondo motivo, si dice. Infatti, due costituzioni del Vaticano II si fregiano del titolo di “dogmatiche”, ma la cosa appare inspiegabile dal momento che esse non definiscono nuovi dogmi, non condannano solennemente errori né vogliono espressamente conferire la nota della dogmaticità al loro insegnamento complessivo.
Resta allora il secondo motivo. Ma può l’insegnamento di un Concilio ecumenico che ha voluto essere dichiaratamente solo pastorale (Nota praevia in calce alla Cost. “dogmatica” Lumen gentium) assumere per noi credenti la stessa autorità di un concilio espressamente dogmatico, quale ad esempio il Tridentino o il Vaticano primo? E per di più un Concilio che ha voluto proporre una pastorale insolita, dato che essa mirava espressamente ad “aggiornare” la dottrina, la pastorale, la prassi stessa della Chiesa al modo di sentire del mondo moderno, promuovendo a questo fine una riforma radicale di tutta la Chiesa militante, a cominciare dalla Liturgia?
Questo Concilio è sempre apparso a molti del tutto atipico, e non tanto perché solo pastorale quanto per via dell’intenzione cui la sua pastorale mirava. E la sua atipicità sembra confermata dal fatto che si fatica (mi sembra) ad inquadrarne l’insegnamento nella categoria tradizionale (quella del magistero straordinario) che il diritto canonico applica alla dottrina dei concili ecumenici, se è vero, com’è vero, che fonti autorevoli hanno dovuto descriverla, questa dottrina, in modo del tutto anodino, come “magistero autentico non infallibile”(1).
Il mio studio, di prossima pubblicazione, del quale sono onorato di poter offrire qui una breve sintesi, prende in esame la cristologia del Vaticano II. Ad essa il Concilio non ha dedicato alcun documento specifico. Tuttavia, l’art. 22 della costituzione conciliare Gaudium et spes sulla Chiesa ed il mondo contemporaneo, articolo il cui tema è: “Cristo, l’uomo nuovo”, ricapitola la cristologia sempre insegnata dalla Chiesa, mettendo a fuoco, in particolare, il significato che bisogna attribuire alla natura umana del Signore. Questo significato non può naturalmente esser concepito in contraddizione con il dogma della fede. Ma il concetto di Incarnazione che si ricava dall’art. 22 GS è sempre apparso a non pochi interpreti notevolmente ambiguo. Nel mio studio, pertanto, cerco, per quanto sta alle mie capacità, di dipanare questa ambiguità, approfondendo al massimo l’analisi filologico-grammaticale del testo, sino al riscontro di tutti i rinvii alle fonti citate in nota al testo stesso.
2. Una nuova ed ambigua concezione dell’Incarnazione. Nell’art. 22.2 della Gaudium et spes, si afferma che “con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Ipse enim, Filius Dei, incarnatione sua cum omni homine quodammodo Se univit). Come si giunge ad una simile proposizione, che colpisce per la sua novità nonché per una certa, immediata ambiguità, derivante a prima vista dall’uso dell’avverbio “in certo modo”? Se Nostro Signore si è unito solo “in certo modo”, dobbiamo intendere quest’unione unicamente in senso simbolico, ovvero morale? E se sì, che cosa vorrebbe dire ciò, che ognuno di noi è stato in certo modo divinizzato dall’Incarnazione di Nostro Signore? Ma anche senza l’inciso in questione, l’idea stessa dell’incarnazione di Nostro Signore come “unione con ogni uomo” appare tutt’altro che chiara, dal momento che, secondo il dogma, noi sappiamo essersi Egli unito (nell’unione ipotastica) esclusivamente alla natura umana di quell’uomo che è stato l’ebreo Gesù di Nazareth; unita, quindi, la Sua divinità (pur mantenendosi essa indivisa e distinta) alla natura umana di un solo uomo, in un unico individuo, un uomo in carne e ossa, la cui esistenza storica è stata ampiamente provata. Come mai il Concilio, in modo del tutto atipico, ci viene a parlare dell’Incarnazione come di un’unione di Nostro Signore “con ogni uomo”? Che significa?
(...)
Infatti, se il Signore si è unito occultamente ad ogni uomo, per il fatto stesso di essere il Signore che si è incarnato, allora ogni uomo partecipa ontologicamente della natura divina di Cristo e la distinzione tra la natura nostra, corrotta dal peccato originale, e il Sovrannaturale di fatto scompare. Che ruolo dobbiamo allora attribuire alla Grazia? Non presuppone essa la Caduta dell’uomo, l’imperfezione (non totale ma tuttavia ontologica) della sua natura, che la divina Misericordia si degna di emendare, dandoci la possibilità della salvezza tramite l’Incarnazione del Verbo e la Sua opera redentrice? Ma se Cristo si è già unito a noi, per il solo fatto di essere Cristo, allora noi siamo già stati tutti redenti per il solo fatto di essere uomini e Cristo stesso e la Chiesa non hanno nulla da fare più! Ed infatti il Vaticano II, suggerendo una novità come quella esposta nell’art. 22 GS, ha indotto a mutare il senso della missione della Chiesa, il cui nuovo messaggio è ora il seguente: gli uomini contemporanei dovrebbero rendersi conto che, già con l’Incarnazione, Cristo si è unito a ciascuno di loro, per ciò stesso elevandolo ad una dignità sublime e conferendogli un’altissima missione, indicata dal Concilio e fatta propria dalla Gerarchia come suo compito specifico; missione che consiste nel realizzare la pace nel mondo, la fratellanza universale nel dialogo che non mira a convertire ma ad acquisire le posizioni dell’avversario per superarle in una Comunione universale d’amore, una nuova Chiesa, “ecumenica”, incontro solidale di tutti i popoli e di tutte le religioni!(3)
La “nuova dottrina” dell’Incarnazione mina, a mio avviso, anche il dogma della predestinazione alla Gloria, che appartiene all’infallibilità del magistero ordinario. Lo mina, anche nella sua forma più moderata, quella della predestinazione condizionale (ad gloriam tantum, sed post et propter praevia merita)(4). Infatti, se con l’Incarnazione il Verbo si è unito di per sé ad ognuno di noi, come si può affermare che una parte dell’umanità non si salverà (sia pure per colpa propria e non perché predestinata alla dannazione) perché solo una parte di noi è stata imperscrutabilmente predestinata da Dio alla Gloria eterna (Rm 9, 11 ss.)? Se ognuno di noi partecipa oggettivamente, per il solo fatto di esser uomo, della natura divina (perché il Verbo, incarnandosi, si sarebbe unito eo ipso anche a lui), come è possibile che ci siano tra di noi alcuni (ed anzi molti – Fil 3, 18-19) che non solo non sono stati predestinati alla gloria eterna ma che andranno per colpa loro in perdizione, pur non essendovi stati predestinati?
Ma i rilievi negativi non possono arrestarsi qui. Se Cristo, nuovo Adamo, con l’Incarnazione “svela l’uomo a se stesso”, rivelandogli la sua altissima missione e sublime dignità, e in tal modo “rivela il mistero del Padre e del suo amore” (GS, 22.1), ciò significa che fine dell’Incarnazione viene ad essere l’attuazione del “mistero dell’amore del Padre” per il genere umano. Ma questo fine, che è quello della Misericordia divina, non può esprimere tutto il significato dell’Incarnazione. Ve n’è anche un altro, ad esso superiore. L’Incarnazione avviene anche perché si deve attuare l’esigenza della giustizia divina, che esige riparazione per il peccato di Adamo. Tale riparazione si perfeziona con la Croce, che ha appunto un significato propiziatorio ed espiatorio. Ciò significa che nell’Incarnazione c’è il fine di dare soddisfazione all’esigenza della Giustizia divina. Di questo fine, in GS 22, non sembra esservi traccia.
Il fatto è che, se si mina alla base il dogma cristologico, l’intero edificio dottrinale della religione cattolica viene a cadere, come sembra evidente. Per questo, sin dagli inizi del Cristianesimo, la Gerarchia ma anche i fedeli, per quanto stava al loro sensus fidei, reagirono sempre con decisione e tenacia alle gravi eresie cristologiche che si erano susseguite a partire dalla fine del I secolo, quando, grazie agli gnostici, si affacciò per la prima volta il docetismo, il quale negava la realtà del corpo di Cristo e considerava semplice apparenza la Sua vita terrena, e in particolare le Sue sofferenze (l’eresia docetista sarebbe poi riapparsa nel Corano, 4: 156).
chiudi
|
|
VITA DELL'ORDINE - ORDINAZIONE SACERDOTALE DI DON ANDREA CAPPELLI
|
28/04/2012 |
S.E. il Gran Maestro,
con animo grato a Dio e alla Santissima Vergine "Regina Militiae",
annuncia l’Ordinazione Sacerdotale di
Don Andrea Cappelli
- Cavaliere Professo della Milizia del Tempio -
Sabato 23 Giugno 2012 alle ore 15,00
nella Cattedrale di La Spezia,
per la preghiera, l’imposizione delle mani e l’unzione
di Sua Beatitudine
Mons. Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia,
Vescovo già di La Spezia – Sarzana - Brugnato
chiudi
|
|
EUROPA - Alla Francia non piace l'Europa dei mercati
|
24/04/2012 |
di Massimo Introvigne 24-04-2012
Nei sistemi elettorali a due turni il primo turno costituisce un grande sondaggio di opinione, il secondo serve a eleggere veramente chi deve occupare la carica pubblica in questione. Il primo turno delle presidenziali francesi ha detto soprattutto questo, per unanime ammissione dei media internazionali: che esiste una percentuale molto rilevante di elettori che non ama la tecnocrazia, la burocrazia di Bruxelles, le ricette lacrime e sangue della Banca Centrale Europea, i partiti ridotti a comitati elettorali che anziché proporre valori e identità si presentano ciascuno come il migliore interprete delle volontà dei «mercati» internazionali, inflessibili carnefici sempre pronti a far fare «la fine della Grecia» a chi capisce male o in ritardo i loro segnali.
Un terzo degli elettori francesi ha espresso questo rifiuto. A parte chi ha scelto candidati minori, l'11% ha votato per il candidato comunista Jean-Luc Melenchon e quasi il 19% per la candidata di destra Marine Le Pen, salutata dai media come la vera vincitrice delle elezioni. Attenzione: non si tratta di anti-politica, ma di ultra-politica. Melenchon non è Beppe Grillo, è un comunista le cui formule politiche sono quanto di più tradizionale e fedele alle sue vecchie radici marxiste la sinistra europea sia oggi in grado di offrire. E Marine Le Pen guida a sua volta un partito vero, strutturato, organizzato sul territorio e che esiste da quarant'anni. I successi di Melenchon - per la verità più contenuto del previsto - e di Marine Le Pen - questo sì clamoroso - non vanno confusi con quelli di liste di protesta anti-politiche che sono emerse in altri Paesi. La nostalgia d'identità comunista nella sinistra si è del resto manifestata anche altrove.
E Marine Le Pen? Demonizzarla come razzista, xenofoba o «fascista» non serve. Nessuno può davvero pensare che un francese su cinque, votando Le Pen, si sia dichiarato razzista o nostalgico dell'occupazione nazista. Gli elettori della signora Le Pen sono, semplicemente, elettori di destra. Anche questi esistono in tutta Europa, anche se non sempre trovano adeguata rappresentanza. Vorrebbero più identità nazionale e meno euro-burocrazia, più controllo dell'immigrazione, ma anche più valori.
Ci sono interessanti studi sugli elettori di Marine Le Pen e del suo partito in Francia. Molti di loro sono più «a destra» della loro candidata, specie sul tema dei valori non negoziabili. Che Marine si sia sposata e abbia divorziato due volte e oggi viva con un terzo compagno non è solo un dettaglio per questi elettori, ma sono più sgradite le sue posizioni in tema di aborto: certo, propone aiuti alle madri in difficoltà e minori finanziamenti per l'aborto facile, ma afferma pure che la legislazione abortista non può e non deve essere messa in discussione. Gli stessi elettori apprezzano la sua difesa della libertà di educazione - cioè, in Francia come altrove, delle scuole cattoliche - ma restano talora sconcertati dalle sue tirate a favore della tradizione laicista francese, per quanto queste siano spesso giocate in funzione tattica anti-musulmana, chiedendo la «separazione dello Stato dalla moschea».
Marine Le Pen è cresciuta. Non è ancora al traguardo, ma è sulla buona strada per «sdoganare» la destra francese e rendere credibile l'ipotesi che possa un giorno governare. Qualche volta si ha però l'impressione che - ispirandosi alla «svolta di Fiuggi» di Gianfranco Fini - di Fini rischi di ripetere anche gli errori. Vanno benissimo le condanne del razzismo e del nazismo. Ma per «sdoganarsi» non è obbligatorio parlare bene del laicismo o mostrarsi tiepidi su vita e famiglia. I professionisti del laicismo e dell'ideologia radicale non voteranno comunque per Marine Le Pen, e certe posizioni rischiano di mettere in fuga i cattolici.
Già, i cattolici. A ogni elezione si ripete in Francia che sono irrilevanti, in un Paese che insieme alla Repubblica Ceca è il fanalino di coda del mondo per partecipazione ai riti religiosi. Tuttavia non bisogna confondere pratica domenicale - bassissima in Francia - ed eredità culturale cattolica. Come dimostrano gli studi di sociologi del calibro di Émile Poulat e Danièle Hervieu-Léger, la «civilisation paroissiale», il tessuto un tempo efficiente delle parrocchie per la trasmissione della fede è quasi a rischio di estinzione in Francia. Ma resta una religione come memoria, resta anche presso tanti non praticanti una cultura cattolica, un residuo di valori, perfino una simpatia per il Papa. La percentuale di anti-abortisti in Francia, per esempio, è certamente più alta di quella dei cattolici praticanti.
Anche se oggi ci sono fortunate eccezioni, tanti documenti di esponenti e associazioni ecclesiali francesi in tema politico e sociale sono davvero irrilevanti, perché ripetono stancamente un generico progressismo e slogan sulla pace, la tolleranza e l'accoglienza degli immigrati che non sono sempre sbagliati in sé, ma sono lontanissimi dalle preoccupazioni del francese medio nel 2012, anche del francese che ha ancora un'interesse per la Chiesa. A questi francesi Marine Le Pen, nonostante i suoi due divorzi, ha ora una grande occasione per parlare. Ma è un'occasione che può sprecare, commettendo diversi generi di errori.
Oltre all'apologia del laicismo, c'è anche l'eccessiva ostentazione dei legami con i tradizionalisti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il ricordo nelle interviste che i suoi tre figli sono stati battezzati a Saint Nicolas du Chardonnet a Parigi, la chiesa «occupata» dai lefebvriani. La presenza alle sue manifestazioni di gruppi e associazioni cattolico-tradizionaliste, la cui consistenza in Francia è notevole e non va affatto sottovalutata, fa certamente piacere a Marine Le Pen. Ma «sdoganarsi» significa anche costruire un rapporto con il mondo cattolico che non può passare esclusivamente per i tradizionalisti, i quali - anche nell'auspicata ipotesi di una prossima riconciliazione con la Santa Sede - rimarranno, per usare un eufemismo, poco simpatici alla maggioranza dei vescovi francesi. Marine Le Pen può considerare i vescovi irrimediabilmente ostili alla destra e inavvicinabili. Certamente nessun vescovo in Francia si sogna di considerare come un inetrlocutore lei o il suo partito come sono oggi. Questo, però, era vero anche per la destra italiana prima di Fiuggi. Poi, le cose sono cambiate.
Ma un processo di crescita e uno «sdoganamento» presuppone anche un tentativo di rapporto con il mondo cattolico nel suo insieme - non solo con espressioni «di frangia», per quanto numericamente consistenti -: un rapporto che non può certo ignorare le espressioni istituzionali e l'episcopato, che per di più nell'epoca di Benedetto XVI anche in Francia non è più quello degli anni 1970 o 1980. A Marine serve dunque ancora uno sforzo per puntare la prossima volta non a un'onorevolissima partecipazione alle elezioni, ma alla vittoria.
da "La Bussola Quotidiana"
chiudi
|
|
ARCHITETTURA SACRA - Il Castello della Magione di Poggibonsi da oggi è una delle mille “meraviglie italiane”.
|
24/04/2012 |
Il Castello della Magione di Poggibonsi da oggi è una delle mille “meraviglie italiane”. A candidare l’antico complesso medievale a “Meraviglia Italiana”, il prestigioso riconoscimento promosso dal Forum Nazionale dei Giovani in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia (che ha ottenuto il patrocino della Camera dei Deputati, del Ministro dei Beni ed Attività Culturali, del Ministro della Gioventù, del Ministro del Turismo, e di moltissime regioni italiane), è stato qualche tempo fa il consigliere comunale di Poggibonsi Gianni Martinucci (Pdl), che spiega “Il Castello della Magione è centrale nella nostra vita e rappresenta l’identità cittadina. Sapevo che esisteva questo riconoscimento del Forum a realtà con valore storico e ho voluto candidare la Magione, sia per promuovere il nostro Comune che per sottolineare che a pochi passi dalle grandi città d’arte esistono piccoli gioielli nascosti".
Il forum dei giovani ha raccolto candidature provenienti da tutt’ Italia -da enti locali e associazioni giovanili- e nella Sala convegni di Palazzo Patrizi a Siena si è svolta la premiazione che ha assegnato a Poggibonsi il bollino di “Meraviglia Italiana”.
A ritirare il premio è stato proprio Gianni Martinucci, premiato dal membro della commissione cultura della provincia di Siena, il consigliere provinciale Francesco Michelotti.
“Ringrazio il consigliere Martinucci per l’opportunità che ha dato a Poggibonsi a far conoscere il proprio patrimonio storico- culturale - ha detto il consigliere provinciale Francesco Michelotti a margine della premiazione - Iniziative come questa hanno il grande merito di far conoscere la parte migliore dell’Italia: i luoghi d’arte e cultura e i giovani impegnati per farli conoscere e scoprire. Rivalutando la nostra identità e provvedendo a mantenerla legata ai nostri più autentici valori, possiamo ripartire in un momento di crisi come questo".
chiudi
|
|
CELEBRAZIONI - SAN GIORGIO MARTIRE
|
23/04/2012 |
23 Aprile: San Giorgio Martire, Patrono della Cavalleria e dello Scoutismo, Compatrono della Milizia del Tempio.
Nella Chiesa Magistrale alle ore 18,30 verrà celebrata la S. Messa solenne in rito tridentino, al termine della quale i componenti del Gruppo Scout Valdelsa "Alberto d'Albertis" rinnoveranno, com'è tradizione, la loro Promessa.
A tutti i fedeli cattolici che visiteranno la Chiesa Magistrale nel giorno di S. Giorgio il Santo Padre concede l'Indulgenza Plenaria, alle condizioni previste nell'Enchiridion Indulgentiarum.
I Cavalieri della Milizia del Tempio oggi potranno ottenere l'Indulgenza Plenaria rinnovando anche privatamente e dovunque si trovino il proposito di osservare la Regola.
Ufficio e Messa (I Classe) dal proprio e dal Comune di un Martire nel Tempo Pasquale. chiudi
|
|
CHIESA - ANCORA SUL
|
22/04/2012 |
Non apprezzo i monaci atei. Livi, autorevole e venerabile teologo di establishment nega la cattolicità del “profeta” Bianchi
Continua >>
“Per aver detto ciò che penso su Enzo Bianchi mi danno del cattolico tradizionalista, pigiando con disprezzo sull’aggettivo, ma io non mi sento tale, mi sento piuttosto cattolico punto e basta, uno che senza offendere nessuno cerca di difendere la vera teologia dai falsi profeti, da coloro che dicono di fare teologia e invece altro non fanno che una squallida filosofia religiosa. Bianchi è uno di questi”.
Del clero romano, già decano della facoltà di Filosofia alla Pontificia università lateranense, “il più solido filosofo metafisico che le facoltà teologiche romane e italiane abbiano conosciuto dopo padre Cornelio Fabro” (copyright Sandro Magister), insomma non proprio l’ultimo arrivato, monsignor Antonio Livi spiega al Foglio dove diavolo abbia trovato il coraggio (e soprattutto per quale motivo l’abbia voluto trovare) di attaccare a testa bassa, qualche settimana fa, il monaco più mediatico del panorama ecclesiale italiano, Enzo Bianchi il quale, oltre che fondatore e priore di Bose, è scrittore prolifico ed editorialista per Repubblica, Sole 24 ore, Avvenire e Famiglia Cristiana.
Un attacco durissimo e che, vergato sulle pagine del giornale cattolico on line la Bussola quotidiana, ha provocato qualche tempo dopo la reazione, in difesa di Bianchi, del direttore di Avvenire Marco Tarquinio che poi ha lasciato la palla direttamente al monaco bosiano per un botta e risposta con Livi sui generis rispetto al consueto ecclesialese del quale i personaggi di chiesa ammantano il più delle volte il loro parlare.
“Enzo Bianchi?”, si è domandato Livi il giorno che ha deciso di aprire il fuoco. “Si presenta come il priore della Comunità di Bose, che i cattolici ritengono essere un nuovo ordine monastico, mentre canonicamente non lo è, perché non rispetta le leggi della chiesa sulla vita comune religiosa. I cattolici lo ritengono un maestro di spiritualità, un nuovo san Francesco d’Assisi capace di riproporre ai cristiani di oggi il vangelo sine glossa, ma nei suoi discorsi la scrittura non è la parola di Dio custodita e interpretata dalla chiesa ma solo un espediente retorico per la sua propaganda a favore di un umanesimo che nominalmente è cristiano ma sostanzialmente è ateo”.
Tutto è iniziato il 4 marzo, per colpa di un paginone a colori nell’inserto domenicale di Avvenire nel quale Bianchi, all’inizio della Quaresima, commentava il racconto evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto.
Qui, secondo Livi, Bianchi nega esplicitamente la divinità di Cristo, parla del suo “essere creatura” e lo presenta come un simbolo dell’etica sociale politically correct, l’etica dell’uomo che, come scrive il priore di Bose, deve “avere il cuore e le mani libere per dire all’altro uomo: mai senza di te”.
Ma è l’11 marzo che per Livi la misura diviene colma. Quel giorno Bianchi scrive sulla Stampa un pezzo dedicato a Hans Küng, con tanti elogi al “teologo ribelle” e una dura accusa alla Santa Sede: non comprendendo le ragioni del professore svizzero, anzi togliendogli la qualifica di teologo cattolico, la chiesa avrebbe perso un’occasione importante. Secondo Bianchi, infatti, “le sue posizioni, così stimolanti per i cristiani di oggi e per l’uomo contemporaneo non hanno più avuto come luogo di confronto e di risonanza la comunità cattolica in quanto tale”.
Apriti cielo. Per Livi, da sempre abituato a parlare senza fronzoli e in modo spiccio davanti ai suoi alunni della Lateranense (a lezione non si toglie mai il cappotto), è davvero troppo. Dice: “Ho recentemente pubblicato un libro, “Vera e falsa teologia” (Editrice Leonardo da Vinci), il cui sottotitolo spiega molte cose. Recita così: ‘Come distinguere l’autentica scienza della fede da un’equivoca filosofia religiosa’. Bianchi non fa teologia, non si rifà al dogma cattolico ma un’equivoca ideologia filosofico-politica che ben poco serve a comprendere e a vivere la verità rivelata da Dio. Da troppi anni il priore di Bose non solo gode di grande favore presso gli intellettuali atei ma è anche considerato negli ambienti cattolici un ‘maestro della fede’ e un ‘profeta’ del cristianesimo del futuro: a un certo punto era opportuno che qualcuno facesse notare l’ambiguità di questa operazione culturale. Io non ho nulla contro Bianchi, e tutti hanno la libertà di interpretare il cristianesimo come meglio credono, ma è importante avvertire chi dovrebbe avere responsabilità pastorale (anche giornali come Avvenire e Famiglia Cristiana) che in materia di fede l’unica autorità garantita dalla fede stessa è il magistero della chiesa. La falsa teologia propone soltanto dottrine di uomini, invece di farsi eco della parola di Dio. La teologia è autentica serve alla fede se non contraddice il magistero del Papa e del Concilio, e nemmeno si sovrappone a essi, ma ne tenta un’interpretazione scientifica che risulti affidabile”.
Insomma, sta dicendo lei farebbe vera teologia e Bianchi no? “Io non c’entro. La chiesa ha tanti ottimi teologi anche al giorno d’oggi. Io nel mio libro critico alcuni noti teologi che seguono più Hegel che i concili ecumenici, ma rendo anche omaggio a teologi di fama internazionale come Charles Journet, Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger (oltre a italiani come Carlo Caffarra, Inos Biffi, Rino Fisichella). Io uso la mia competenza epistemologica per mostrare qual è l’unico metodo logico per fare vera teologia. La vera teologia è opera di chi crede nella verità rivelata e procede con metodo scientifico a formulare ipotesi d’interpretazione del dogma al servizio della fede della chiesa. Ma, essendo questo il suo statuto epistemologico, essa deve rispettare il proprio limite ermeneutico e non rimettere in discussione ciò che costituisce il nucleo essenziale (sia in senso semantico che in senso aletico) della fede di sempre e di tutti. Procedere diversamente significa fare, non più teologia ma ‘filosofia religiosa’, che è un discorso su Dio e sulla religione ibrido e incoerente, privo di consistenza aletica, cioè veritativa”.
Sostiene Livi che una filosofia siffatta è anche un regresso al razionalismo e al fideismo dell’Ottocento, che già il Concilio Vaticano I aveva dichiarato incompatibili con la fede cattolica. Dice: “Il razionalismo teologico ha avuto un suo apogeo con Hegel e Schelling, i quali parlavano dei misteri rivelati (l’incarnazione del Verbo, la Trinità) risolvendoli in elucubrazioni meramente filosofiche; nello stesso periodo Kierkegaard esaltava il fideismo. Io dico: tutti sono liberi di non credere a una rivelazione divina e di preferire al Vangelo una sapienza umana, ma non vengano a dire che è teologia, perché questa non è un nutrimento sano della fede ma una specie di sofisticazione alimentare. Chi trasforma la dottrina cristiana in cattiva teoria religiosa, ricorrendo agli artifici della letteratura di moda, allontana i fedeli dall’intelligenza della fede, facendo credere che i dogmi siano d’intralcio alla spiritualità e che la fraternità cristiana consiste nel far proprie, come se fossero sempre valide, tutte le idee dei cosiddetti ‘dissidenti’ e dei contestatori della chiesa-istituzione”.
Alle parole di Livi, Bianchi ha reagito. Scrivendogli una lettera poi resa pubblica, Bianchi assicura Livi della sua “fede cattolica” e della sua “leale appartenenza alla chiesa”. E ancora: “La fede che professo” ha scritto “è quella del credo che proclamo ogni domenica nella messa. Per me, quindi, Gesù Cristo è il Figlio di Dio, il Signore morto e risorto per la nostra salvezza. Se non lo ritenessi tale, ma solo un uomo, lei pensa che avrei scelto la vita monastica cristiana, che da quasi cinquant’anni tento di vivere, con fatiche e inadempienze certo, ma nella fede in Lui?”. Dice Livi: “Un conto è dire che si crede in Dio, un altro è continuare a proclamare attraverso i propri scritti un umanesimo ateo. Anche nelle scorse ore Bianchi ha scritto che la resurrezione di Cristo è un simbolo, il simbolo dell’amore che vince la morte. Scrivere così significa buttare ogni cosa della fede – che è il regno del concreto esistenziale – sull’astratto, nell’ideologia. Significa distruggere il dogma e ridurre la chiesa a umanesimo, il tutto mostrandosi, agli occhi dei credenti, come un profeta, portatore di un messaggio in qualche modo divino. Tutto ciò altro non è che un millantato credito di un intellettuale che molti considerano un monaco, un sacerdote e un teologo, mentre queste qualifiche, nei termini in cui vengono usate nella chiesa cattolica, non gli appartengono”.
Pubblicato sul Foglio giovedì 19 aprile 2012
chiudi
|
|
SOMMO PONTEFICE - 19 aprile 2005 - 19 aprile 2012: VII anno di Pontificato
|
19/04/2012 |
"Nuntio vobis gaudium magnum:
habemus Papam!
Eminentissimum ac reverendissimum dominum,
dominum Josephum,
Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Cardinalem Ratzinger,
qui sibi nomen imposuit Benedicti XVI!"
AD MULTOS ANNOS, BEATISSIME PATER!
chiudi
|
|
TRADIZIONE CATTOLICA - COMUNICATO DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE
|
18/04/2012 |
COMUNICATO DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE "ECCLESIA DEI"
TESTO IN LINGUA ITALIANA
In data 17 aprile 2012 è pervenuto, come richiesto nell’incontro del 16 marzo 2012, svoltosi presso la sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il testo della risposta di S.E. Mons. Bernard Fellay, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Il suddetto testo sarà esaminato dal Dicastero e successivamente sottoposto al giudizio del Santo Padre.
[00513-01.01] [Testo originale: Italiano]
TESTO IN LINGUA FRANCESE
Le texte de la réponse de Son Excellence Monseigneur Bernard Fellay, Supérieur général de la Fraternité sacerdotale saint Pie X, requise au cours de la rencontre du 16 mars 2012 au siège de la Congrégation pour la Doctrine de la Foi, est parvenu le 17 avril 2012. Ce texte sera examiné par le Dicastère et soumis ensuite au jugement du Saint-Père.
[00513-03.01] [Texte original: Français]
[B0220-XX.01]
--------------------------------------------------------------------------------
chiudi
|
|
TRADIZIONE CATTOLICA - Lefebvriani, la risposta positiva è arrivata
|
17/04/2012 |
UN BEL DONO AL PAPA PER L'85° COMPLEANNO ED IL 7° ANNIVERSARIO DELL'ELEZIONE.
Il superiore della Fraternità San Pio X ha sottoscritto il preambolo dottrinale proposto dalla Santa Sede, anche se con qualche lieve modifica.
Continua >>
Andrea Tornielli
Città del Vaticano
La risposta della Fraternità San Pio X è arrivata in Vaticano ed è positiva: secondo le indiscrezioni raccolte da Vatican Insider il superiore dei lefebvriani, il vescovo Bernard Fellay, avrebbe firmato il preambolo dottrinale che la Santa Sede aveva proposto lo scorso settembre, come condizione per arrivare alla piena comunione e all’inquadramento canonico.
Una conferma ufficiale dell’avvenuta risposta dovrebbe avvenire nelle prossime ore. Da quanto si apprende, il testo del preambolo inviato da Fellay propone alcune modifiche non sostanziali rispetto alla versione consegnata dalle autorità vaticane: come si ricorderà, la stessa Commissione Ecclesia Dei non aveva voluto rendere pubblico il documento (due pagine piuttosto dense), proprio perché c’era la possibilità di introdurre eventuali piccole modifiche che però non ne stravolgessero il senso.
In sostanza, il preambolo contiene la «professio fidei», la professione di fede richiesta da chi assume un ufficio ecclesiastico. E dunque stabilisce che va dato un «religioso ossequio della volontà e dell’intelletto» agli insegnamenti che il Papa e il collegio dei vescovi «propongono quando esercitano il loro magistero autentico», anche se non sono proclamati e definiti in modo dogmatico, come nel caso della maggior parte dei documenti del magistero. La Santa Sede ha più volte ripetuto ai suoi interlocutori della Fraternità San Pio X che sottoscrivere il preambolo dottrinale non avrebbe significato porre fine «alla legittima discussione, lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II».
Ora il testo del preambolo con le modifiche proposte da Fellay, e da lui sottoscritto in quanto superiore della Fraternità San Pio X, sarà sottoposto a Benedetto XVI, che il giorno dopo l’ottantacinquesimo compleanno e alla vigilia del settimo anniversario dell’elezione, riceve una risposta positiva dai lefebvriani. Risposta da lui lungamente attesa e auspicata, che nelle prossime settimane metterà fine alla ferita apertasi nel 1988 con le ordinazioni episcopali illegittime celebrate dall’arcivescovo Marcel Lefebvre.
Non è escluso che la risposta di Fellay venga esaminata dai cardinali della Congregazione per la dottrina della fede, nella prossima riunione della «Feria quarta», che dovrebbe tenersi nella prima metà di maggio. Mentre qualche settimana in più sarà necessaria perché avvenga la sistemazione canonica: la proposta più probabile è quella di istituire una «prelatura personale», figura giuridica introdotta nel Codice di diritto canonico nel 1983 e finora utilizzata solo per l’Opus Dei. Il prelato dipende direttamente dalla Santa Sede. La Fraternità San Pio X continuerà a celebrare la messa secondo il messale antico, e a formare i suoi preti nei suoi seminari.
chiudi
|
|
TRADIZIONE CATTOLICA - Roma e Ecône sul punto di raggiungere un accordo
|
14/04/2012 |
La notizia ufficiale la settimana prossima? Speriamo nello Spirito Santo, nella volontà del Santo Padre e nella saggezza di Mons. Fellay. Continua >>
La firma di un documento che stabilisce le relazioni tra la Santa Sede e i discepoli di Mons. Lefebvre è una questione di giorni.
Ufficialmente, il Vaticano attende la risposta di Mons. Bernard Fellay, il superiore dei lefebvriani. Appena ricevuta a Roma - «è una questione di giorni, e non più di settimane», - si indica in Vaticano, essa sarà «immediatamente» esaminata. Se è conforme alle aspettative, la Santa Sede annuncerà molto presto un accordo storico con questo gruppo di fedeli, conosciuto sotto il nome di «integralisti».
Ma ufficiosamente, e con la massima discrezione, i designati hanno lavorato, da entrambe le parti, a «raggiungere un accordo». Nelle ultime settimane, sono stati conclusi i punti finali tra Roma e Ecône, al fine di rispondere meglio alle richieste di «chiarimenti» sollecitati dal Vaticano lo scorso 16 marzo.
Una trattativa molto delicata
È così che la risposta finale di Mons. Fellay, estremamente ponderata e ben preparata, dovrebbe risolvere - questa volta, davvero - una trattativa molto delicata rilanciata da Benedetto XVI dopo la sua elezione, nel 2005.
La commissione «Ecclesia Dei», collocata all'interno della Congregazione per la Dottrina della Fede, il ministero più importante in Vaticano, è responsabile di questo dossier. Ma esso è anche, a questo punto, seguito personalmente da Benedetto XVI. Ed egli vuole un accordo.
Il che lascia pensare le persone ben informate che un risultato positivo sta davvero per realizzarsi. Anche a costo della permanenza di divergenze profonde riguardanti il Concilio Vaticano II.
Divergenze completamente ammesse, del resto, dal Papa. Egli ha posto il suo pontificato nell'ambito di tale linea di reinterpretazione del Concilio Vaticano II. Secondo due linee: eliminare lo spirito di «rottura» del '68 ed evitare di opporre la più alta tradizione della Chiesa alla sua modernità.
Cinquanta anni di opposizione
Lunedì, Benedetto XVI compirà 85 anni. Egli è stanco. I suoi collaboratori non lo non nascondono. Questa settimana si è dovuto riposare a Castel Gandolfo dal suo viaggio estenuante in Messico e Cuba, poi dalle lunghe celebrazioni della Settimana Santa. Dovrebbe tornare in Vaticano Venerdì sera. Priorità sulla sua agenda: questa decisione sulla vicenda lefebvriana. Sarà una delle più pesanti del pontificato.
Da cinquanta anni, i Lefebvriani sono in opposizione con la Santa Sede sul Vaticano II. E in rottura giuridica formale, dal giugno 1988, quando Mons. Marcel Lefebvre ha ordinato quattro vescovi, nonostante il divieto del papa.
Joseph Ratzinger fu incaricato a suo tempo da Giovanni Paolo II delle trattative con il vescovo ribelle. Egli non ha mai accettato questo fallimento. Né, una volta diventato Papa, la prospettiva di uno scisma duraturo nella Chiesa.
Benedetto XVI spinge la Chiesa a riconciliarsi con se stessa
Uno dopo l'altro, Benedetto XVI ha demolito, con tutta la sua autorità papale, gli ostacoli che hanno impedito una completa riconciliazione con i discepoli di Mons. Marcel Lefebvre. E, se un accordo definitivo è annunciato nei prossimi giorni, la parte essenziale del lavoro è stata già messo in atto da questo papa:
◦Il ripristino nel 2007 - come rito «straordinario» nella Chiesa cattolica - della Messa detta in latino, cioè, secondo il Messale di Giovanni XXIII in vigore prima del Concilio Vaticano II.
◦La rimozione, nel 2009, delle scomuniche che colpivano i quattro vescovi ordinati da Mons. Lefebvre.
◦L'avvio, in quello stesso anno, delle discussioni dottrinali tra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X sul Concilio Vaticano II.
L'apparente fallimento di queste ultime, un anno fa, aveva dato l'impressione di un completo fallimento della trattativa.
Il dissenso dottrinale tra i lefebvriani e Roma per quanto riguarda il Concilio Vaticano II è effettivamente abissale. Ma si era dimenticato che l'oggetto di quelle conversazioni non è stato trovare un accordo, ma stabilire l'elenco delle divergenze e delle loro ragioni.
È quindi in piena consapevolezza e, dunque senza alcuna ambiguità, che Roma intende suggellare questa unità ritrovata con Ecône, roccaforte dei lefebvriani in Svizzera. Essa probabilmente comporterà la creazione di uno statuto speciale - una «prelatura personale» - già sperimentato dall'Opus Dei. Questa struttura garantisce una vera autonomia di azione e nello stesso tempo la condivisione della fede cattolica. Il suo superiore risponde direttamente al papa, e non ai vescovi.
Ma la vera «rivoluzione» che Benedetto XVI cerca di lasciare agli occhi della storia della Chiesa cattolica è altrove. Essa non tocca aspetti periferici della Chiesa cattolica. Questi d'altronde fanno già sobbalzare i gruppi contrari a questa riconciliazione. I cosiddetti «progressisti» della Chiesa conciliare che vedono le «conquiste» del Concilio Vaticano II rimesse in discussione. I cosiddetti «ultras» dei ranghi lefebvriani che vedono in questo un tradimento e un compromesso con la Roma modernista.
Questa rivoluzione mira ad una visione allargata della Chiesa cattolica. Benedetto XVI, il teologo, non ha mai ammesso che nel 1962 la bimillenaria Chiesa cattolica si discostasse dalla cultura e dalla forza del suo passato. Più che una riconciliazione con i lefebvriani, egli si ripropone, con questo gesto, una riconciliazione della Chiesa cattolica con se stessa.
[ Fonte : Le Figaro del 13 aprile 2012 by Rorate Caeli ]
chiudi
|
|
TRADIZIONE CATTOLICA - Le domande di un teologo sui problemi dottrinali (e quali?) che non riguardano solo la FSSPX. Anzi...
|
13/04/2012 |
ROMA, 13 aprile 2012 – Nei prossimi giorni è attesa la risposta della Fraternità Sacerdotale San Pio X all'ultima chiamata della Chiesa di Roma per un suo ritorno all'ovile.
I pronostici oscillano tra ottimismo e pessimismo. La partita in corso tra la Santa Sede e la comunità fondata dall'arcivescovo Marcel Lefebvre ha avuto inizio con la remissione della scomunica, il 21 gennaio del 2009, ai quattro vescovi della comunità illegittimamente ordinati dallo stesso Lefebvre. È entrata nel vivo con otto incontri a Roma tra le due parti, tra il mese di ottobre 2009 e il mese di aprile 2011. È culminata con la consegna ai lefebvriani il 14 settembre 2011, da parte della congregazione per la dottrina della fede, di un "preambolo dottrinale" come "base fondamentale per il conseguimento della piena riconciliazione". Ed è proseguita con l'accettazione solo parziale di tale preambolo da parte del lefebvriani, accettazione giudicata da Roma "non sufficiente" per sanare la "frattura".
Fin qui i tempi regolamentari della partita, col fischietto che è suonato lo scorso 16 marzo con un comunicato emesso dalla Santa Sede. Ma in quello stesso giorno sono cominciati i tempi supplementari, che potrebbero durare ancora a lungo. Nello stesso comunicato del 16 marzo Roma ha offerto ai lefebvriani la possibilità di un'ulteriore risposta. Che è quella ora attesa da un giorno all'altro.
Ma qual è esattamente la causa dottrinale della divisione? E perché c'è frattura tra Roma e i lefebvriani per il loro rifiuto di alcune dottrine del Concilio Vaticano II, mentre contemporaneamente altre correnti cattoliche di segno opposto continuano ad abitare indisturbate la Chiesa nonostante anch'esse rigettino insegnamenti capitali dello stesso Concilio?
Sono queste le due domande da cui prende le mosse la nota di John R.T. Lamont, riprodotta qui sotto.
Ad esse egli fa seguire altre tre domande concatenate. Che non approdano a risposte esaustive. Ma consentono di gettare sulla controversia uno sguardo nuovo, a tratti inaspettato: non pregiudizialmente ostile nei confronti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, anzi, tale da apparire fin troppo comprensivo delle sue ragioni.
L'autore, licenziato in filosofia a Oxford e in teologia a Ottawa con il grande teologo domenicano Jean-Marie Tillard, vive in Australia e insegna a Sydney all'Istituto Cattolico e all'Università di Notre Dame, con il mandato canonico dell'arcidiocesi per l'insegnamento della teologia.
Ha pubblicato vari libri e saggi anche su riviste non specialistiche, come l'americana "First Things".
Sull'ultimo numero della rivista internazionale "Divinitas" diretta da monsignor Brunero Gherardini è uscito in questi giorni un suo articolo su come interpretare l'insegnamento del Concilio sulla libertà religiosa: "Pour une lecture pieuse de Vatican II au sujet de la liberté religieuse", Divinitas vol. 55, 2012/1, pp. 70-92.
La seguente nota è stata scritta da John R.T. Lamont espressamente per www.chiesa.
Sandro Magister Continua >>
Le domande di un teologo
di John R.T. Lamont
In un comunicato del 16 marzo 2012, la Santa Sede ha annunciato che il vescovo Bernard Fellay, superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, FSSPX, è stato informato che la risposta della Fraternità al preambolo dottrinale presentatole dalla congregazione per la dottrina della fede è stata giudicata "non sufficiente a superare i problemi dottrinali che sono alla base della frattura tra la Santa Sede e detta Fraternità". Il comunicato non chiarisce se questo giudizio è emesso dalla CDF e approvato dal papa, o se è il giudizio dello stesso papa. Questo giudizio è l'ultimo, finora, di un processo di discussione sulle questioni di dottrina tra la CDF e la FSSPX. La natura e la serietà di questo giudizio solleva importanti interrogativi per un teologo cattolico. Il compito di questo articolo è di rispondere a tali interrogativi.
La segretezza dei colloqui dottrinali in corso rende difficile esprimere un commento sul giudizio. La ragione di questa segretezza è difficile da afferrare, poiché gli argomenti della discussione non riguardano dettagli pratici di una sistemazione canonica – che avrebbe chiaramente beneficiato della riservatezza – ma materie di fede di di dottrina, che riguardano non solo le parti implicate ma tutti i fedeli cattolici. Tuttavia, è stato detto abbastanza in pubblico sulla posizione della FSSPX per consentire una valutazione della situazione. Ci sono due cose che necessitano di essere considerate qui: la frattura tra la Santa Sede e la FSSPX che è stata prodotta dai problemi dottrinali in discussione, e la natura di questi stessi problemi dottrinali.
In una replica a uno studio di Fernando Ocáriz sull'autorità dottrinale del Concilio Vaticano II, padre Jean-Michel Gleize della FSSPX ha elencato gli elementi di questo Concilio che la FSSPX trova inaccettabili: "Su almeno quattro punti gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sono talmente in contraddizione logica con i pronunciamenti del precedente magistero tradizionale, che è impossibile interpretarli nella linea degli altri insegnamenti già contenuti nei precedenti documenti del magistero della Chiesa. Il Vaticano II quindi ha rotto l'unità del magistero, nella misura in cui ha rotto con l'unità del suo oggetto. I quattro punti sono i seguenti.
1."La dottrina della libertà religiosa, così come è espressa nel n. 2 della dichiarazione 'Dignitatis humanae', contraddice gli insegnamenti di Gregorio XVI nella 'Mirari vos' e di Pio IX nella 'Quanta cura', così come quelli di Leone XIII nella 'Immortale Dei' e quelli di Pio XI nella 'Quas primas'.
2."La dottrina della Chiesa, così come è espressa nel n. 8 della costituzione 'Lumen gentium', contraddice gli insegnamenti di Pio XII nella 'Mystici corporis' e nella 'Humani generis'.
3."La dottrina sull'ecumenismo, così come espressa nel n. 8 della 'Lumen gentium' e nel n. 3 del decreto 'Unitatis redintegratio', contraddice gli insegnamenti di Pio IX nelle proposizioni 16 e 17 del 'Syllabus', quelli di Leone XIII nella 'Satis cognitum' e quelli di Pio XI nella 'Mortalium animos'.
4."La dottrina della collegialità, così come espressa nel n. 22 della costituzione 'Lumen gentium', incluso il n. 3 della 'Nota praevia', contraddice gli insergnamenti del Concilio Vaticano I sull'unicità del soggetto del supremo potere nella Chiesa, e la costituzione 'Pater aeternus'".
Padre Gleize ha preso parte alla discussione dottrinale tra la FSSPX e le autorità romane, così come ha fatto anche Ocáriz. Possiamo ragionevolmente assumere le affermazioni citate come una descrizione dei punti dottrinali sui quali la FSSPX non intende transigere e che sono stati presi dalla Santa Sede come inevitabile origine della frattura.
Il Vaticano II come la ragione della frattura?
Il primo interrogativo in cui si imbatte un teologo riguardo alla posizione della FSSPX concerne la questione dell'autorità del Concilio Vaticano II. L'articolo di Ocáriz al quale ha replicato padre Gleize, pubblicato sul numero del 2 dicembre 2011 de "L'Osservatore Romano", sembra sostenere che un rigetto dell'autorità del Vaticano II sia la base della frattura riscontrata dalla Santa Sede. Ma per chiunque sia al corrente sia della posizione teologica della FSSPX sia del clima dell'opinione teologica nella Chiesa cattolica, questa tesi è difficile da capire. I punti menzionati da padre Gleize sono solo quattro del voluminoso insegnamento del Vaticano II. La FSSPX non rigetta il Vaticano II nella sua interezza: al contrario, il vescovo Fellay ha affermato che la Fraternità accetta il 95 per cento dei suoi insegnamenti. Ciò significa che la FSSPX è più fedele agli insegnamenti del Vaticano II di buona parte del clero e della gerarchia della Chiesa cattolica.
Si considerino le seguenti asserzioni di questo Concilio:
"Dei Verbum" 11:
"La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte".
"Dei Verbum" 19:
"I quattro Vangeli, di cui la Chiesa afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfr At 1,1-2)".
"Lumen gentium" 3:
"Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della nostra redenzione".
"Lumen gentium" 8:
"La Fraternità costituita di organi gerarchici e il corpo mistico di Cristo, l'assemblea visibile e la comunità spirituale, la Chiesa terrestre e la Chiesa arricchita di beni celesti, non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola complessa realtà risultante di un duplice elemento, umano e divino".
"Lumen gentium" 10:
"Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all'offerta dell'Eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e la carità operosa".
"Lumen gentium" 14:
"Il Concilio, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta".
"Gaudium et spes" 48:
"Per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento".
"Gaudium et spes" 51:
"La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; l'aborto e l'infanticidio sono delitti abominevoli".
La grande maggioranza dei teologi nelle istituzioni cattoliche in Europa, Nordamerica, Asia e Australia tende a rigettare tutti o la maggior parte di questi insegnamenti. Questi teologi sono seguiti dalla maggioranza degli ordini religiosi e da una parte consistente dei vescovi in queste aree. Sarebbe difficile, ad esempio, trovare un gesuita che insegna teologia in qualsiasi istituzione gesuita che accetti anche uno solo di essi. I testi citati sono solo una selezione degli insegnamenti del Vaticano II che sono rigettati da questi gruppi; e potrebbero essere molto aumentati di numero.
Ebbene, tali insegnamenti fanno parte proprio di quel 95 per cento del Vaticano II che la FSSPX accetta. E a differenza del 5 per cento di quel Concilio rigettato dalla FSSPX, gli insegnamenti riportati sopra sono centrali per la fede e la morale cattoliche, e includono alcuni degli insegnamenti fondamentali di Cristo stesso.
Il primo interrogativo che il comunicato della Santa Sede solleva per un teologo è quindi: perché il rigetto da parte della FSSPX di una piccola parte degli insegnamenti del Vaticano II dà origine a una frattura tra la Fraternità e la Santa Sede, mentre il rigetto di molto più numerosi e importanti insegnamenti del Vaticano II da parte di altri gruppi nella Chiesa lascia questi gruppi tranquilli al loro posto e nel possesso di una piena condizione canonica?
Il rigetto dell'autorità del Vaticano II da parte della FSSPX non può essere la risposta a questo interrogativo. In realtà la FSSPX mostra maggiore rispetto per l'autorità del Vaticano II della maggior parte degli ordini religiosi nella Chiesa. È interessante notare che i testi del Vaticano II rigettati dalla FSSPX sono accettati da quei gruppi dentro la Chiesa che rigettano altri insegnamenti di questo Concilio. Uno potrebbe quindi supporre che sono proprio questi specifici testi – sulla libertà religiosa, la Chiesa, l'ecumenismo, la collegialità – che fanno problema.
La frattura tra la Santa Sede e la FSSPX nasce poiché la Fraternità rigetta questi particolari elementi del Vaticano II, non per una intenzione della Santa Sede di difendere il Vaticano II in blocco. Mentre la frattura non sorge con i gruppi al di fuori della Fraternità che rigettano molto di più del Vaticano II poiché questi gruppi accettano questi particolari elementi. Ma se questo è il caso, il primo interrogativo semplicemente si ripropone con maggior forza.
Problemi con la dottrina cattolica?
Se la frattura tra la Santa Sede e la FSSPX non nasce dal rigetto dell'autorità del Concilio Vaticano II da parte della Fraternità, potrebbe essere il caso che la frattura sorga dalla posizione dottrinale della FSSPX stessa. Dopo tutto ci sono due facce della posizione della FSSPX sul Vaticano II. La prima faccia è la tesi secondo cui alcune affermazioni del Vaticano II sono false e non debbono essere accettate; questa è la faccia che rifiuta l'autorità del Concilio. L'altra faccia è la positiva descrizione della dottrina che dovrebbe essere accettata al posto delle presunte false affermazioni. Questa seconda faccia è l'aspetto più importante della discussione tra la FSSPX e le autorità romane. Dopo tutto, la finalità dell'esistenza di insegnamenti magisteriali è di comunicare la vera dottrina ai cattolici, e la loro autorità sui cattolici deriva da questa finalità. Questa faccia della posizione della FSSPX consiste in affermazioni sulle dottrine che i cattolici dovrebbero credere, affermazioni che in se stesse non dicono nulla sui contenuti o l'autorità del Vaticano II. Dobbiamo quindi considerare se queste affermazioni possono dare origine a una frattura tra la Santa Sede e la FSSPX.
Nel giudicare la posizione dottrinale della FSSPX deve essere tenuto presente che c'è una differenza essenziale tra la posizione della FSSPX sul Vaticano II e la posizione di quei settori dentro la Chiesa che rigettano gli insegnamenti sopra citati della "Dei Verbum", della "Lumen gentium" e della "Gaudium et spes". Questi settori semplicemente sostengono che certe dottrine della Chiesa cattolica non sono vere. Essi rigettano l'insegnamento cattolico, punto. Invece la FSSPX non sostiene che l'insegnamento della Chiesa cattolica è falso. Essa sostiene che alcune delle affermazioni del Vaticano II contraddicono altri insegnamenti magisteriali che hanno più grande autorità, e quindi accettare le dottrine della Chiesa cattolica richiede di accettare questi insegnamenti più autorevoli e di respingere la piccola porzione di errori presenti nel Vaticano II. Essa sostiene che il reale insegnamento della Chiesa cattolica deve essere trovato in precedenti e più autorevoli affermazioni. In positivo, quindi, la posizione dottrinale della FSSPX consiste nel sostenere gli insegnamenti di una parte dei pronunciamenti magisteriali. I più importanti dei pronunciamenti in questione sono elencati da padre Glaize: l'enciclica di Gregorio XVI "Mirari vos", l'enciclica di Pio IX "Quanta cura" con il relativo "Syllabus", le encicliche di Leone XIII "Immortale Dei" e "Satis cognitum", le encicliche di Pio XI "Quas primas" e "Mortalium animos", le encicliche di Pio XII "Mystici corporis" e "Humani generis", e la costituzione del Concilio Vaticano I "Pastor aeternus". Questi sono tutti pronunciamenti magisteriali di grande autorità, e in qualche caso includono definizioni dogmatiche infallibili, cosa che non accade con il Concilio Vaticano II.
Ciò fa nascere il secondo interrogativo riguardo alla posizione della Santa Sede sulla FSSPX, che induce un teologo a chiedersi: come ci possono essere obiezioni alla FSSPX quando essa sostiene la verità di pronunciamenti magisteriali di grande autorità? È un interrogativo che ha già in sé una risposta: non ci possono essere simili obiezioni. Se la posizione della FSSPX sulla dottrina può essere giudicata obiettabile, deve essere sostenuto che questa sua posizione non coincide con ciò che quei pronunciamenti magisteriali realmente insegnano, e quindi che la FSSPX falsifica il significato di tali pronunciamenti. Questa tesi non è facile da sostenere, poiché quando quei precedenti pronunciamenti furono promulgati, essi diedero origine a un considerevole corpo di studi teologici finalizzati alla loro interpretazione. Il significato che la FSSPX assegna ad essi è derivato da questo insieme di studi, e corrisponde a come quei pronunciamenti erano compresi nel tempo in cui furono prodotti.
Ciò rende ancor più puntuale e urgente il terzo interrogativo che sorge in un teologo: che cosa quei pronunciamenti insegnano davvero, se non è ciò che la FSSPX dice che essi insegnano? La risposta che molti daranno è che i significati effettivi di quei pronunciamenti sono dati da, o almeno sono in armonia con, i testi del Concilio Vaticano II che la FSSPX rigetta. Possiamo ammettere questa risposta come vera, ma ciò non ci aiuterà nel rispondere alla domanda. I testi del Vaticano II non offrono molte spiegazioni del significato di quei precedenti pronunciamenti. Ad esempio, la "Dignitatis humanae" dice semplicemente che il suo insegnamento "lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l'unica Chiesa di Cristo". Con ciò non offre alcuna spiegazione del contenuto di questa dottrina.
L'inadeguatezza di questa risposta conduce al quarto interrogativo, che è il seguente: qual è l'insegnamento autorevole della Chiesa cattolica sui punti che sono disputati tra la FSSPX e la Santa Sede? Nessun dubbio che le discussioni dottrinali tra le due parti abbiano implicato un esame della questione, ma la segretezza di tali discussioni lascia il resto della Chiesa al buio su questa materia. Senza una risposta al quarto interrogativo, non c'è possibilità di risposta a questa quinta domanda: perché le posizioni dottrinali della FSSPX danno origine a una frattura tra la Fraternità e la Santa Sede? Ma questa quinta domanda, pur significativa, non ha l'importanza della quarta. La natura dell'insegnamento della Chiesa cattolica sulla libertà religiosa, l'ecumenismo, la Chiesa e la collegialità è di grande importanza per tutti i cattolici. Le domande sollevate dalle discussioni tra la Santa Sede e la FSSPX riguardano la Chiesa tutta, non soltanto le parti impegnate a discutere. chiudi
|
|
CELEBRAZIONI - LUNEDI' DELL'ANGELO
|
09/04/2012 |
Il Vangelo racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe, e Salome andarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamare il corpo di Gesù. Vi trovarono il grande masso che chiudeva l'accesso alla tomba spostato; le tre donne erano smarrite e preoccupate e cercavano di capire cosa fosse successo, quando apparve loro un angelo che disse: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui! È risorto come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto" (Mt 28,5-6). E aggiunse: "Ora andate ad annunciare questa notizia agli Apostoli", ed esse si precipitarono a raccontare l'accaduto agli altri.
chiudi
|
|
CALENDARIO LITURGICO - PASQUA DI RESURREZIONE
|
08/04/2012 |
... ET RESURREXIT TERTIA DIE ...
Il Gran Maestro porge a tutti un cordiale augurio di Santa Pasqua! chiudi
|
|
POLITICA ITALIANA - Marò in India, la vergogna dell'Italia
|
04/04/2012 |
L'incapacità del Governo. L'incredibile posizione del Presidente della Repubblica. Continua >>
Marò in India, la vergogna dell'Italia
di Gianandrea Gaiani 04-04-2012
da "La Bussola Quotidiana"
Nella vicenda dei fucilieri Massimiliano Latorre e del sergente Salvatore Girone, detenuti da un mese e mezzo nelle carceri del Kerala, c’è qualcosa che accomuna le istituzioni italiane e indiane: entrambi non sanno più che pesci prendere per giustificare il loro operato. I magistrati e i poliziotti indiani continuano a reiterare il blocco della petroliera Enrica Lexie nel porto di Kochi e gli arresti giudiziari dei due militari, rinnovandoli ulteriormente di due settimane, ma non sono riusciti a tirare fuori una sola prova che correli nave e soldati italiani ai due pescatori morti sul peschereccio Saint Antony.
Dopo un mese non sono stati comunicati neppure gli esiti della perizia balistica, con ogni probabilità tenuta nascosta perché non dimostrerebbe nessuna relazione tra le armi italiane e i proiettili trovati nei corpi dei due pescatori. Secondo il Times of India la squadra investigativa speciale (Sit) della polizia del Kerala “sospetta che una delle armi utilizzate dai militari debba ancora essere sequestrata”. Fonti autorevoli avrebbero riferito al giornale che “l'arma usata da uno dei marò non è fra le sette sequestrate a bordo della nave”. Ma se non c’è come fanno a dire che appartiene ai marò?
In pratica la polizia ammette di non avere nulla in mano, per questo è tornata a bordo della Lexie a interrogare di nuovo i quattro commilitoni di Latorre e Girone. Gli agenti sostengono che ''qualche altra arma è stata utilizzata da uno dei marò per sparare contro il peschereccio St. Antony'' ma questo conferma quello che i nostri militari hanno sempre detto e cioè che la Lexie non ha mai incontrato il Saint Antony e i pescatori uccisi non hanno nulla a che fare con la petroliera italiana e il suo nucleo di scorta.
Il quotidiano indiano aggiunge poi che ''le prove balistiche possono aver mostrato l'inconciliabilità fra le armi a disposizione e i segni sui proiettili e le incamiciature'' recuperate. Quindi non c’è nessun legame balistico tra le armi dei marò e i pescatori morti poiché i segni lasciati su un proiettile sono unici e costituiscono una “firma” per ogni arma da fuoco. Invece di rilasciare Latorre e Girone e scusarsi con l’Italia gli indiani ne rinnovano la carcerazione forse perché consapevoli che il governo italiano mai alzerà la voce dopo aver calato le braghe per un mese e mezzo di fronte a ogni tipo di sopruso.
Basti pensare che dopo un lungo silenzio il Presidente della Repubblica si è finalmente deciso a dire qualcosa sulla vicenda ironizzando però su quanti chiedono a gran voce la liberazione dei due militari. Rispondendo alle domande dei giornalisti durante la sua visita ad Amman, Giorgio Napolitano ha detto che “se qualcun altro oltre a mettere qualche striscione ha delle idee aspettiamo di conoscerle...'', riferendosi evidentemente alle amministrazioni comunali che hanno esposto le foto di Latorre e Girone e alla manifestazione di sabato scorso organizzata dall’Associazione nazionale marinai d’Italia. Singolare che il Capo dello Stato (che è anche comandante delle forze armate e presidente del Consiglio supremo di Difesa) invece di alzare la voce con un Paese del terzo mondo che tiene prigionieri due militari italiani senza prove e in barba alle leggi internazionali, si limiti invece a prendere in giro la “società civile” mobilitatasi per esprimere solidarietà ai due soldati e chiedere alle istituzioni di agire.
Napolitano ha aggiunto che la situazione dei due marò è "molto difficile" ma "ce la mettiamo tutta" esprimendo rassegnazione per il rinnovo della carcerazione. “Non possiamo fare altro che prendere atto di questa determinazione delle autorità indiane che era tra le previsioni più infauste”. Come se non ci fossero opzioni alternative al calare le braghe di fronte ai soprusi di Nuova Delhi, peraltro così sicura che Roma continuerà a comportarsi da pecora che il ministro degli Esteri, S.M. Krishnai, non solo ha detto che il Kerala ”ha deciso giustamente di arrestare i due marines" ma si è anche detto certo che il caso "non influisce sulle cordiali relazioni tra Italia e India”.
Preso atto che al Quirinale, a Palazzo Chigi e alla Farnesina quando si tratta di tirare fuori grinta e attributi sono a corto di idee proviamo a suggerirne qualcuna. Roma potrebbe portare il caso alle Nazioni Unite denunciando con forza le violazioni del diritto internazionale. Oppure minacciare di interrompere le relazioni diplomatiche e di congelare i rapporti commerciali con l’India incluse le forniture militari. Con un gesto muscolare potremmo persino inviare la flotta guidata dalla portaerei Cavour di fronte al porto di Kochi per creare una crisi con l’India che obbligherebbe la comunità internazionale a intervenire.
Potremmo inoltre esercitare pressioni sugli Stati Uniti e gli altri alleati minacciando di ritirare tutti i contingenti all’estero, incluse le truppe in Afghanistan e le navi della flotta anti-pirateria nell’Oceano Indiano, finché le tutele giuridiche dei nostri militari impegnati oltremare non verranno garantite.
Forse sarebbe sufficiente che l’Italia dimostrasse al mondo che la questione è molto importante e avrà ripercussioni pesanti. Invece nei palazzi romani i due fucilieri sembrano venir considerati un fastidioso e imbarazzante intralcio agli affari con l’India. Colpa anche di leader che non riescono ad essere statisti ma al massimo raggiungono la statura di amministratori delegati che misurano in fatturati il proprio valore.
chiudi
|
|
POLITICA ITALIANA - Caro Napolitano... ecco due idee per i marò
|
04/04/2012 |
Dopo l’invito del Colle a "chi sa solo sventolare striscioni", ecco due idee: richiamare l’ambasciatore a New Delhi e minacciare il nostro ritiro da Afghanistan, Libano e Oceano Indiano
Continua >>
di Fausto Biloslavo - 04 aprile 2012, da "Il Giornale"
Caro Presidente siamo rimasti stupiti dalla sua frase un po' piccata su chi sventola gli striscioni in favore dei marò. Da un politico di lungo corso come lei, fin dai tempi dell'Unione Sovietica, non ce l'aspettavamo e confidiamo che in cuor suo non voleva provocare i tanti italiani mobilitati in difesa dei fucilieri di marina nelle carceri indiane.
Per questo motivo cogliamo la palla al balzo e le sottoponiamo, come da sua richiesta, una serie di ideuzze che ci frullano per la testa. Idee che non possono prescindere dalla volontà di mostrare una volta tanto gli attributi e se necessario sbattere i pugni sul tavolo per far capire a tutti che non siamo la solita Italietta.
Prima di tutto ci chiediamo perchè la Farnesina non ha ancora preso in considerazione il ritiro dell'ambasciatore da New Delhi, che tra l'altro non ha combinato molto dall'inizio della crisi. Sarebbe un segnale forte e chiaro che non ci facciamo prendere a pesci in faccia dagli indiani di turno.
Poi bisognerebbe cominciare a mettere sul piatto la nostra presenza a Herat con quattromila uomini e 50 caduti. Per il governo indiano il non lontano Afghanistan è una spina nel fianco manipolata dal Pakistan storico avversario. La presenza dei nostri soldati serve anche ad evitare all'India un nuovo 11 settembre come quello della strage di Mumbai. Se non vogliono mollarci i due marò, che vengano le truppe indiane a sputare sangue e sudore a Herat e dintorni al posto nostro.
Non solo: la guerra con i talebani non la stiamo né perdendo, né vincendo, ma lo zio Sam ha già suonato la ritirata per il 2014.
Minacciare di tornare a casa prima provocherebbe qualche mal di testa anche a Washington. Forse gli americani, sempre categorici nel processare in patria i loro uomini, compresi i cowboy volanti del Cermis, sarebbero invogliati a far maggiori pressioni sugli alleati indiani per i nostri due marò.
Se questa prima ideuzza le sembra esagerata non dimentichiamoci che siamo presenti in Libano con 1112 uomini e comandiamo la missione delle Nazioni Unite, che non si sono distinte in difesa dei fucilieri di marina nelle galere indiane. I caschi blu di New Delhi, sotto il nostro comando, sono circa 899. Molliamo la guida della missione e torniamocene a casa sempre invitando gli indiani a sostituirci. Poi staremo a vedere come si destreggeranno i caschi blu di New Delhi con gli Hezbollah.
Se anche questa ideuzza suona come una rappresaglia troppo forte le ricordiamo, caro Presidente, che il 29 marzo, quasi un mese e mezzo dopo l'arresto di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, è partita da Taranto la fregata Scirocco. La nave della Marina militare andrà a schierarsi con la flotta della missione europea Atalanta, contro la pirateria, al largo della Somalia. Bruxelles non si è proprio strappata le vesti per i marò e la baronessa Catherine Ashton, che rappresenta l'Europa, aveva addirittura scambiato i fucilieri italiani per guardie private.
Forse ritirare immediatamente la fregata Scirocco dallo schieramento anti pirateria farebbe capire a tutti, compresi gli alleati, che non scherziamo.
Eventualmente la Marina potrebbe solo continuare a monitorare la petroliera italiana Enrica Ievoli nella mani dei pirati somali da fine dicembre. A bordo ci sono 18 uomini di equipaggio: 6 italiani, 5 ucraini e 7 indiani. Se vogliamo mostrare gli attributi qualcuno farebbe bene ad informare l'ambasciatore di New Delhi a Roma che questa volta si occuperanno gli indiani di liberare i propri connazionali. Non come è successo con la nave precedente, la Savina Caylin, dove i 17 indiani di equipaggio sono stati addirittura liberati qualche ora prima degli italiani, per evitare che i pirati se li tenessero ancora qualche mese. Un'operazione avvenuta sotto gli occhi attenti della fregata Grecale con i marò a bordo pronti ad intervenire se qualcosa fosse andato storto.
Neppure l'Onu, che pure pontifica contro la pirateria, ha preso molto in considerazione la causa dei due fucilieri italiani detenuti in India.
chiudi
|
|
TRADIZIONE CATTOLICA - ENZO BIANCHI E LA MESSA ANTICA
|
03/04/2012 |
Benedetto latinorum
Tutti andavano in chiesa convinti di credere in Dio salvo qualche «comunista»
“La messa antica era un monumento della fede ma non provo nostalgia: solo pochi capivano”
Continua >>
Enzo Bianchi
Nell’anamnesi del «tempo di un tempo» da me intrapresa nei mesi scorsi non può mancare una rilettura sulla vita cristiana come era vissuta fino agli anni sessanta nei paesi del Monferrato e delle Langhe. Inoltre, la recente liberalizzazione della antica messa - detta di san Pio V - da parte di Benedetto XVI mi ha riportato più volte al mio vissuto nell’infanzia, nell’adolescenza e nella giovinezza, dato che la riforma liturgica del Vaticano II è stata attuata quando ormai avevo quasi trent’anni. Tutta la mia formazione cristiana, spirituale e teologica era avvenuta prima del concilio e questo evento dello Spirito ha accompagnato i mutamenti non solo della vita ecclesiale, ma anche della mia vita interiore più profonda. Ripeto sovente ai più giovani che io a vent’anni ero un cattolico post-tridentino «doc» nella fede, nella morale, nell’impegno che allora non si diceva «ecclesiale» bensì di «apostolato». Del resto, abitavo di fronte alla chiesa e quindi il parroco mi chiamava regolarmente quando c’era bisogno per le messe, i vespri, i funerali, le «cerimonie» per benedire i temporali e scongiurare la grandine... A sette anni mi fu insegnato il latino e questo mi permetteva di recitare sovente il breviario con il parroco o con i preti che venivano a predicare alla domenica: i frati passionisti, che arrivavano in bicicletta dal santuario delle Rocche e dei quali si raccontavano le eroiche penitenze e le flagellazioni nel giorno del venerdì, e i giuseppini di Asti.
A quei tempi si può dire che nei paesi di campagna tutta la vita era innanzitutto vita di una comunità cattolica, nel senso che tutti andavano in chiesa e dicevano convinti di credere in Dio, salvo qualcuno che si diceva «comunista» ma che la gente preferiva chiamare «strano»: non sorprende quindi che la figura centrale fosse quella del parroco. Era lui l’autorità più ascoltata e rispettata del paese: la gente andava da lui per chiedere consigli, soprattutto di morale, ma anche per un parere in merito al matrimonio, in particolare se la futura sposa non era del luogo. Il parroco era dunque il riferimento di tutti, e anche i pochi che gli erano avversi lo rispettavano, pur tenendosene a distanza. Le tensioni, le polemiche dure e a volte anche le lotte avvenivano per esempio quando qualcuno voleva trasformare il «ballo a palchetto», montato per pochi giorni in occasione della festa patronale, in una pista da ballo permanente... Sì, perché allora il ballo era considerato un luogo di perdizione: chi vi andava doveva poi confessarsi e comunque il parroco dal pulpito, con voce a volte minacciosa a volte implorante, non mancava di fustigare i nuovi comportamenti che iniziavano a prendere piede nel dopoguerra, accusandoli di portare alla distruzione della morale, delle famiglie e della fede cristiana.
A quei tempi la domenica era ancora «la domenica»: il week-end era parola e prassi sconosciuta, nessuno andava via per gite o viaggi, ma tutti dalla dispersione delle cascine in campagna e dai luoghi di lavoro cercavano di ritrovarsi, di incontrarsi per «fare due parole» e rinnovare così la conoscenza e l’amicizia. In chiesa entravano solo donne, ragazze e qualche raro anziano devoto e così iniziava la messa cantata con molta convinzione e fervore, anche se quella gente semplice di campagna non capiva né quello che cantava in latino né tanto meno quello che, sempre in latino, diceva il prete.
Il prete, dopo alcune formule recitate ai piedi dell’altare, saliva gli scalini e cominciava a «dire messa», voltandosi solo per qualche «Dominus vobiscum», cui la gente rispondeva «et cum spiritu tuo», ma cosa dicesse il prete negli oremus o cosa leggesse dal messale nessuno lo sapeva o la capiva. Messalini per i fedeli a quell’epoca non ce n’erano, non li avevano nemmeno le suore: quelli famosi del Caronti o del Lefebvre erano merce rarissima e io, conoscendo bene il latino, ero uno dei pochi che poteva seguire ogni parola. Quanto al Vangelo, il prete lo leggeva dapprima in latino sull’altare, con le spalle girate al popolo, poi si voltava e, recatosi alla balaustra, lo leggeva in italiano per la gente: era quello l’unico testo che tutti capivano, seguito dalla predica in cui trovava spazio ogni genere di ammonizione ed esortazione, attinente più alla situazione e alle vicende locali che non al brano appena letto. Al momento dell’offertorio - ero chierichetto sempre presente - il prete mi mandava fuori sulla piazza a chiamare gli uomini perché entrassero a «prendere messa», altrimenti quella non sarebbe stata più «valida» per loro. Così, mentre le donne recitavano il rosario sottovoce e gli uomini continuavano a parlottare, la messa procedeva spedita, con il prete che bisbigliava tutte le formule. Solo al momento dell’elevazione il campanello avvertiva, svegliava e richiamava tutti: mentre il prete innalzava prima l’ostia poi il calice e si genufletteva, il silenzio si faceva totale e assoluto: chi chinava la testa, chi si metteva in ginocchio, tutti vivevano con grande timore il momento culminante di tutta la messa. Prima della comunione del prete - normalmente l’unico a comunicarsi durante la messa - gli uomini uscivano dalla chiesa e riprendevano i loro capannelli, mentre le donne intonavano canti pii e devoti. Era l’ora in cui ciascuno tornava a casa per il pranzo perché ormai «il dovere era stato fatto».
Ma la domenica non finiva a tavola con il pasto abbondante in cui quasi sempre regnava il «bollito»: molti, soprattutto donne, bambini e vecchi tornavano presto in chiesa per i vespri e poi c’era la doverosa visita al cimitero, perché allora si esprimeva soprattutto così l’amore che si provava per i morti. Verso l’imbrunire si rientrava a casa, ci si toglieva «il vestito della festa» e si tornava al vivere quotidiano segnato dal lavoro da mattina a sera.
Che dire oggi di quella messa «antica»? Era senz’altro consona a quel tempo che era davvero il tempo della cristianità e confesso che a me non ha fatto male, anzi, mi ha fornito una robusta spiritualità cristiana. Tuttavia non ne provo nostalgia, anche se è sempre restata per me un inestimabile monumento della fede, e ne vedo anche con lucidità i limiti: solo pochi capivano cos’era la messa, i più ne riempivano il tempo con la recita del rosario o le chiacchiere sul sagrato; le letture bibliche erano scarsissime: un paio di brani dell’Antico Testamento in tutto l’anno, testi quasi unicamente del Vangelo di Matteo e ammonizioni dell’apostolo Paolo. L’unica variante, ma quasi solo «scenografica», erano le messe da morto dei ricchi e dei notabili, nella cosiddetta «prima classe».
Altri tempi, sì. Ma si avvertiva già un’aria di cambiamento: la chiamavano secolarizzazione, e il prete metteva in guardia dalla modernità che avanzava, dai costumi «americani» - in chiesa si parlava addirittura di «americanismo» come eresia cattolica e pericolo incombente! - dal boom economico. L’arguzia dei contadini sapeva però fare dell’ironia. Ricordo mio padre, amicissimo del parroco anche se assolutamente non praticante, che di fronte all’ennesima predica del parroco contro il consumismo dilagante, gli disse: «Ma come! Quando mangiavate solo voi i capponi era Provvidenza, adesso che li mangiamo anche noi è consumismo!». Anche così, in quel tempo, si viveva, si cercava di essere cristiani, si scherzava, riconoscendo tuttavia il dono prezioso che un prete poteva essere per tutto il paese e per una convivenza serena, per una vita segnata da convinzioni etiche condivise dai più.
© Copyright La Stampa, 30 settembre 2007
chiudi
|
|
MASSONERIA - Massoneria e corruzione dei costumi.
|
02/04/2012 |
Tra la Massoneria ed i Radicali appare sempre più evidente un comune progetto contro il Cristianesimo. Continua >>
di Angela Pellicciari 30-03-2012
Collen Hammond, ex modella e attrice diventata cattolica, in un libro autobiografico di recente pubblicazione racconta come la totale perdita di pudore nell’abbigliamento femminile sia stato uno degli obiettivi tatticamente perseguiti dalla massoneria nell’intento di sradicare la religione.
La signora, madre di quattro figli, cita fra l’altro un numero della International Review on Freemasonry pubblicato nel 1928 in cui si legge: “La religione non teme i colpi di spada; ma può estinguersi sotto i colpi della corruzione. Non stanchiamoci mai della corruzione: usiamo un pretesto come lo sport, l’igiene, la cura della salute. E’ necessario corrompere: che i nostri giovani pratichino il nudismo.
Per scongiurare una reazione eccessiva, bisogna procedere metodicamente: bisogna cominciare con lo scoprire il gomito; poi passare alle ginocchia; quindi a gambe e braccia completamente scoperte; poi la parte superiore del torace, le spalle, ecc. ecc.” (Dressing with dignity, Rockford 2005, p. 53).
Un secolo prima della rivista citata dalla Hammond la strategia delle sette era la stessa. Regnante Gregorio XVI (1831-46) la polizia pontificia scopre documenti e corrispondenza fra carbonari in cui si teorizza che, per ottenere il potere, bisogna passare per la corruzione dei costumi.
Qualche saggio dei documenti resi pubblici per volontà del papa: “Abbiamo deciso che non vogliamo più cristiani; evitiamo dunque di fare martiri: pubblicizziamo piuttosto il vizio presso il popolo”; “L’essenziale è isolare l’uomo dalla famiglia, è fargliene perdere le abitudini”; “L’uomo ama le lunghe chiacchiere al caffè e assistere ozioso agli spettacoli. Intrattenetelo, lavoratelo con destrezza, fategli credere di essere importante; insegnategli poco a poco ad avere disgusto delle occupazioni quotidiane, e così, dopo averlo separato da moglie e figli e dopo avergli mostrato quanto è faticoso vivere adempiendo ai propri doveri, inculcategli il desiderio di una vita diversa”.
Perché la massoneria promuove la corruzione morale della società? Vale la pena di analizzare due risposte, la prima della Civiltà Cattolica, la seconda di Leone XIII, perché entrambe interessanti. A parere della rivista dei gesuiti, che ne parla in un articolo del 1852, lo scopo delle sette “è generalmente antireligioso e antisociale. Esse agognano lo sperperamento e il taglio d’ogni vincolo più sacro, che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella società, nella famiglia, per ricostruire l’umanità sotto una nuova forma di totale servaggio, in cui lo Stato sia tutto, e i capi della setta siano lo Stato”.
Nell’enciclica Humanum genus composta nel 1884 per chiarire ai cattolici la natura della massoneria (che, detto fra parentesi, all’epoca dominava la vita politica e culturale italiana), Leone XIII individua nella promozione del vizio l’arma principale delle sette massoniche: a giudizio del papa solo così, e cioè fiaccando la volontà delle persone col renderle schiave delle passioni, uomini “scaltriti e astuti” avrebbero potuto imporsi e dominare incontrastati. Queste le parole del pontefice: “poiché quasi nessuno è disposto a servire tanto passivamente uomini scaltriti e astuti come coloro il cui animo è stato fiaccato e distrutto dal dominio delle passioni, sono state individuate nella setta dei Massoni persone che dichiarano e propongono di usare ogni accorgimento e artificio per soddisfare la moltitudine di sfrenata licenza; fatto ciò, esse l’avrebbero poi soggiogata al proprio potere arbitrario, e resa facilmente incline all’ascolto”.
Che questi echi lontani di polemiche otto-novecentesche abbiano qualcosa a che fare con la forsennata campagna a favore del matrimonio omosessuale, in un tempo, per di più, in cui l’istituzione matrimoniale giace in stato comatoso?
chiudi
|
|
CHIESA - MONS. LIVI, ENZO BIANCHI E
|
01/04/2012 |
Quei moralisti che relativizzano il dogma e assolutizzano la propria ideologia. Considerazioni finali sul "caso Livi"
Continua >>
La lettera aperta di Enzo Bianchi non fa che confermare l’intenzione di lui e del suo difensore d’ufficio, Marco Tarquinio, di ignorare la fondatezza delle mie critiche.
Io avevo voluto solo richiamare (vedi intervento) l’attenzione su un evidente caso pastorale, quello del millantato credito di un intellettuale che – per come vien presentato – molti considerano un monaco, un sacerdote e un teologo, mentre queste qualifiche, nei termini in cui vengo usate nella Chiesa cattolica, non gli appartengono.
Tarquinio (vedi intervento) ha evitato di entrare nel merito delle mie considerazioni sui modi più adeguati di orientare l’opinione pubblica cattolica, e invece ha costruito ad arte un caso criminale (il “caso Livi”). Non c’era ragione di inventarsi un “caso Livi”, che non interessa nessuno e non serve a niente; Tarquinio e Bianchi sanno benissimo (anche se continuano a dire che non mi conoscevano) che da mezzo secolo mi sto adoperando per favorire una adeguata conoscenza degli insegnamenti autentici della Chiesa, mettendo in evidenza, a partire da questi, i criteri che servono a discernere, tra tanti autori che si presentano come interpreti affidabili della verità cattolica, quelli che effettivamente lo sono.
L’ultimo lavoro di livello scientifico che ho realizzato con questa precisa finalità è un trattato che si intitola Vera e falsa teologia e che ha come sottotitolo: Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”. Si tratta di un testo di studio, riservato a specialisti, e la mia speranza è che quei pochi che vorranno studiarlo lo sappiano apprezzare e diffondano poi questi criteri ad ambiti più vasti del pubblico.
Io però, nel frattempo, non ho rinunciato a cogliere alcune possibilità di rivolgermi direttamente a questo pubblico più ampio, e ho continuato a scrivere delle brevi note su riviste specializzate (Il Timone, Studi cattolici, Rivista del clero italiano, Sacerdos, Città di vita, Nuntium, Fides Catholica, Vita pastorale, per citarne alcune), e in questo contesto si spiega il mio intervento sul La Bussola quotidiana, dove sollevavo appunto un caso pastorale, quello dell’opportunità che un giornale ufficialmente cattolico continuasse a presentare Enzo Bianchi come autorevole maestro di dottrina cristiana.
Il priore di Bose ritiene ovviamente del tutto meritata la sua fama di biblista e di teologo, e Avvenire (giornale che Tarquinio identifica in tutto e per tutto con la Chiesa) assicura che la sua ortodossia è « indiscutibile ». Pertanto, i rilievi critici sui suoi scritti che io mi sono « azzardato » a fare sarebbero soltanto malevole interpretazioni, che costituirebbero oltre tutto un grave attentato all’unità dei credenti, un peccato contro la carità del quale io dovrei « vergognarmi ». In realtà, i discorsi di Bianchi dai quali io avevo preso spunto giustificano ampiamente la mia critica, sorretta peraltro da seri argomenti teologici e corredata da citazioni testuali. Ciò è stato riconosciuto da non pochi esponenti dell’episcopato italiano e da qualificati teologi, mentre Tarquinio e Bianchi insistono ad accusarmi di menzogna e di perfidia.
Riassumo dunque i motivi specifici di questo mio intervento su La Bussola quotidiana. Io mi riferivo innanzitutto all’apologia di Hans Küng che Bianchi aveva fatto sulla Stampa, scrivendo tra l’altro: « La complessità dei problemi sollevati, la durezza di certi accenti polemici, l’incomprensione reciproca ha portato a scavare un fosso sempre più ampio tra Küng e il magistero cattolico ».
Parlare di « incomprensione reciproca » tra i magistero e il teologo equivale a mettere sullo stesso piano (il piano delle opinabili ipotesi scientifiche) gli insegnamenti dell’uno e dell’altro: ed è proprio quello che i “falsi profeti” pretendono, accusando le autorità ecclesiastiche di non averli capiti.
Insomma, loro, di che cos’è il vero cristianesimo ne saprebbero molto di più. La Chiesa avrebbe fatto male, molto male, a diffidare dell’ortodossia di Küng, fino a togliergli la facoltà di insegnare ufficialmente la teologia cattolica a Tubinga. Altre misure “repressive” non si conoscono: quella che si conosce è il minimo che l’autorità ecclesiastica potesse fare dopo che il teologo svizzero aveva insistito a sostenere le sue tesi eretiche.
Perché una sola cosa è « indiscutibile », almeno per chi conosce i fatti e li esamina serenamente, alla luce della dottrina cattolica, e cioè che le tesi di Hans Küng rappresentano la negazione esplicita di tutti i dogmi, a cominciare da quello che nella Chiesa garantisce la funzione carismatica del Papa, ossia la sua infallibilità quando si pronuncia « ex cathedra » su argomenti attinenti alla fede cattolica.
Interpretando la rivelazione divina con le categorie dell’idealismo dialettico, Hans Küng non solo contesta la disciplina ecclesiastica (chiedendo l’abolizione del celibato sacerdotale e l’ordinazione sacerdotale delle donne), non solo critica le norme della morale cattolica (a proposito di contraccezione, di aborto, di omosessualità eccetera) ma attenta al cuore stesso della fede nella Rivelazione, che presuppone la « dottrina degli Apostoli », ossia il Magistero, nella definizione degli articuli fidei e nella loro interpretazione autentica. Da Infehlbar in poi, Hans Küng ha inteso sempre discutere il ruolo ecclesiale di Pietro, l’apostolo al quale Gesù, come narra il Vangelo, ha assicurato la sua speciale assistenza, in modo che la sua fede — allora e nei secoli a venire — non venisse meno, ed egli, una volta convertito, confermasse i suoi fratelli.
L’indefettibilità della Chiesa (« le porte degli inferi non prevarranno su di essa ») non sussisterebbe senza l’infallibilità del Magistero, ossia del collegio episcopale, formato dai vescovi cum Petro et sub Petro.
A Bianchi tutto questo importa ben poco; egli sa bene che Hans Küng ha denigrato tutti e tre i papi con i quali ha avuto a che fare per motivi dottrinali (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI); sa soprattutto che nei riguardi del beato Giovanni Paolo II il teologo svizzero si è espresso in termini gravemente offensivi in un articolo sulla stampa anticattolica tedesca, subito ripreso e pubblicato integralmente in italiano dal Corriere della Sera; per ultimo, sa che ai giornali di orientamento massonico fa comodo che un cattolico porti acqua al mulino della loro polemica contro l’idea stessa di dogma (la pretesa della Chiesa di verità cattolica e l’autorità dottrinale del Papa). Malgrado tutto ciò, Bianchi va a parlare bene di Hans Küng proprio su uno di quei giornali! E Tarquinio ritiene quest’« uomo di Chiesa » adatto a parlare di fede cattolica nel giornale dei vescovi italiani...
È o non è lecito dubitare dell’opportunità pastorale di fare da altoparlante a questi orientamenti dottrinali? Ora, è proprio sulla responsabilità pastorale che si basano le mie osservazioni critiche nei confronti di Bianchi e del direttore di Avvenire. Quello che ambedue dimostrano con i loro discorsi, prima e dopo il “caso Livi”, è la convinzione che la pastorale della Chiesa non possa o non debba prestare troppa attenzione al dogma, e per questo non solo non condividono ma proprio non capiscono il disagio che io provo nel rilevare comportamenti e discorsi pubblici che contribuiscono al disorientamento dottrinale dei cattolici.
Si sente ripetere spesso che “il cristianesimo non è una dottrina”. L’espressione di per sé è ambigua, ma può essere intesa nel modo giusto se completata con il riferimento alla persona di Cristo, come fa talvolta Benedetto XVI. Ma dire che il cristianesimo non è una dottrina non equivale affatto a dire che “il cristianesimo non ha una dottrina”, perché nessuno può aderire con la fede a Cristo se non accetta la sua dottrina (ci si scorda che Egli ha detto: « La mia dottrina non è mia ma di Colui che mi ha mandato »).
E la dottrina della fede non è, non può essere, qualcosa di vago e indeterminato, ma ha una precisa determinazione nelle “formule dogmatiche”.
Ora, se si sa e si riconosce senza riserve mentali che le formule dogmatiche sono l’oggetto proprio della fede, un cattolico non può contribuire volontariamente a far sì che qualcuno, presentandosi come autorevole interprete della fede, neghi espressamente le formule dogmatiche o le relativizzi, ossia non le consideri come verità assoluta.
Ognuno deve fare quello che può per opporsi a questa pastorale erronea, quale che sia la buona fede o il prestigio personale di chi la pratica. Certamente, spetta all’autorità ecclesiastica dire l’ultima parola circa l’ortodossia di una dottrina, ma ciò non toglie che la salvaguardia dell’ortodossia sia responsabilità di ogni cristiano, specie se si tratta di sacerdoti che intendono essere fedeli al ministerium verbi. Il discernimento – grazie al dono della fede – è reso possibile dal fatto che il significato e il senso essenziale di ogni dogma è alla portata di tutti coloro che veramente hanno la fede, così che il confronto critico tra la verità creduta e la dottrina che la contraddice è possibile a tutti.
La frase che ho riportato, alla luce della metafisica implicita nel senso comune e nelle formule con cui la Chiesa ha elaborato il dogma cristologico, non permette altra interpretazione che quella che io ho dato. Gesù, come persona è Dio, non una creatura. La persona del Verbo Incarnato ha due nature: quella sua propria (l’essere Dio) e quella “assunta” dell’umanità; ma la persona rimane una sola, ed è Dio. La natura umana di Cristo è creata, ma Lui, Cristo, non è una creatura. La persona è, in termini metafisici, la “sostanza”, mentre la natura è l’insieme degli accidenti propri.
Uno può usare il linguaggio che vuole: quello preciso della teologia o quello vago della letteratura. Ma i testi che passano per sussidi della catechesi non possono contenere espressioni e frasi che inducono all’errore sul vero significato dell’Incarnazione e della Redenzione. È un controsenso. La catechesi deve rispettare il linguaggio del dogma, perché altrimenti la fede nel mistero rivelato non c’è più. Lo diceva anche Paolo VI nell’enciclica Mysterium fidei a proposito del linguaggio con cui si deve esprimere il mistero eucaristico. Si deve parlare di “transustanziazione” e non di “transfinalizzazione” eccetera.
Infine, per restare in tema di pastorale, il Vaticano II, concilio pastorale, non ha certamente avallato la traduzione del dogma in un linguaggio che testualmente lo neghi: ha invece raccomandato la traduzione del dogma in formule consone alle modalità di pensiero del nostro tempo, purché la logica di base sia quella delle verità del senso comune. Il senso comune non può che interpretare l’espressione « il suo essere creatura », riferita a Gesù, come la negazione implicita del suo « essere Dio ».
La logica del senso comune è ineludibile: non si può pensare che Gesù sia, come persona, una creatura come tutti noi e allo stesso tempo « Colui per mezzo del quale sono state create tutte le cose ».
Quando si opera nel campo della pastorale e si pretendono per sé dei titoli di autorevolezza dottrinale, si deve parlare di Gesù in termini rispettosi della verità rivelata; in concreto, per il caso di cui mi sono occupato, se ne deve parlare chiaramente come di una persona divina che ha unito a sé la natura umana (« il Verbo, che è Dio, si è fatto carne ») e non come di una persona umana.
Un linguaggio come quello usato da Bianchi nel suo scritto (che Tarquinio definisce « una bella e intensa meditazione »), considerato anche tutto il contesto, non aiuta certamente a ravvivare la fede in Cristo come Redemptor hominis, il Dio-con noi.
Tra pochi giorni la liturgia cattolica mette in bocca ai fedeli l’invocazione: « Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo ». Per aiutare a dire queste parole con convinzione di fede non servono, anzi sono controproducenti, i discorsi moraleggianti di Bianchi, che – ripeto e sono in grado di documentare in ogni sede – rispondono alla logica dell’umanesimo ateo. Perché i miei rilievi dottrinali non vengono nemmeno presi in considerazione dal direttore di Avvenire? Perché gli sembra ridicolo e scandaloso il fatto di aver usato l’aggettivo “eretico”? Forse perché condivide l’opinione corrente secondo la quale non si può dire di nessuno che sia eretico, nel significato ovvio di contraddire un dogma, in quanto non si deve più parlare di dogmi; se io lo faccio, sono “fuori”, sono legato a una triste mentalità dogmatica ormai superato da tempo.
Ma si rendono conto – Tarquinio e tutti quanti la pensano come lui – che questa allergia alle distinzioni dogmatiche altro non è che il risultato di quella « dittatura del relativismo » che Benedetto XVI ha chiaramente denunciato già all’inizio del suo pontificato?
Antonio Livi
chiudi
|
|
VITA DELL'ORDINE - Triduo Sacro e celebrazioni pasquali nella Chiesa Magistrale
|
01/04/2012 |
- Domenica 1 Aprile – Ore 9,30: Processione e S. Messa delle Palme
- Giovedì Santo 5 Aprile – Ore 17,00: Missa in Coena Domini; lavanda dei piedi.
- Venerdì Santo 6 Aprile – Ore 15,00: Commemorazione della Passio-ne e Morte del Signore; Messa dei Presantificati.
- Sabato Santo 7 Aprile – Ore 21,00: Veglia Pasquale e S. Messa della Resurrezione. Benedizione delle uova.
- Domenica 8 Aprile – Ore 10: S. Messa di Pasqua. Benedizione delle uova.
La Domenica di Pasqua la S. Messa a S. Donato a Siena sarà celebrata al consueto orario delle 17,00 (Benedizione delle uova).
(La Liturgia nella Chiesa della Magione di Poggibonsi (San Giovanni in Jerusalem – Chiesa Magistrale della Milizia del Tempio) viene celebrata solo nella forma straordinaria del rito ro-mano (tridentino) secondo il motu proprio “Summorum Pontificum” di S.S. il Papa Benedetto XVI ed in accordo con l’Ecc.mo Mons. Arcivescovo.
La S. Messa in rito tridentino si celebra nella Chiesa della Magione tutte le domeniche e le feste di precetto infrasettimanali alle ore 9,30 e nella Chiesa di S. Donato a Siena alle ore 17; nei giorni feriali alle ore 18,40 (il sabato alle ore 18) solo nella Chiesa della Magione.
Nella Chiesa della Magione si amministrano nel rito tridentino anche gli altri Sacramenti).
chiudi
|
|
IN MEMÓRIAM - MONS. UMBERTO MEATTINI E' TORNATO ALLA CASA DEL PADRE
|
29/03/2012 |
Nella foto: Mons. Meattini in abito corale nella Sacrestia della Chiesa Magistrale poco prima di pararsi per la celebrazione della sua ultima Messa alla Magione il 16 Ottobre 2011.
Il funerale sarà celebrato nella Cattedrale di Siena Sabato 31 Marzo alle ore 10,30 dall'Arcivescovo Metropolita di Siena, S.E. Mons. Antonio Buoncristiani. Continua >>
Era Canonico effettivo della Basilica Cattedrale Metropolitana di Siena; già insegnante al Ginnasio del Pontificio Seminario Regionale "Pio XII" di Siena e parroco; colto e studioso della vita dell'Arcidiocesi, aveva scritto molti saggi sui Santi senesi.
Era molto legato alla Milizia del Tempio, di cui era Cappellano, fin dal 19 Settembre 1987 in occasione della Dedicazione della Chiesa Magistrale durante la quale assisteva il Consacrante, S.E. Mons. Fernando Charrier, Vescovo Ausiliare e Vicario Generale dell'Arcidiocesi.
Durante l'anno di crisi per la mancanza di un Sacerdote per la celebrazione della S. Messa festiva, aveva accettato di darci una mano riprendendo a celebrare nel rito antico, nonostante i novant'anni e qualche difficoltà fisica ma con una straordinaria vivacità intellettuale.
Una Domenica mattina, alle ore 8, ci telefonò il Sacerdote che sarebbe dovuto arrivare da Roma per la celebrazione festiva, avvertendoci che aveva perduto l'autobus e che, quindi, non avrebbe celebrato; l'orario della Messa era per le 9,30. Tentammo con alcuni Sacerdoti religiosi toscani ma nessuno era disponibile; pur di non far rischiare la perdita della S. Messa ai numerosi fedeli che venivano anche da fuori città, ci precipitammo a Siena nella Casa di Riposo dove Mons. Meattini era ricoverato. Gli facemmo presente la situazione e, nonostante il divieto di medici e parenti, accettò di aiutarci venendo alla Magione così come lo avevamo trovato, vestito da camera; "non ti preoccupare, Don Umberto; ti mettiamo un camice non trasparente".
Ha celebrato l'ultima S. Messa da noi Domenica 16 Ottobre 2011, fiero del suo abito corale.
Don Umberto, il Signore te ne renda merito e ti accolga nel Suo seno.
R.I.P.
chiudi
|
|
CHIESA - ANCORA SUL PRIORE ENZO BIANCHI
|
28/03/2012 |
Come si dice da noi: "Tutto chiacchiere e distintivi", come un bel pacchetto infiocchettato ma dentro nulla, almeno di buono. Il "Priorissimo" sta arrivando anche in Provincia di Siena perchè il Vescovo di Volterra gli ha concesso la splendida Chiesa romanica di Cellole (San Gimignano) con la relativa grande casa canonica restaurata con il contributo del Monte dei Paschi di Siena, lo stesso che aveva dato 300.00 Euro per la Moschea di Colle di Val d'Elsa, la stessa Banca che in questi giorni rischia di scomparire: non è che il Signore Dio Onnipotente non sia proprio d'accordo?
Così sarà più comodo mandare i seminaristi toscani, ed in particolare quei pochi senesi, a farsi indottrinare dal "Profeta". Continua >>
di
Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Prima, la notizia buona: chi avesse già speso 9 euro per acquistare La differenza cristiana di Enzo Bianchi, ora può risparmiarne 10 evitando di mettere nel carrello Per un’etica condivisa, appena dato alle stampe sempre da Bianchi. Complessivamente, 1 euro guadagnato poiché, se La differenza cristiana è zuppa, Per un’etica condivisa è pan bagnato. Anche nel suo ultimo libretto, il Priore di Bose mena il torrone del cristianesimo minimale buttandoci dentro come canditi tutti quei termini che colpiscono nel profondo i cattolici tentati dall’esserlo sempre meno: l’Ultimo, lo Straniero (in maiuscolo), polis, agorà, ananké (in corsivo), parresia (in tondo) e poi profezia. Tanta profezia, anch’essa in tondo, ma scritta con forza tale da creare un vortice che trascina il lettore in un mondo nuovo, un cristianesimo altro, una spiritualità purissima che manifesteranno il regno di Dio qui e subito, perfettamente. Purché si faccia come insegna fratel Enzo. Anzi, come impone fratel Enzo. Perché la sua scrittura, contrariamente al messaggio minimale che contiene, è tutt’altro che mansueta. Si prenda un suo libro e si contino le frasi che iniziano con un “Sì,”. Quando il ragionamento perde qualche colpo, quando bisogna imprimere nelle testoline dei lettori il concetto giusto, fratel Enzo, come un vecchio marpione dell’omiletica che incespica sul pulpito o un navigato caporedattore di giornale popolare che non riesce a venirne fuori con un titolo, ci infila il suo bravo “Sì,”. Dopo il “Sì” ci vuole sempre la virgola, che irrobustisce la pagina.
Provare per credere. La differenza cristiana, pagina 77, settima riga: “Sì, l’annuncio cristiano non deve avvenire a ogni costo”. Togliete quel “Sì,” e avrete ridotto a un decimo la forza del messaggio, che, detto per inciso, suona tanto come un insulto ai milioni di martiri.
Il Priore di Bose è tutto qui, nel suo dire il quasi nulla con molta forza, nel suo attaccare il dogma mostrandolo intatto ma vuoto. Un “vivere doppio”, come ha scritto Barbara Spinelli sulla Stampa tessendone l’elogio. Un “vivere doppio che è piuttosto un vivere-tra. Tra il mondo e ciò che non è del mondo. Tra adesione alla polis e distacco”. E come si potrebbe definire, se non un vivere-tra, quello di fratel Enzo? Fa l’editorialista del giornale storico della famiglia Agnelli e combatte il capitalismo, scrive sul giornale della Conferenza Episcopale Italiana e bersaglia la gerarchia, commenta il Vangelo su Famiglia Cristiana e proclama le verità altrui, fa il monaco solitario ed è sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo, profetizza nell’iperuranio della teologia engagé e si occupa della legge sugli immigrati.
Un vivere-tra che segna fin dal principio la comunità fondata a Bose, tra Ivrea e Biella, da Enzo Bianchi, classe 1943, dottore in economia e commercio. Era un simbolico 8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio Vaticano II. Bose divenne punto d’incontro tra persone di entrambi i sessi appartenenti al cattolicesimo, al protestantesimo e al mondo ortodosso. E subito ne scaturì il carisma di punta avanzata dell’ecumenismo, di un vivere-tra teologico che fino a oggi non ha avuto alcun riconoscimento ecclesiastico. Non esiste istituto del diritto canonico della Chiesa cattolica che contempli un’entità di tal genere. Se al cattolico ordinario questo può apparire strano, a Bose vi diranno che è profetico. Il fatto che la loro comunità non possa essere contemplata dentro la struttura di questa Chiesa significa solo che la struttura di questa Chiesa deve mutare: troppo gerarchica, costantiniana, fondata sul potere, vecchia. Insomma, non è profetica, non è in grado di comprendere e trasmettere il vero messaggio evangelico. Tanto che, nella Regola di Bose si legge: “Nessuna comunità e nessuna persona possono realizzare ed esaurire tutte le esigenze dell’Evangelo. Solo la chiesa universale nella sua completezza storica può esprimere la totalità degli appelli contenuti in esso”.
Dal che parrebbe che “la chiesa universale nella sua completezza storica” non corrisponda alla Chiesa cattolica. Tanto che la Regola si affretta a dire al fratello e alla sorella di guardarsi bene dall’abbandonare la confessione di provenienza per farsi cattolici. Ma tutto ciò viene detto con tale mitezza e tale soavità e suona tanto bene che il cattolico poco accorto finisce per rimpiangere di essere stato battezzato nella Chiesa di Roma. Se non è così, bisogna che a Bose riscrivano la Regola e usino termini comprensibili a tutti. Però riesce difficile pensare di essersi sbagliati quando, poco più avanti si legge che il Priore, il “compaginatore della koinonía”, è colui che “spezza e interpreta la Parola per la comunità nelle varie congiunture in cui essa si viene a trovare”. Il povero cattolico medio, qui, è costretto a cogliere la contrapposizione tra lo spezzare il Pane Eucaristico e lo spezzare la Parola che spaccò in due la Cristianità ai tempi di Lutero. Ma l’abilità di Bose, della sua Regola e del suo Priore sta nel non arrivare fino in fondo: suggeriscono. E il colpo da maestro di Bianchi sta nell’usare questo linguaggio e nel praticare questi temi come se la vita della Chiesa fosse già mutata. “Ma come” sembra dire ai poveri cattolici medi “siete ancora tanto indietro? Non soffia ancora in voi lo spirito della profezia?”.
Davvero bravo, perché con questo metodo è arrivato ovunque, dalle parrocchie illuminate alla predicazione degli esercizi per gli alti gradi della gerarchia, da trasmissioni radiofoniche come “Ascolta si fa sera” e “Uomini e profeti” ai viaggi di rappresentanza per conto del Vaticano. Eppure, fonti ben informate dicono che alla Congregazione per la dottrina della fede, sul suo conto c’è un dossier riguardante materie come l’ecclesiologia, la sacramentaria e la cristologia. Ma come si fa a mandare avanti una pratica a carico di un personaggio come fratel Enzo? E il dossier rimane lì, anche perché il pensiero di Bianchi non è così minoritario come si potrebbe immaginare.
E’ la storia di Bose, fin dai suoi esordi, a insegnarlo. Nel 1967, il vescovo del luogo vietò qualsiasi celebrazione pubblica nella comunità a causa della presenza di un non cattolico. Ma, il 29 giugno del 1968, l’arcivescovo di Torino, cardinale Michele Pellegrino, entusiasta di quell’esperienza celebrò lui stesso la Messa vanificando di fatto l’atto del vescovo. Oggi, che tra fratelli e sorelle di varia provenienza sono ottanta, non è chiaro se l’interdetto sia formalmente ancora in vigore, ma questo conta poco, poiché si troverebbe anche oggi un cardinale epigono di Pellegrino, pronto a correre in soccorso a Bose.
In ogni caso, fratel Enzo tira avanti. Predica esercizi ad alto livello, convoca e presiede convegni internazionali, è nume tutelare delle edizioni Qiqajon, scrive per grandi editori, compila voci di enciclopedie, tiene cattedra di teologia biblica e patristica all’Università Vita-Salute San Raffaele di don Luigi Verzé. E tutto questo con il solo titolo accademico di dottore in economia e commercio. Un autodidatta. Un magnifico autodidatta, ma pur sempre un autodidatta. E, come tutti gli autodidatti, allievo di se stesso.
Adesso qualcuno vorrà spiegare che lo Spirito soffia dove vuole e che la storia della Chiesa è punteggiata da individui che hanno intuito, profeticamente, strade nuove. Guardate San Francesco. Però, chiunque abbia fatto almeno l’esame di “Storia medievale 1” sa che la grandezza di san Francesco sta nell’essersi rimesso al giudizio della Chiesa di Roma e non nell’averla voluta giudicare. Monsignor Piero Zerbi, maestro dei medievalisti dell’Università Cattolica di Milano insegnava che sta qui la differenza tra Francesco d’Assisi e Pietro Valdo: uno divenuto Santo e l’altro eretico.
Ma fratel Enzo non teme scivoloni e se c’è da menare fendenti su Roma non guarda in faccia a nessuno. “Questo è un tempo triste per chi non possiede la verità e crede nel dialogo e nella libertà” dice nella Differenza cristiana, citando una frase di Zagrebelsky. E poi rincara: “Io aggiungerei che è un tempo triste per certi cattolici che certo non pensano di possedere la verità, ma pur mettendo la loro fede in Dio e in Gesù Cristo che lo ha narrato, sanno che la verità eccede sempre i credenti. (...) Sì, è un tempo triste perché il cristianesimo appare minacciato nel suo specifico, e non minacciato da chi lo avversa o addirittura lo perseguita, bensì, come sovente accade nella storia, dai credenti stessi”.
E così, senza compromettersi facendo nomi, da Papa Benedetto XVI in giù sono sistemati tutti coloro che complottano per depotenziare la nuova Pentecoste avviata con il Concilio Vaticano II, tutti coloro che si oppongono al soffio dello Spirito. Gli altri, invece, i veri credenti, quelli che, come nei migliori ossimori, “non pensano di possedere la verità”, pur se invitati a un generico immergersi “nella storia, nelle sue opacità, nelle sue contraddizioni”, in realtà sono chiamati a divenire “comunità alternativa”.
Anche qui, Bianchi allude, profetizza, più che marcare nettamente. Ma, presi dal suo ragionare, si può essere indotti a immaginare veramente una nuova Pentecoste annunciata ed evocata da “comunità alternative” in cui “si manifesti pienamente la Venuta del Signore”. Una Nuova Era dello Spirito? Non viene specificato, però, nella Regola di Bose si legge che “Nella vita monastica è lo Spirito a chiamare, pur servendosi di mediazioni umane, e non la chiesa tramite il ministero episcopale, come accade per i ministeri ordinati”. E certo colpisce questo continuo evocare, anche se non fino in fondo, la contrapposizione tra una Chiesa istituzionale, vecchia e una Chiesa spirituale, nuova. Il tutto sottolineato da una sezione del sito web della comunità che si intitola “Pneumatofori”, portatori dello Spirito, in cui si dice: “Sono passati tra noi..” seguono 19 nomi per poi concludere “lasciandoci il loro spirito”.
Nell’attesa, le “comunità alternative” sono chiamate a evitare di porre Cristo al centro del proprio agire sociale. Niente leggi che sappiano di sacrestia: l’Altro, lo Straniero siano la regola, il nascondimento sia il mezzo, l’umanizzazione, e non la salvezza, sia il fine. Dunque, in Per un’etica condivisa, Bianchi spiega che gli ripugna un mondo in cui “le chiese propugnano un’etica e concentrano tutte le loro energie affinché sia assunta dalla società, si mostrano capaci di quei servizi necessari ai quali lo stato non sa dare attuazione, soprattutto in risposta ai diversi tipi di povertà ed emarginazione, offrono la loro esperienza e qualità di intervento nell’educazione giovanile, chiedendo però un riconoscimento del proprio ruolo”.
Per non parlare dei cosiddetti “atei devoti che oggi pontificano”. Ai quali Bianchi manda a dire che “non vi è nessuna necessità mondana di Dio, nessuna possibilità di teismo utilitario come invece vorrebbe far credere una società in carenza di ideali. Alla larga da “un progetto che vede le chiese correre in aiuto e supporto alla società per fornire, alimentare valori di cui esse hanno bisogno per il loro ordine ed equilibrio”.
In un colpo solo, fratel Enzo fa fuori gli atei devoti e San Tommaso d’Aquino. Il Dottore Angelico, nella Summa spiega l’utilità delle leggi dello Stato e della repressione penale, che servono ad “abituare a evitare il male e a compiere il bene per timore della pena, in modo che poi esso sia compiuto spontaneamente”. Ma è chiaro che, per dei puri destinati a vivere nel nascondimento e nella carità perfetta, la fatica di produrre leggi che conducano gli uomini al bene, invece che benedetta, appare blasfema.
E’ difficile non far risalire tutto questo a una sottovalutazione dell’Incarnazione di Cristo, da cui scende direttamente l’impegno del cristiano nella vita quotidiana. La Civitas Dei di Sant’Agostino, alla quale appartiene il cristiano, non è un luogo impalpabile e neppure una comunità separata che diventi esempio per la società. L’appartenente alla Civitas Dei ha il dovere mettere mano anche alla città dell’uomo, e il suo impegno è essenzialmente milizia.
Ma se l’impegno è debole, di solito, la cristologia è debole. Il Priore, quando cita Cristo, si affretta a spiegare che è colui che “ha narrato Dio agli uomini”. Linguaggio opaco che produce la sensazione di trovarsi davanti a una vicenda incompleta. Sensazione alimentata da Bianchi con un libretto per bambini intitolato “Gesù. Il profeta che raccontava Dio agli uomini”. E’ vero che dentro dice che Gesù è Figlio di Dio. Ma poi spiega ai suoi piccoli lettori: “Gesù (...) era un bambino come noi che viveva con i suoi genitori, Maria e Giuseppe, in un villaggio una piccola cittadina della Galilea. Quando aveva dodici anni ha sentito una chiama più forte. (...) Gesù è stato inviato, mandato, è divenuto un testimone, cioè uno che raccontava Dio agli uomini”.
Forse, sta qui la ragione del cristianesimo minimale di Bianchi, che ha un precedente illustre in Giuseppe Dossetti, passato dalla militanza nella Dc alla scelta monastica. Non a caso, il Priore di Bose ha un posto fisso nel Consiglio di amministrazione della dossettiana Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna. Come quello di Dossetti, il monachesimo di Bianchi è anomalo. Non sceglie la via della solitudine per lodare e adorare Dio, ma per caricarsi di carisma profetico con il fine ultimo di trasformare la Chiesa e renderla più spirituale e democratica attraverso le alchimie della politica. Un ribaltamento di orizzonte che passa dall’influsso della Chiesa sulla società a quello della società sulla Chiesa.
L’unica differenza tra Dossetti e Bianchi sta nel partner. Il monaco bolognese, tra gli artefici della costituzione repubblicana, fece della sua creatura il luogo d’elezione per l’incontro con il Pci di Togliatti. Pensò la carta costituzionale come piattaforma utopica per un progetto che trasformasse la vita politica italiana e, quindi, anche la Chiesa. Dal che discese una visione ideologica della costituzione in nome della quale Dossetti, prima combattè Craxi e poi lasciò il suo romitaggio per fronteggiare il cavaliere nero Berlusconi.
Bianchi, oggi, ha a che fare con gli eredi di un Pci putrefatto, una sorta di partito radicale di massa in cui convive tutto e in contrario di tutto, da Rosy Bindi a Massimo Cacciari passando per Dario Franceschini: come dire il nulla, l’ideale per le profezie minimali del Priore.
Ma l’obiettivo non è cambiato, nel mirino c’è sempre la Chiesa romana e la sua concezione costantiniana. Il che fa tirare una boccata d’ossigeno a Eugenio Scalfari, che, alla Fiera del libro del 2005 disse: “Se tutti i cattolici fossero come Enzo Bianchi io sarei molto rassicurato”.
Come dargli torto?
chiudi
|
|
CHIESA - ENZO BIANCHI. MONS. ANTONIO LIVI RISPONDE AL DIRETTORE DI
|
27/03/2012 |
(Nella foto: Mons. Antonio Livi con il Beato Giovanni Paolo II). Continua >>
Sig. Direttore,
Il 23 marzo scorso Lei sul Suo giornale mi ingiunge di vergognarmi per quello che avevo scritto su La Bussola Quotidiana a proposito di Enzo Bianchi, accusandomi di aver orchestrato squallide manovre diffamatorie basate sulla menzogna. Siccome alcuni lettori (anche se non tutti) e i cattolici italiani in generale possono aver pensato che queste accuse (che costituiscono – queste sì – denigrazione e diffamazione nei miei confronti) siano fondate, mi vedo costretto a fornire loro pubblicamente alcune spiegazioni.
1. Io non ho scritto contro Enzo Bianchi come persona ma contro la sua “fama di santità”, ossia contro la presentazione che se ne fa come di un vero mistico, di un autorevole interprete della Scrittura, di un venerato maestro di dottrina cristiana, di un eroico combattente per la riforma della Chiesa e per l’ecumenismo. Io vorrei invece richiamare l’attenzione di chi ha responsabilità pastorale sul fatto che i suoi scritti e i suoi discorsi – che certa stampa utilizza come se potessero essere dei validi sussidi per la catechesi ? sono inficiati di un’ideologia neognostica, incentrata sul progetto di una religione universale a carattere etico (la Welthethik), secondo la prospettiva del suo autore di riferimento, che è Hans Küng.
2.Per questo preciso motivo ho deprecato lo spazio e il rilievo che il Suo giornale ha dato a una meditazione biblica di Bianchi, pubblicandola in un paginone a colori di “Agorà” della domenica. Io l’ho visto distribuito in alcune chiese di Roma assieme ai foglietti della Messa, e mi è sembrato assurdo che quel commento di Bianchi al Vangelo della prima domenica di Quaresima fosse presentato ai fedeli quasi come un sussidio per la pastorale liturgica. Quale approfondimento della dottrina cristiana e quale edificazione nella fede eucaristica – mi domandavano – possono venire da discorsi che presentano Gesù come un modello (umano) di quella morale umanitaria che ritiene di poter prescindere dalla grazia del Redentore? Il mondo è pieno di gente che parla di Gesù in termini che sono più propri dell’umanesimo ateo che del dogma cattolico: non è questo che mi turbava: mi turbava il fatto che ancora una volta fosse presentato come un autorevole maestro della fede, con l’autorevolezza che può conferire il “giornale dei vescovi italiani”, un personaggio che, a mio avviso, la vera fede non contribuisce affatto a diffonderla. Non si tratta di un problema personale o ideologico, ma di un problema esclusivamente pastorale, e io come sacerdote lo considero l’unico problema importante.
3.Lei, Direttore, non ha ragione quando scrive che io avrei potuto criticare Bianchi o altri collaboratori di Avvenire «su ciò che è opinabile: valutazioni storiche e socio-culturali, opinioni artistiche, scelte lessicali, giudizi politici…», mentre invece mi sarei «azzardato» a «porre in dubbio la fede altrui e l’altrui indiscutibile adesione alla buona dottrina cattolica su ciò che è opinabile non è». Lei non ha ragione perché io critico appunto il modo di commentare il Vangelo in un giornale ufficialmente cattolico, e in questa materia nella Chiesa c’è sempre stata e sempre ci sarà il diritto di critica (la teologia cattolica e lo steso dogma nascono dal confronto critico con i diversi modi di presentare il contenuto della rivelazione divina). Ciò che per un cattolico «opinabile non è» è solo il dogma enunciato dalla Chiesa con il suo magistero solenne. Le interpretazioni del dogma e la sua presentazione catechetica, così come le scelte pastorali, sono invece materia di libera discussione. Non c’è nulla di criminoso e di vergognoso nel fatto di aver voluto manifestare la mia opinione circa l’inopportunità pastorale di presentare alla meditazione dei fedeli dei discorsi, come quelli di Bianchi, così ambigui rispetto al dogma cattolico. Da quando è diventato «indiscutibile» il fatto dell’«adesione alla buona dottrina cattolica» da parte dei collaboratori dell’Avvenire? Basta la parola del Direttore? È un nuovo caso di «Roma locuta, quaestio finita»?
4.Nel fare quei rilievi dottrinali e pastorali, peraltro, io non ho minimamente voluto «porre in dubbio la fede altrui», cioè di Enzo Bianchi. Sembra che Lei, dottor Tarquinio, non abbia presente la fondamentale distinzione tra la fede come atto interiore del soggetto che aderisce con tutto se stesso a Cristo e alla sua dottrina (e di questo atto interiore è consapevole solo il soggetto stesso) e la fede come enunciazione esteriore (professione di fede, proclamazione della fede, catechesi, evangelizzazione, teologia); io so bene di non dover giudicare la sincerità e la fermezza della fede egli altri (della coscienza di ciascuno di noi è giudice solo Dio, il quale «scruta i reni e il cuore» degli uomini), ma so anche che ho il dovere di giudicare la rispondenza di un discorso sul Vangelo alle verità fondamentali contenute nella dottrina della Chiesa: è un dovere che in primis spetta al collegio episcopale, con a capo il Papa, ma spetta, per partecipazione sacramentale, anche a un semplice sacerdote come me, impegnato da sempre nella formazione cristiana dei fedeli con il mio lavoro pastorale e con la docenza nell’«Università del Papa». Certo, il mio giudizio – di approvazione o di critica – è soggetto a errore dal punto di vista dottrinale, e anche dal punto di vista della prassi può risultare meno opportuno o conveniente: ma è pur sempre un atto legittimo, anzi doveroso, quando uno come me ritiene in coscienza che il bene comune della comunità ecclesiale lo richieda.
5.Lei scrive che il mio è «un testo feroce, nel quale si procede con metodi degni della peggiore “disinformatsja”: estrapolando frasi, selezionando concetti, amputando verità, distillando veleni». In realtà, le frasi dello scritto di Bianchi che ho citato sono testuali, e in un breve scritto non potevo certamente riprodurre tutto il testo pubblicato nel paginone di Avvenire (chi non crede alla sintesi che io ho fatto potrà confrontarla con l’originale); sono però frasi emblematiche, che nemmeno il contesto può contribuire a “salvare” (anzi, a me sembra che tutto il discorso che Bianchi fa sul potere e sul denaro ha senso solo presupponendo che Gesù sia solo un modello morale, un uomo esemplare). Nessuno scrittore dei primi secoli, nessun letterato cristiano moderno, nessun teologo intenzionato a rispettare il dogma si è mai sognato di parlare di Gesù come di una «creatura», di un uomo cioè che insegna agli altri uomini come si deve rispettare Dio, che è il Creatore. Bianchi è un biblista: ma dove mai si trova nella Bibbia la definizione di Gesù come «creatura»? Che cosa avranno pensato quei fedeli che hanno letto il testo di Bianchi sull’Avvenire e poi a Messa hanno recitano il Credo, dicendo di Gesù che Egli è «Dio da Dio» e che è «generato, non creato»? Devono pensare che la professione di fede della Chiesa è una formula antiquata e che è meglio credere alle spiegazioni moderne e aggiornate di Bianchi? Questo è il vero problema: un problema che interessa necessariamente chi ha sensibilità pastorale e si sente responsabile dei messaggi dottrinali che vengono proposti da personaggi che (non sempre meritatamente) godono di credito presso i fedeli, soprattutto se sono veicolati dalla stampa che si presenta come la voce (almeno ufficiosa) della Chiesa italiana.
chiudi
|
|
CHIESA - IL DIRETTORE DI AVVENIRE DIFENDE I FALSI PROFETI
|
24/03/2012 |
Marco Tarquinio, Direttore del giornale dei cattolici italiani, risponde a due lettori che chiedevano spiegazioni sulla puntuale critica telogica del Prof. Mons. Antonio Livi alla posizione dottrinale di Enzo Bianchi, "priore" di Bose. Avvenire dalla parte dei "falsi profeti"?
Signore, da chi andremo?
Dati biografici e pastorali di Mons. Antonio Livi. Continua >>
Nato a Prato il 25 agosto 1938. Ordinato sacerdote nel 1963. Direttore spirituale del Seminario romano per le vocazioni adulte dal 1967 al 1971; Cappellano di Sua Santità dal 1998. Direttore spirituale del Seminario arcivescovile di Benevento dal 200 al 2005. Attualmente fa parte del Clero romano ed è vice rettore della chiesa di Sant’Andrea del Vignola.
Incarichi culturali e attività accademiche
Caporedattore della rivista mensile
Studi cattolici
dal 1972 al 1982.
Membro dell’«Arcipelago, International Society for the Unity of Sciences»
a partire dalla sua istituzione nel 1990.
Socio ordinario della Pontificia Accademica di San Tommaso
dal 1992.
Fondatore e presidente dell’Associazione internazionale “Sensus communis”
(Roma) dal 1998.
Fondatore e direttore (dal 1994) della “Grande Enciclopedia Epistemologica”,
collana di monografie di argomento epistemologico, edita prima dalle Edizioni Romane di Cultura e poi dalla Casa editrice Leonardo da Vinci.
Fondatore e direttore della rivista filosofica Sensus communis. Annuario di logica aletica
(dal 1999).
Docente di Logica e Filosofia della conoscenza nella Pontificia Università Lateranense
(1993-1996); professore stabile ordinario della stessa materia dal 1996
.
Docente di Antropologia alla Libera Università “Campus Bio-medico” (Roma)
nell’anno accademico 1993-1994
.
Visiting professor nell’Università di Navarra (Spagna) e nella Pontificia Università della Santa Croce (Roma)
dal 1996
.
Professore di Filosofia presso lo Studio Teologico di Benevento, affiliato al Pontificio Ateneo “Antonianum”
(Roma), dal 2000 al 2005
.
Direttore editoriale della Casa editrice Leonardo da Vinci
(Roma) dal 1999.
Direttore della rivista internazionale di filosofia Aquinas
dal 2002 al 2008.
Decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense
dal 2002 al 2008
.
Collaboratore dei quotidiani L’Osservatore romano e L’Eco di Bergamo, nonché di vari periodici culturali, tra i quali Filosofia oggi
(Genova) Rivista di filosofia neo-scolastica
(Milano)
Per la filosofia
(Pisa-Roma)
Doctor Communis
(Città del Vaticano)
Acta philosophica
(Roma) Divus Thomas
(Bologna) Tópicos
(Città del Messico) Nova et vetera
(English Edition, New York) Palabra
(Madrid)
Nuestro Tiempo
(Pamplona) Istmo
(Città del Messico)
Humanitas
(Santiago del Cile)
Metafisica y Persona
(Malaga, Spagna) Studi cattolici
(Milano) Il Timone
(Milano)
Città di vita
(Firenze)
Sacerdos
(Roma)
Cultura & Libri
(Roma)
Espiritu
(Barcelona) e Sapientia
(Buenos Aires).
Professore emerito della Pontificia Università Lateranense
dal 2008.
Collaboratore scientifico dei seminari filosofici organizzati dall’Ipe
(Istituto per le attività educative) di Napoli.
Direttore del Comitato scientifico per l’edizione delle opere complete del cardinale Giuseppe Siri,
a cura di Fabrizio Serra Editore (Pisa-Roma), con i patrocinio della Fondazione Kepha.
Membro del Comitato scientifico della rivista on-line
Metafisica y Persona
(Malaga, Spagna), diretto da Tomás Melendo Granados.
Membro del Comitato scientifico della Cattedra “Gloria Crucis”
(promossa dai Padri Passionisti e operante presso la Pontificia Università Lateranense.
Fondatore e presidente (dal 2010) di “Fides et ratio” – Unione apostolica per la difesa scientifica della verità cattolica
.
Il Direttore risponde:
Ammetto di non essermi reso conto per diversi giorni di che cosa era stato scritto di tragicamente ridicolo su internet contro Enzo Bianchi e – en passant – anche contro Avvenire. Lui accusato – udite udite – di eresia monofisita (cioè di considerare Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, solo un uomo) e questo giornale accusato – riudite ri-udite – di tenergli bordone. Ammetto anche, gentile e reverenda sorella e caro signor Todeschini, di essere rimasto quasi senza parole nel leggere le argomentazioni usate da un uomo di Chiesa, il professor Livi, del quale – fin qui – avevo solo sentito parlare. Ho scoperto un testo feroce, nel quale si procede con metodi degni della peggiore "disinformatsja": estrapolando frasi, selezionando concetti, amputando verità, distillando veleni. Una deformazione doppiamente insultante (per l’autore e per l’intelligenza dei lettori) della bella e intensa meditazione del priore Bianchi sulle tentazioni di Nostro Signore che abbiamo pubblicato il 4 marzo scorso. La mia è la constatazione addolorata e ferita di un giornalista non esattamente alle prime armi e che, dunque, se ne intende un po’ del bene o del male che si può fare impugnando la penna. Ma è anche, e soprattutto, la testimonianza civile di uno che ha denunciato più volte, e a diverso proposito, certe squallide procedure di denigrazione e diffamazione. Mi ha davvero colpito, cari amici lettori, il livore della filippica e mi indigna la disonestà intellettuale dell’operazione tentata nel nome della comune fede cattolica contro Enzo Bianchi e, di rimbalzo, ma non casualmente, contro questo giornale. Si può ovviamente non essere d’accordo con il priore di Bose (o con il sottoscritto o con qualsiasi altro giornalista e collaboratore di Avvenire) su ciò che è opinabile: valutazioni storiche e socioculturali, opinioni artistiche, scelte lessicali, giudizi politici...
Ma mi è stato insegnato, e a questo insegnamento resto serenamente e cristianamente fedele, che non ci si può mai permettere – con maligni artifici e disprezzo della verità delle cose e delle parole – di porre in dubbio la fede altrui e l’altrui indiscutibile adesione alla buona dottrina cattolica su ciò che opinabile non è. Chi si azzarda a farlo, e in questo caso si è azzardato, dovrebbe essere capace di vergognarsene. Questa è la speranza.
Marco Tarquinio
***********************************
Prof. Mons. Antonio Livi
Dati biografici e incarichi pastorali chiudi
|
|
SOMMO PONTEFICE - 21 MARZO: SAN BENEDETTO
|
21/03/2012 |
AUGURI, SANTO PADRE!
"Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra et non tradat eum in animam inimicorum eius".
chiudi
|
|
SOMMO PONTEFICE - Solennità di San Giuseppe.
|
19/03/2012 |
Buon onomastico, Beatissimo Padre!
"Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra et non tradat eum in animam inimicorum eius". chiudi
|
|
CHIESA - Falsi profeti: il caso Enzo Bianchi
|
17/03/2012 |
di Antonio Livi 17-03-2012
da "La Bussola Quotidiana"
Enzo Bianchi si presenta come il priore della Comunità di Bose, che i cattolici ritengono essere un nuovo ordine monastico, mentre canonicamente non lo è, perché non rispetta le leggi della Chiesa sulla vita comune religiosa. I cattolici lo ritengono un maestro di spiritualità, un novello san Francesco d’Assisi capace di riproporre ai cristiani di oggi il Vangelo sine glossa, ma nei suoi discorsi la Scrittura non è la Parola di Dio custodita e interpretata dalla Chiesa ma solo un espediente retorico per la sua propaganda a favore di un umanesimo che nominalmente è cristiano ma sostanzialmente è ateo.
Ecco, ad esempio, come Enzo Bianchi commentava il racconto evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto: «Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità» (Avvenire, 4 marzo 2012). Insomma, un’esplicita negazione della divinità di Cristo, i quale è ridotto a simbolo dell’etica sociale politically correct, l’etica dell’uomo che – come scriveva Bianchi poco più sopra – deve «avere il cuore e le mani libere per dire all’altro uomo: “Mai senza di te”» (ibidem).
Grazie al non disinteressato aiuto dei media anticattolici, Enzo Bianchi ha sapute gestire molto bene la propria immagine pubblica: quando si rivolge a quanti si professano cattolici, Enzo Bianchi veste i panni del “profeta” che lotta per l’avvento di un cristianesimo nuovo (un cristianesimo che deve essere moderno, aperto, non gerarchico e non dogmatico, cioè, in sostanza, non cattolico); quando invece si rivolge ai cosiddetti “laici” (ossia a coloro che hanno smesso di professarsi cattolici oppure non lo sono mai stati ma desiderano tanto vedere morire una buona volta il cattolicesimo), Enzo Bianchi si presenta simpaticamente come loro alleato, come una quinta colonna all’interno della Chiesa cattolica (se non piace la metafora di “quinta colonna” posso ricorrere alla metafora, ideata da Dietrich von Hildebrand, di “cavallo di Troia nella Città di Dio”).
Ora, che i media anticattolici (il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, L’Espresso) ospitino volentieri i sermoni del profeta della fine del cattolicesimo (così come ospitano i sermoni di tutti i piccoli e grandi intellettuali, cattolici e non, che auspicano una Chiesa cattolica senza più dogma, senza morale, senza sacramenti, senza autorità pastorale) non desta meraviglia, visto che si tratta di gente che porta acqua al loro mulino; invece, che i media ufficialmente cattolici si prestino (da almeno dieci anni!) a operazioni del genere fa comprendere fino a qual punto di confusione dottrinale e di insensibilità pastorale si sia arrivati nella Chiesa, almeno in Italia (anche se forse negli altri Paesi di antica tradizione cristiana le cosa stanno pure peggio).
Ho parlato di “insensibilità pastorale”, perché è evidente che organi di informazione che sono istituzionalmente al servizio della pastorale (penso a Famiglia Cristiana, che fu fondata da chi voleva promuove l’apostolato della “buona stampa” e che per decenni è stata diffusa soprattutto nelle chiese; penso ad Avvenire, quotidiano voluto da Paolo VI e gestito dalla Conferenza episcopale) non dovrebbero contribuire alla diffusione di ideologie che sono per l’appunto l’ostacolo massimo che oggi la pastorale si trova davanti. La pastorale infatti è costituita essenzialmente dalla catechesi e dall’evangelizzazione, ossia dall’offerta della verità e della grazia di Cristo a chi già crede e a chi ancora deve arrivare alla fede. Come si fa a portare la verità e la grazia di Cristo agli uomini (quelli di oggi, non diversamente da quelli di ieri) se si nasconde loro che Cristo è il Salvatore, cioè Dio stesso fatto Uomo per redimerci dal peccato e assicurarci la salvezza eterna? Come si fa ad avvicinare gli uomini all’Eucaristia, fonte della vita soprannaturale, se agli uomini di oggi si nasconde il mistero della Presenza reale, se non li si educa allo spirito di adorazione, se si annulla la differenza tra l’umano e il divino, se la “comunione” di cui si parla non è principalmente con Dio ma esclusivamente con gli altri uomini (e “comunione” vuol dire solo solidarietà, accoglienza, “fare comunità”).
Come si fa a far amare la Chiesa di Cristo, «colonna e fondamento della verità», se viene messo in ombra il carisma dell’infallibilità del magistero ecclesiastico, se viene esaltato lo spirito di disobbedienza e la critica demolitrice della legittima autorità stabilita da Cristo stesso? Insomma, non è certo segno di sensibilità pastorale orientare il criterio dottrinale dei propri lettori (per definizione si suppone che siano cattolici) con i discorsi bonariamente eretici di Enzo Bianchi. Il quale, peraltro, non fa mistero della sua piena condivisione delle proposte riformatrici di Hans Küng, che con il linguaggio tecnico della teologia dogmatica ha enunciato e continua a enunciare le medesime eresie che Bianchi enuncia con il linguaggio retorico della saggistica letteraria. Nessuno si è sorpreso infatti leggendo sulla Stampa di Torino un recente articolo di Enzo Bianchi (13 marzo 2012) nel quale il priore di Bose ribadisce il suo sostegno alle tesi di Hans Küng, prendendo occasione da una nuova edizione italiana del suo Essere cristiani.
Hans Küng, che è il più famoso (meglio si direbbe famigerato) di tutti i falsi teologi che hanno diffuso nella Chiesa cattolica, a partire dalla seconda metà del Novecento, le ideologie secolaristiche che oggi costituiscono quell’ostacolo alla pastorale del quale parlavo. Lo esalta presentandolo come una specie di “dottore della Chiesa” ingiustamente inascoltato, guardandosi bene dal ricordare (ma lo sanno persino molti lettori della Stampa) che il professore svizzero ha sempre negato la verità dei dogmi della Chiesa e il fondamento teologico della morale cattolica, disconoscendo sempre la funzione del magistero ecclesiastico (a partire dal libro intitolato Infallibile?). Küng non è stato scomunicato né è stato messo a tacere (peraltro, tutti gli editori più importanti dell’Occidente scristianizzato hanno pubblicato e diffuso le sue opere), e non c’è ragione alcuna per la quale egli debba presentarsi ed essere presentato come una vittima della repressione da parte della gerarchia ecclesiastica.
Per disegnargli intorno alla testa l’aureola della santità, Enzo Bianchi parla di Küng come di un protagonista del Vaticano II, facendo finta di ignorare che un concilio ecumenico è un’espressone solenne del magistero ecclesiastico (protagonisti ne sono soltanto i vescovi, e i documenti approvati al termine dei lavori hanno un eminente valore per la dottrina della fede in quanto convocato, presieduto e convalidato dai Papi) e non un convegno internazionale di teologi (Hans Küng, come “perito”, non ha avuto nel Concilio né voce né voto). Insomma, Enzo Bianchi vorrebbe far credere che Küng, malgrado i suoi meriti teologici, non avrebbe ottenuto dall’autorità ecclesiastica la benevolenza e i riconoscimenti che gli spettavano; addirittura, insinua Bianchi, alla Chiesa conveniva mettere Küng, piuttosto che il suo collega Ratzinger, a capo della congregazione per la Dottrina della fede.
Sono assurdità che possono andar bene solo per i lettori della Stampa (quotidiano di collaudata tradizione massonica), ai quali non importa nulla della fede cristiana ma sono ben contenti di vedere la Chiesa cattolica in preda a una profonda crisi dottrinale e disciplinare, sperando che tutto ciò affretti la sua definitiva scomparsa dalla scena sociale e politica. Ma Bianchi è ospitato anche dalla stampa cattolica, e in quella sede l’assurdità di cui parlavo dovrebbe essere percepita da qualcuno.
Qualcuno dovrebbe rinfacciare a Bianchi l’ipocrisia di presentare come vittima del potere ecclesiastico senza dire che il teologo svizzero non ha mai voluto riconoscere la legittimità (cioè l’origine divina) di questo potere, che ad altro non serve se non alla custodia fedele e alla interpretazione infallibile della verità che salva. Bianchi si guarda bene dal riferire tutte le contumelie e gli insulti che Hans Küng è solito scrivere (anche in italiano, sul Corriere della Sera) contro quei papi (soprattutto Paolo VI e Giovanni Paolo II) che non gli hanno dato ragione (e come avrebbero potuto?).
chiudi
|
|
EUROPA - Giustizia gay. Nozze gay, la Ue ci riprova.
|
16/03/2012 |
di Riccardo Cascioli 16-03-2012
da "La Bussola Quotidiana"
Purtroppo ci risiamo. Avevamo giusto parlato ieri della Risoluzione dell’Europarlamento in tema di unioni omosessuali, ed ecco che la Corte di Cassazione interviene sull’argomento con una sentenza “politica” che riconosce le unioni gay. Il caso era quello di due omosessuali che, avendo contratto matrimonio in altro paese europeo, ne chiedevano il riconoscimento in Italia attraverso trascrizione sui registri di stato civile del comune di residenza. La trascrizione era stata ovviamente rifiutata dal Comune, da qui il ricorso alla magistratura: bocciato in primo e secondo grado, il ricorso è arrivato alla Cassazione.
In verità anche la Cassazione non ha potuto fare altro che rigettare il ricorso perché la legge italiana non permette una tale pratica, ma la sentenza è stata infarcita di affermazioni, considerazioni e sollecitazioni al legislatore destinate a provocare conseguenze importanti.
Sostanzialmente la Cassazione dice anzitutto che le coppie gay hanno diritto comunque a vivere la “vita famigliare” e in specifiche situazioni hanno “diritto a un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”. Ma la cosa più dirompente segue subito dopo: dice infatti la Cassazione che "è stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio”. E invita il Parlamento a “individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni" omosessuali, "restando riservata alla Corte costituzionale la possibilità di intervenire a tutela di specifiche situazioni".
In altre parole, la Suprema Corte dice che il diritto naturale – in base al quale la famiglia è solo quella fondata sul matrimonio tra uomo e donna - non esiste e che perciò accoglierebbe volentieri il ricorso della coppia gay, se non fosse per il fatto che la legge di uno stato retrogrado come l’Italia non lo permette. E per questo invita il Parlamento ad adeguarsi immediatamente e la Corte Costituzionale a comportarsi di conseguenza.
Sul merito della vicenda non possiamo non confermare quanto già scritto nell’editoriale di ieri in cui si chiarisce il motivo per cui ogni stato “laico” deve – o dovrebbe – promuovere la famiglia naturale.
Ma specificamente alla presa di posizione della Cassazione non possiamo non notare un’arroganza senza limiti in cui un giudice fa pesare in una sentenza le proprie convinzioni, personali quanto discutibili, facendole passare per patrimonio comune dell’umanità. E addirittura si permette di fare pressioni su governo e parlamento perché si adeguino alle sue idee.
Certo non sorprende molto questa uscita della Cassazione, visto che a firmare la sentenza è stata Maria Gabriella Luccioli, già nota per la sentenza che spianò la strada alla eliminazione di Eluana Englaro, ma anche per altre sentenze mirate a riscrivere il diritto di famiglia, secondo i princìpi dettati dalla cultura vetero-femminista.
Per cui la domanda che ci si deve fare è se è più possibile tollerare che singoli giudici riscrivano le leggi a proprio piacimento anziché applicarle per quel che sono. E’ davvero preoccupante il futuro di un paese dove un potere prende il sopravvento sugli altri e in più gode di una immunità e di una impunità assoluta.
Nozze gay, la Ue ci riprova
di Tommaso Scandroglio15-03-2012
Il 13 marzo scorso il Parlamento europeo ha approvato una Risoluzione “Sulla parità tra donne e uomini nell'Unione europea” (2011/2244 INI). Si tratta di una summa ideologica di posizioni avverse ai principi non negoziabili: si va dall'art. 7 sulla famiglia omosessuale, all'art. 35 e 69 sull'ideologia di genere, all'art. 47 sull'aborto e contraccezione, all’art. 57 sulla sovrappopolazione. Un posto d onore lo merita l'art. 67 forse per la sua novità: la famiglia ora è anche mononucleare, cioè composta di un solo individuo.
Dato che la carne sul fuoco del Parlamento europeo è molta, concentriamo la nostra attenzione sull’art. 7 in cui il Parlamento “si rammarica dell'adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di ‘famiglia’ con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli”.
Questa indicazione appare come un suggerimento rivolto agli stati che non si sono ancora dotati di norme legittimanti il matrimonio omosessuale ad affrettarsi a varare leggi che equiparino al matrimonio eterosessuale quello omosessuale. va precisato che di loro le risoluzioni dell'Europarlamento non sono vincolanti – non possono obbligare gli stati a fare nulla che non vogliono fare – però sicuramente hanno un elevato potere di indirizzo politico.
Il Parlamento europeo non è nuovo ad uscite di questo tipo. Quello che è nuovo è il fatto che ogni volta alza di più il tiro. C’è uno specie di climax ideologico nell’intenzione di distruggere la famiglia fondata sul matrimonio inteso come istituto di diritto naturale.
In una Risoluzione del 1994 il Parlamento invita la Commissione europea a rimuovere “gli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero ad un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni”.
Nel 2000 l’invito, sempre tramite Risoluzione, è rivolto direttamente agli stati che appartengono all’Unione Europea e l’amicale consiglio riguarda non l’istituto del matrimonio bensì il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto. Il Parlamento sprona gli stati verso l’ “equiparazione dei diritti delle coppie omosessuali e a tal fine invita quegli Stati membri che ancora non prevedono tale riconoscimento, a modificare le proprie legislazioni”.
Insisti e poi insisti qualcosa si muove: nel 2001 i Paesi Bassi per primi istituiscono il “matrimonio” omosessuale. Il Parlamento europeo non si lascia sfuggire l’occasione e nel 2002 promuove un’interrogazione parlamentare rivolta alla Commissione europea, interrogazione che pone il seguente quesito: perché non estendere questa disciplina all’intera Europa? Risposta della Commissione: ora è troppo presto dato che l’istituto familiare si evolve seguendo il percepito sociale dei consociati. In Europa attualmente il sentito comune è differente tra stato e stato e quindi è giusto parallelamente che ci siano differenti discipline giuridiche nazionali a riguardo.
Passa qualche anno e il Parlamento torna all’attacco: con la Direttiva del 2004 n. 38 sulla libera circolazione dei cittadini UE all’interno dell’Europa propone alla Commissione europea di attribuire la qualifica di “familiare” anche al partner che convive o è “sposato” con persona dello stesso sesso. Non farlo sarebbe discriminatorio. La Commissione anche questa volta non ci sta e rigetta la proposta per due ordini di motivi. In prima battuta fa notare che, trattandosi di materia attinente alla libera circolazione tra stati membri, la coppia omosessuale o il singolo partner che si reca in un paese in cui non è riconosciuto il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso non si deve sentire discriminato perché in quel paese verrà trattato alla stregua di tutti gli altri cittadini. In secondo luogo – ed è l’aspetto più importante – la Commissione ricorda che su queste materie prevale il principio dell’ “hoste state oriented”. In buona sostanza resiste il principio di sovranità nazionale su questi temi e quindi su di essi c’è una competenza esclusiva dello stato a legiferare: l’Europa non ci può mettere becco.
Detto ciò possiamo però notare che questi plurimi interventi del Parlamento europeo in tema di diritto di famiglia seppur non abbiano efficacia giuridica, però conservano un’efficacia politica nell’orientare le future decisioni autonome dei singoli paesi, provocando così una lenta corrosione degli assetti normativi. Non obbligano, ma influenzano assai.
Le pressioni poi non vengono solo dal Parlamento ma anche da lobby, da Ong, da altri paesi e dalle magistrature.
In merito alle nazioni straniere viene da ricordare l’art. 5 proprio della Risoluzione approvata due giorni fa. In questo articolo si suggerisce agli stati che hanno una legislazione che già disciplina convivenze e “matrimoni” omosessuali di armonizzare tra loro le diverse normative nazionali. Questo senza dubbio creerà uno specie di blocco di stati “moderni” che farà pressione su quelli fermi al giurassico in tema di libertà civili.
In relazione invece al ruolo dei giudici in queste vicende è utile ricordare la sentenza della Corte di Giustiizia Regno di Svezia c. Consiglio (sentenza D, 31 maggio 2001) in cui da una parte si invita il legislatore comunitario ad equiparare al matrimonio eterosessuale non il “matrimonio” omosessuale ma addirittura le sole convivenze tra persone dello stesso sesso. Dall’altra rivolge un severo monito agli stati affinchè al più presto riconoscano le unioni omosessuali.
Ma la pressione giurisprudenziale non è solo made in Europe bensì proviene non di rado anche dall’interno. Il riferimento, tra i molti, è al recente provvedimento del Tribunale di Reggio Emilia che ha concesso la residenza ad un uruguaiano “sposato” ad un italiano a Palma di Mallorca (rimandiamo all’articolo di Andrea Zambrano pubblicato sulla Bussola Quotidiana il 22 febbraio scorso). Il giudice non ha riconosciuto il matrimonio tra i due ma lo status di “familiare” all’uruguaiano. E già si è sentito il chiacchiericcio di qualcuno che chiede al Parlamento di colmare questa lacuna legislativa introducendo il “matrimonio” omosex.
Ora è evidente che il legislatore nazionale si trova sotto il tiro incrociato di più cecchini: l’Unione Europea, i giudici nazionali e internazionali, i media, i centri di potere politico. Nessuno di questi ha l’autorità per imporre al legislatore di introdurre le nozze gay, però il loro potere di persuasione è indiscusso. Qualcuno obietterà che l’Europa e gli altri sostenitori dell’ideologia gender consigliano solo, ma - come insegnano alcuni illustri mafiosi - certi consigli non si possono rifiutare.
chiudi
|
|
CHIESA - Apologia del cattolico senza aggettivi
|
12/03/2012 |
di Marco Respinti1 2-03-2012 da "La Bussola Quotidiana"
"Cattolicone", "supercattolico", addirittura "cattolico talebano". Se ne sente di ogni tipo, e soprattutto di ogni genere se ne legge sui nostri media, quelli che se la notizia non c’è la creano, quelli che la via più breve tra una persona è una cultura è un’etichetta contundente, quelli che fingendo d’informare sformano.
Il "cattolico con l’aggettivo" lo usano per mettere alla berlina quel fedele che, magari persino in politica - horribile auditu -, sa che vi sono princìpi non negoziabili cui appunto non si può rinunciare nemmeno se, per paradosso, lo si volesse; sa che quel che insegna il Magistero è irrinunciabile; sa che la verità o tutta o niente. "Cattolico d’altri tempi", "cattolico démodé", "cattolico integralista": perché, qualcuno pensa che si possa restare davvero cattolici rinunziando ai pezzi sgraditi e imbarazzanti della verità cristiana? No, di certo. Un "cattolico a metà" (o anche meno) non viene del resto preso sul serio nemmeno dagli anticattolici, che per tipi così non sprecano una goccia d’inchiostro.
Volendo infatti intervenire sul cattolico a gamba tesa, dire solamente "cattolico" non basta. È disadorno, essenziale, troppo nudo. Non si riesce a fargli fare la figura del mostro sbattuto in prima pagina. E così scatta il concorso a chi la spara più grossa, a chi inventa gli abbinamenti più funambolici, a chi stupisce con gli effetti sonori più stravaganti. La caricaturizzazione, l’esagerazione e l’eccentricità servono prima per sgomentare, poi - una volta com-mossa la folla, come impongono le regole della rettòrica di Marco Fabio Quintiliano - per colpire. Vi era un tempo in cui bastava dire "cattolico", e quel gioco era fatto. Ma oggi, che tutto è noia, serve un supplemento di spiritosaggine.
Gli è però che talvolta in questo infido tranello ci cascano pure "i buoni", ci caschiamo anche noi che certamente siamo, se non altro, animati da intenzioni ben diverse da quelle degli "anti". Perché, nel nostro mondo insipidito e scolorito, anche a noi sembra, purtroppo, che dire solo "cattolico" non sia sufficiente. Dovendo difenderci dai "taglia-e-incolla", dai molti che (a sinistra e a destra) pensano di dover definire loro cosa vuol dire "cattolico", dai troppi che non sperano più che il nome - proprio, di persona - "cattolico" basti a salvare, ci affidiamo pure noi al tocco magico di una qualifica, all’effetto taumaturgico di un marchietto, alle virtù benefiche di un adesivo appiccicato sul grugno. Come se l’essere cattolico avesse necessità di essere definito, commentato, glossato. Sbagliamo tutti. Il mondo trabocca già di "cattolici fai-da-te" senza che vi sia il bisogno di altri cattolici a propria immagine e somiglianza. Quindi è ora di smetterla. Affinché questa parola sublime, "cattolico", profumata e saporosa, bella e ricca, smetta di essere uno spicciolo da scialacquare in quisquilie. Dire "cattolico" deve tornare a bastare. Dev’essere una carta d’identità e un biglietto da visita. Deve servire da solo, e smettere di mendicare ausili improponibili da altri.
Il cattolico e basta è un cattolico senza aggettivi. Il malcostume di aggettivare la pienezza della verità come se senza il nostro aiuto essa non bastasse, senza il nostro contributo deficitasse, senza il nostro intervento zoppicasse va lasciato volentieri a chi ha sempre qualcosa - un aggettivo - da frapporre tra sé e quelle pienezza che non ha bisogno di rabbocchi né di rincalzi. A quelli, cioè, abituati a lasciare che il Magistero infallibile della Chiesa - donde si è cattolici - vada da una parte mentre loro se ne vanno sereni da un'altra. Ricordate quei "cattolici" bisognosi di aggettivarsi con "adulti"?
chiudi
|
|
TRADIZIONE CATTOLICA - LA SINDONE
|
11/03/2012 |
La Sindone
Studio di un esperto padovano pubblicato in Usa: è l'ipotesi più attendibile
Continua >>
Andrea Tornielli
Padova
La Sindone di Torino, il lenzuolo di lino che secondo la tradizione avrebbe avvolto il corpo di Gesù e che porta impressa la figura di un uomo crocifisso in un modo corrispondente al racconto dei vangeli, rimane un mistero. Uno studio appena pubblicato conclude che l’ipotesi altamente più probabile all’origine dell’immagine sindonica sia quella di una radiazione, in particolare dell’«effetto corona».
Lo scrive Giulio Fanti, professore di Misure meccaniche e termiche al Dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova, che da molti anni porta avanti una ricerca sulla Sindone. Lo studioso ha presentato i risultati del suo lavoro in un articolo appena pubblicato sulla rivista scientifica americana «Journal of Imaging Science and Technology»
«Fin dal 1898, quando il fotografo Secondo Pia ottenne le prime riproduzioni fotografiche della Sindone, molti ricercatori hanno avanzato ipotesi di formazione dell’immagine», spiega Fanti a La Stampa. «Fino ad oggi sono state esaminate molte ipotesi interessanti, ma nessuna di queste può spiegare completamente la misteriosa immagine. Nessuna delle riproduzioni effettuate, nessuna delle copie fabbricate riesce a offrire caratteristiche simili a quelle del telo sindonico».
L’articolo esamina in modo scientifico tutte le più importanti ipotesi, confrontandole con 24 caratteristiche peculiari dell’immagine scelte come le più significative fra le più di cento pubblicate anche recentemente su riviste scientifiche internazionali. Vengono passate in rassegna e vagliate le prime ipotesi formulate dai ricercatori che hanno analizzato le prime fotografie della Sindone agli inizi del ‘900, come quelle che attribuivano la formazione della figura al gesso o all’ammoniaca, all’effetto di un fulmine o a un calco con polvere di zinco. «Ho quindi preso in esame – spiega il professore – le ipotesi più sofisticate come quelle relative alla diffusione di gas o al contatto con il cadavere avvolto in un telo impregnato di aromi e sostanze varie».
«Nella mia ricerca – continua Fanti – ho anche considerato la possibilità della compresenza di più meccanismi, riportando le idee di coloro che, dalla seconda metà del secolo scorso, hanno iniziato a dubitare sull’autenticità della Sindone e hanno quindi proposto tecniche di riproduzione in uso tra gli artisti medievali».
Fra le ipotesi «artistiche» citate nell’articolo, vengono considerate anche quelle di Delfino Pesce e Garlaschelli. «Ho evidenziato – spiega lo studioso – quanto siano distanti i risultati sperimentali ottenibili perfino nel XXI secolo, dalle caratteristiche estremamente particolari della Sindone. Molti studiosi hanno infatti proposto copie artistiche ottime dal punto di vista macroscopico, ma che purtroppo sono molto carenti nel riprodurre molte particolarità microscopiche e che rendono quindi vano il risultato».
Diversa è invece la conclusione per quanto riguarda la possibilità che all’origine vi sia stata una radiazione. Fanti cita le ipotesi di altri studiosi, e descrive i risultati del gruppo dell’ENEA che ha recentemente utilizzato laser eccimeri. «L’ipotesi della radiazione – osserva il professore – permette di avvicinarsi maggiormente alle particolari caratteristiche dell’immagine sindonica, ma presenta ancora un notevole problema: si possono solo riprodurre piccole parti di immagine dell’ordine del centimetro quadrato di tessuto, perché altrimenti sarebbero necessarie energie non ancora disponibili in laboratorio». Gli esperimenti eseguiti a Padova da Fanti in collaborazione con il professor Giancarlo Pesavento hanno richiesto «tensioni elettriche dell’ordine di circa 500.000 volt per ottenere immagini simil-sindoniche di pochi centimetri di lunghezza».
I risultati dell’analisi scientifica condotta da Fanti sono riassunti in due tabelle che dimostrano come una sorgente di radiazione rappresenti l’ipotesi più attendibile. E fra le ipotesi di radiazione, «solo quella che si basa sull’effetto corona (particolare scarica elettrica) soddisfa tutte le caratteristiche peculiari dell’immagine corporea della Sindone», anche se per ottenere una figura così grande come quella presente nel telo torinese, conclude l’autore, «sarebbero necessarie tensioni fino a decine di milioni di volt. Oppure, uscendo dal campo scientifico, un fenomeno legato alla resurrezione».
chiudi
|
|
POLITICA ITALIANA - RIPORTIAMOLI A CASA
|
07/03/2012 |
di Gianandrea Gaiani 07-03-2012
da "La Bussola Quotidiana"
La vicenda dei due fanti del reggimento San Marco, prigionieri delle autorità indiane e ora incarcerati (anche se con qualche privilegio rispetto ai detenuti comuni) sta ridicolizzando il governo italiano che troppo tardivamente ha cominciato ad alzare (sobriamente) i toni con Nuova Delhi.
L'accusa di aver ucciso due pescatori, ritenuti dei pirati che stavano per abbordare la petroliera Enrica Lexie, è priva di prove concrete e dimostra l’arbitrarietà dell’azione giudiziaria indiana del tutto incompatibile con il diritto internazionale dal momento che la petroliera navigava in acque internazionali. Ma questa considerazione nulla toglie ai patetici limiti emersi nell'azione politica, diplomatica e militare italiana durante la gestione di questa crisi.
Le autorità indiane non avevano nessun titolo per indurre la Lexie a entrare nel porto di Kochi ma la decisione assunta dal comandante e dall’armatore ha evidenziato l’assenza di procedure che prevedano di interpellare la Difesa quando a bordo dei mercantili vi sono militari di scorta. Inutile sottolineare che, una volta entrata in acque indiane, la nave andava “protetta” dall’ambasciata italiana che avrebbe almeno potuto portare i militari all’interno di una sede consolare che gode dell’extraterritorialità o impedire, minacciando un grave incidente diplomatico, alla polizia indiana di arrestare due militari italiani in servizio sequestrandone pure le armi. Un atto inaudito mai accaduto in tempo di pace che è stato accolto dal governo italiano quasi con stupore e rassegnazione, non con rabbia e fredda determinazione.
Il governo non ha attivato l’Unione Europea e le Nazioni Unite né inviato verso Kochi la nave da guerra italiana schierata nell’Oceano Indiano per la lotta ai pirati (la fregata Grecale) la cui presenza non avrebbe certo significato la volontà di muovere guerra all’India ma almeno la determinazione dell’Italia a liberare i propri soldati segregati o prigionieri, a seconda dei punti di vista. A rafforzare la percezione degli indiani di poter prendere a schiaffi impunemente l’Italia hanno contribuito i molti errori di Monti e dei suoi ministri. Nelle prime 48 ore nessun ministro o vertice militare ha detto una sola parola sulla vicenda lasciando così che, incontrastate, le accuse indiane prendessero spazio sui media internazionali mentre anche i giornali e le televisioni italiane hanno inizialmente mantenuto la notizia a basso profilo. Persino i siti istituzionali non si occupano della vicenda, escluso quello della Marina militare.
Il tentativo di non irritare gli indiani è stato percepito come un segnale di arrendevolezza così come la visita del ministro degli Esteri Giulio Terzi, che nonostante la detenzione dei due marò non ha rinviato né condizionato il suo viaggio a Nuova Delhi con una nutrita delegazione di aziende. Il business ha il sopravvento sull’arbitraria carcerazione di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone; infatti tra poche settimane arriverà a Roma una delegazione indiana, e a fine marzo le nostre industrie del settore Difesa saranno presenti in massa a Defexpo India, il salone dell’industria militare di Nuova Delhi.
Nessuna dura reazione da parte dell’Italia se non un po’ di “vivissima preoccupazione” benché le prove degli indiani siano una barzelletta. Il calibro dei fucili che avrebbero colpito il peschereccio Saint Antony vennero definiti inizialmente dagli inquirenti da 12,7 millimetri (mitragliatrici pesanti o fucili da tiratore scelto) ma quando si accorsero che sulla Enrica Lexie non c’erano armi di quel calibro ma solo fucili con proiettili da 5,56 millimetri hanno cambiato versione dicendo che il calibro era proprio quello. Peccato che armi e proiettili di quel tipo vengano utilizzati anche dalla Guardia costiera indiana e da quella dello Sri Lanka che spesso spara ai pescherecci indiani che, come il Saint Antony, vanno a pesca di tonno nelle acque dell’isola un tempo chiamata Ceylon. Certo dalle autorità dello Sri Lanka è più difficile ottenere indennizzi e non certo da mezzo milione di euro come quelli chiesti dai famigliari dei due pescatori morti e dal proprietario del peschereccio all’armatore della petroliera italiana.
I pescatori hanno affermato di aver sempre navigato in acque indiane e quindi non potevano incontrare la Lexie che si trovava a oltre 30 miglia dalla costa. A sparare potrebbero essere anche stati uomini armati a bordo dei mercantili greci Olympic Flair e Ocean Breeze che hanno colori e dimensioni simili alla petroliera italiana e almeno una, la Olympic Flair, ha denunciato un attacco dei pirati in acque indiane quello stesso 15 febbraio. Del resto le dichiarazioni dei 9 pescatori superstiti del Saint Antony sono del tutto inattendibili se non costruite a tavolino.
Il 16 febbraio dichiararono alla stampa indiana di non sapere cosa fosse successo perché dormivano quando alcuni colpi uccisero i due uomini in coperta, entrambi nella cabina del timone. Il 22 febbraio, con la Enrica Lexie nel porto di Kochi e i due fucilieri sotto custodia della polizia, i pescatori hanno improvvisamente ricordato tutto.
Freddy, il proprietario del St. Antony, ha detto che il peschereccio è stato colpito da “una pioggia di colpi” per due minuti provenienti da gente armata su una nave nera e rossa (colori della Lexie ma anche di molti altri mercantili) che ha ucciso il timoniere e un altro uomo colpito al petto mentre si trovava a poppa. Se questo racconto fosse credibile tutti i proiettili che hanno colpito il St. Antony avrebbero avuto una traiettoria dall’alto verso il basso. Invece molti di quelli ritrovati erano stati sparati alla stessa altezza o addirittura da più in basso del peschereccio come se chi avesse aperto il fuoco si trovasse su una piccola imbarcazione.
Insomma i conti non tornano, le prove contro gli italiani non esistono e l’India viola il diritto internazionale calpestando il tricolore. Ce n’è abbastanza per aspettarsi dal nostro governo qualcosa di più di una “vivissima preoccupazione”.
chiudi
|
|
CHIESA - Le sferzate di Caterina
|
04/03/2012 |
Dal numero in uscita del mensile "Studi Cattolici" pubblichiamo questo articolo di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro.
Continua >>
di Luigi Negri 03-03-2012
Adriano VI (Papa dal 1522 al 1523) comprese la gravità dell’eresia e dello scisma luterano, ma comprese anche la gravità della situazione interna della Chiesa. Il nunzio Francesco Chieregati lesse a nome del Papa una Istruzione alla Dieta di Norimberga, il 3 gennaio 1523. Testo senza precedenti nella storia della Chiesa. Dopo aver confutato l’eresia luterana, nell’ultima e più notevole parte dell’Istruzione, Adriano tratta della defezione della suprema autorità ecclesiastica di fronte ai novatori.
«Dirai ancora», ecco l’espressa istruzione che egli dà al nunzio Chieregati, «tutti noi, prelati ed ecclesiastici, abbiamo deviato dalla strada del giusto e da lunga pezza non v’era alcuno che facesse bene. Dobbiamo quindi noi tutti dare onore a Dio e umiliarci innanzi a Lui: ognuno mediti perché cadde e si raddrizzi piuttosto che venir giudicato da Dio nel giorno dell’ira sua. Perciò tu in nome nostro prometterai che noi vogliamo porre tutta la diligenza perché venga migliorata prima di tutto la Corte romana, dalla quale forse hanno preso il loro cominciamento tutti questi mali; allora come di qui è partita la malattia, di qui anche comincerà il risanamento, a compiere il quale noi ci consideriamo tanto più obbligati perché tutti desiderano tale riforma. Noi non abbiamo mai agoniato la dignità papale e avremmo più volentieri chiuso i nostri occhi nella solitudine della vita privata: volentieri avremmo rinunciato alla tiara e solo il timore di Dio, la legittimità dell’elezione e il pericolo di uno scisma ci hanno indotto ad assumere l’ufficio di sommo pastore, che non vogliamo esercitare per ambizione, né per arricchire i nostri congiunti, ma per ridare alla Chiesa santa, sposa di Dio, la sua primiera bellezza, per aiutare gli oppressi, per innalzare uomini dotti e virtuosi, in genere per fare tutto ciò che spetta a un buon pastore e a un vero successore di san Pietro. «Però nessuno si maravigli se non eliminiamo d’un colpo solo tutti gli abusi, giacché la malattia ha profonde radici ed è molto ramificata. Si farà quindi un passo dopo l’altro e dapprima si ovvierà con medicine appropriate ai mali gravi e più pericolosi affinché con una affrettata riforma di tutte le cose non si ingarbugli ancor più il tutto. A ragione dice Aristotele che ogni improvviso cambiamento è pericoloso alla repubblica».
Nella Lettera a un grande Prelato, Santa Caterina da Siena (1347-1380) aveva scritto: «Non dormite più in negligenzia; adoperate nel tempo presente ciò che si può. Credo che vi verrà altro tempo che anco potrete più adoperare; ma ora pel tempo presente vi invito a spogliare l’anima vostra d’ogni amore proprio, e vestirla di fame e di virtù reale e vera, a onore di Dio e salute dell’anime. Confortatevi in Cristo Gesù dolce amore: che tosto vedremo apparire i fiori. Studiate che il gonfalone della Croce tosto si levi; e non venga meno il cuore e l’affetto vostro per veruno inconveniente che vedeste venire; ma più allora vi confortate, pensando che Cristo crocifisso sarà il facitore e adempitore degli spasmati desideri de’ servi di Dio. Non dico di più. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso: ponetevi in croce con Cristo crocifisso; nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso: fatevi bagno nel sangue di Cristo crocifisso. Perdonate, Padre, alla mia presunzione. Gesù dolce, Gesù amore».
Il Magistero e la santità ci interpellano in modo radicale. È in questione la verità della nostra vita cristiana e, quindi, la verità della santa Chiesa. «Qui habet aures audiendi, audiat».
chiudi
|
|
CHIESA - Il cardinale Piacenza: “La chiesa ama la libertà e la modernità”
|
03/03/2012 |
Il Prefetto del clero, parla alla Cattolica di Milano e smentisce l’idea di una Chiesa “contro” e aggiunge che "nei media troppo spesso abita l'intolleranza relativista"
Continua >>
Andrea Tornielli
Milano
« Nessuno ama la libertà, il progresso e la modernità più della Chiesa…». Lo ha detto oggi il cardinale Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il clero, nella prolusione che ha tenuto ai corsi di teologia dell’Università Cattolica di Milano. Il cardinale ha parlato di «quale Chiesa per quale mondo», ed è sembrato riecheggiare, in un passo del suo discorso, il titolo del libro di Sergio e Beda Romano «La Chiesa contro».
«Appare sempre più evidente, in questo nostro tempo, come, dopo il crollo delle ideologie ateiste, che postulavano la possibilità di fare a meno di Dio, la vera obiezione, il vero obiettivo del potere e della dipendente cultura dominante sia la Chiesa», ha detto il porporato. Il quale ha anche ricordato come la Chiesa, in quanto «prolungamento dell’avvenimento di Cristo nel tempo e nello spazio», sia anche «totalmente relativa».
Oggi, ha continuato, «si pensa di poter fare a meno di Dio e il senso del sacro viene considerato come un retaggio del passato, dal quale l’uomo “adulto” si è emancipato, anche la Chiesa, che di Dio, e quindi del sacro, ritiene di essere presenza, non può che venir concepita come “qualcosa da cui liberarsi” per divenire finalmente “adulti”». In questo contesto, il relativismo viene presentato come «l’unico orizzonte nel quale la democrazia può vivere».
«Vorremmo stupire» chi la pensa così, ha detto Piacenza, «affermando che anche la Chiesa è, in certo modo, relativa, nel senso che non esiste per se stessa, non è il punto d’arrivo, ma deve rinviare oltre sé, verso l’alto. Quando la Chiesa non è ciò che deve essere, cioè quando i suoi membri non rimandano a Dio, ma vivono in maniera totalmente mondanizzata, la forza profetica dell’intero corpo ecclesiale risulta indebolita e la stessa radicalità dell’identità della Chiesa, come presenza divina nel mondo, appare come inconcepibile».
C’è dunque un’abissale differenza, ha sottolineato il Prefetto del clero, tra il «relativismo ecclesiale», che «parla di relazione e che rimanda a Dio, e il relativismo culturale dominante». «Chi è più libero?», si è chiesto Piacenza. «Chi conosce la mèta del proprio viaggio e, di giorno in giorno, ne gusta le tappe, o chi è costretto a vagare senza mèta, da un luogo ad un altro? Chi è più “moderno”? Chi vive il presente, intuendone il significato radicato nel passato e, perciò, proteso verso un futuro di bene, o chi del presente è prigioniero, senza radici e senza prospettiva?».
«Nessuno – ha aggiunto il cardinale – ama la libertà, il progresso e la modernità più della Chiesa, perché la Chiesa è la comunione di coloro che sono stati definitivamente liberati da Cristo, e di questa libertà, che diviene appartenenza a Lui, sono testimoni, desiderandola per se stessi e per tutti gli uomini, lottando per essa, affinché tutti coloro a cui è dato di godere di questa straordinaria esperienza, che chiamiamo vita, possano accogliere la liberazione scaturita da Cristo».
Proprio «questo amore smisurato per Dio, che si è fatto uomo, che porta la Chiesa ad amare appassionatamente ogni uomo. Anche chi non è cristiano, anche chi non fosse credente, è amato dalla Chiesa perché uomo, perché la Chiesa, comunità dei salvati da Cristo, fa autentica esperienza di liberazione e si spende, concretamente, in ogni parte del mondo, perché la libertà e la dignità, che ne è parte integrante e sostanziale, siano riconosciute a ciascuno».
Il cardinale ha spiegato come la Chiesa abbia, rispetto a tutte le ideologie che mirano a ridurne la presenza o a eliminarla, «il vantaggio di essere viva e di vivere, in modo assolutamente moderno, anzi contemporaneo, nel presente, in questo presente!».
«La presentazione parziale – ha detto ancora Piacenza – unilaterale e volontariamente “contro”, della Chiesa, è parte integrante di questo soffocamento della libertà e come ecclesiastici dobbiamo fare un profondo esame di coscienza, poiché, non di rado, la predicazione, l’insegnamento – perfino della teologia – e la testimonianza della vita, non sono strumenti di quell’incontro con un avvenimento, una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte», come scrive il Papa nel prologo dell’enciclica «Deus caritas est».
Nella parte finale della prolusione, il Prefetto del clero ha parlato della missione della Chiesa: «Nonostante la persecuzione, che durerà fino alla fine del tempo e della storia, la Chiesa non potrà mai fare a meno di testimoniare Cristo, perché Egli è “ciò che abbiamo di più caro”, è la ragione stessa dell’esistenza della Chiesa».
«Testimoniare Cristo – ha concluso – significa anche amare l’umanità, amare la libertà, amare il reale progresso… Nessuno, nemmeno i non credenti, hanno ragioni per temere la Chiesa. La Chiesa non è contro nessuno, ma è per Cristo, per il Vangelo e, pertanto, è per l’uomo. La Chiesa non impone a nessuno una propria verità, ma propone a tutti la verità, proponendo a tutti l’incontro con Cristo. Tanto che l’atto di fede non sarebbe tale se non fosse libero ed è per questo, fra l’altro, che è meritorio».
chiudi
|
|
POLITICA ITALIANA - Dalla parte del carabiniere
|
01/03/2012 |
di Roberto Marchesini 01-03-2012 da "La Bussola Quotidiana"
Il video nel quale un manifestante No-Tav insulta e provoca un carabiniere è realmente scioccante.
È scioccante per la violenza (verbale, ovviamente) che il manifestante disarmato riversa sul carabiniere in tenuta antisommossa. È sconvolgente per la presenza, a pochi metri, di un giornalista RAI, noto per essere il difensore degli oppressi, che sente e non interviene. È suggestivo per la presenza incombente, sullo sfondo, della Sacra di San Michele, che evoca lo scontro biblico tra il bene e il male. È paradossale perché la vittima della violenza è armata, l'aggressore disarmato.
Cosa, dunque, rende l'aggressore così tracotante, sicuro, arrogante, provocatorio? Il fatto che il carabiniere non possa reagire. Il manifestante sa che può dire tutto ciò che vuole e che il carabiniere non reagirà. Non reagirà perché ha ricevuto un ordine. Non reagirà perché è armato. Non reagirà perché è forte. Non della sua tenuta antisommossa; della sua dignità.
Tra i due c'è un abisso che chiunque può percepire. Per questo il video suscita reazioni così forti, dal punto di vista emotivo. Per questo chiunque lo guardi (a meno di preconcetti ideologici) si schiererà con il carabiniere. Perché quest'uomo, forte della sua dignità, del suo onore, della padronanza di sé, suscita immediatamente (cioè in modo non mediato) tutta la nostra stima, la nostra ammirazione.
È il forte che si lascia insultare dal debole proprio perché è forte, perché è il più forte.
Pecorella, lo chiama il manifestante. È un insulto, ovviamente. Lo spiega, per chi fosse troppo ingenuo per capire, il leader dei No-Tav, Alberto Perino: “Lei pensa così perché anche lei è una pecorella, che accetta ciò che dice lo Stato, si mette a novanta gradi e accetta quello che dice Mario Monti. Se la gente avesse fatto come lei, saremmo ancora al fascismo”.
Eppure a me, vedendo le immagini e sentendo chiamare il carabiniere “pecorella”, è venuto in mente Isaia 53, 7:
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Forse è per questo che il video suscita in noi tanta emozione.
chiudi
|
|
POLITICA ITALIANA - L'Ici alla Chiesa ha il sapore della vendetta
|
27/02/2012 |
L'Imu fa tremare la Chiesa. Il governo: nessun eccesso. In realtà il gettito sarà basso. La questione quindi non è economica, ma nasconde un malcelato odio verso la Chiesa
Continua >>
di Alessandro Sallusti - 27 febbraio 2012 da "Il Giornale".
Anche la Chiesa dovrà pagare l’ex Ici sugli immobili non di culto. Pare essere questa la notizia del giorno. Di più. L’enfasi con la quale viene raccontata e discussa pone la questione in una dimensione assoluta, quasi l’esenzione fosse stato il problema e la sua introduzione sia ora la soluzione della crisi del Paese. La cosa è ridicola. Il gettito previsto per le casse dello Stato è di circa 600 milioni, meno di quanto un singolo cittadino, Silvio Berlusconi, ha pagato in una contesa giudiziaria a un altro privato, Carlo De Benedetti. La questione quindi non è economica, la tassa non sposterà che di un millimetro il carrozzone dello Stato sulla via del risanamento. Tanto che i commenti sfumano l’analisi tecnica e trasudano invece di soddisfazione politica e culturale: nelle parole e nei ragionamenti c’è un malcelato odio verso la Chiesa e i suoi presunti privilegi.
Tutto questo sa di ingratitudine, e noi laici dovremmo sottrarci al coro laicista. In 150 anni, la Chiesa, nonostante sia stata inizialmente vessata e derubata dei suoi beni, non ha mai fatto mancare il suo contributo alla crescita dello Stato unitario, laico e spesso massone. Lo ha fatto a modo suo, per alcuni aspetti interessato, ma con una generosità senza eguali. Il suo compito era di salvare anime, ma già che c’era ha salvato e fatto crescere corpi, senza fare pagare tessere d’iscrizione e neppure chiedere preventivamente certificati di battesimo. In decenni nei quali lo Stato non arrivava praticamente da nessuna parte, milioni di italiani hanno imparato a leggere, scrivere, giocare a pallone, sono stati curati, aiutati e consolati senza pagare una lira. Ognuno di questi cittadini ha poi preso la sua strada, e i non pochi che hanno preferito non seguire quella dei Vangeli non hanno dovuto restituire nulla.
Negare o dimenticare questa storia è da disonesti. Io non sono sicuro che le nuove povertà domestiche e quelle importate con l’immigrazione non abbiano più bisogno di una assistenza extra Stato che uno Stato giusto debba in qualche modo compensare. Ma anche se così fosse, se i tempi moderni non giustificassero più una corsia fiscale privilegiata, si introduca pure l’Ici per la Chiesa, ma senza compiacimento o senso di rivalsa. Anzi,semmai con un grazie e un po’ di imbarazzo per il conto non pagato a dovere.
chiudi
|
|
MASSONERIA - Chiesa cattolica: massoneria e Radicali contro la Chiesa
|
23/02/2012 |
di Francesca Ruggiero da "Corrispondenza Romana".
"Abrogare il Concordato, denunciare il Trattato”. Con questo slogan, i radicali hanno manifestato il 16 febbraio davanti all’ambasciata italiana presso la Santa Sede, in concomitanza con le celebrazioni per l’anniversario della firma dei Patti Lateranensi. L’hanno chiamato “presidio anticoncordatario”.
“Ci avevano chiamato bugiardi e detto che volevamo affamare le parrocchie, oggi il governo Monti ci dà ragione”, ha dichiarato il loro segretario, che ha aggiunto: “Il Concordato e il Trattato, garantendo un fiume di denaro e di potere al Vaticano, condizionano le libertà degli italiani e degli stessi cattolici, dobbiamo superarli a cominciare dall’otto per mille: un miliardo di euro delle tasse degli italiani senza rendiconti. E’ questo che oggi Monti deve chiedere alle gerarchie vaticane”.
E’ la dimostrazione di quanto sia pervicace, capziosa e pericolosa la propaganda radicale. L’esenzione dall’Ici, infatti, è materia estranea agli accordi concordatari. Deriva dalla legislazione ordinaria, si applica alle sole attività religiose e di rilevanza sociale ed è del tutto uguale a quella di cui si giovano gli altri enti non commerciali, in particolare il terzo settore.
Ma ora, dopo la decisione di questo Governo – che si fa forte della debolezza della politica e della straripante opera demagogica dei radicali, assecondati nella loro azione, da parti consistenti della comunicazione – di modificare la materia dell’ICI in relazione ai beni di proprietà della Chiesa, si mira naturalmente più in alto: l’obiettivo è il Concordato. Era facilmente prevedibile, del resto.
E proprio per questa ragione, ancora oggi resta del tutto incomprensibile la posizione accondiscendente espressa nel dicembre scorso dal Presidente della CEI, il Cardinale Bagnasco, che si espresse così: “Se ci sono punti della legge da rivedere o discutere, non ci sono pregiudiziali da parte nostra”. Una posizione timida, difensiva, incongrua rispetto alla forza degli attacchi sferrati dai nemici della Chiesa.
Primi fra tutti i massoni, che attraverso Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, il 19 agosto scorso, diffusero una dichiarazione che conteneva un vero e proprio programma: “alla Chiesa Cattolica – disse Raffi – va tolta l’esenzione dall’Ici per i beni immobili non destinati al culto e va congelato l’8 per mille per tre anni fino al raggiungimento del pareggio di bilancio”.
Lo stesso giorno, i radicali di Marco Pannella e Emma Bonino, in perfetta sintonia con quanto espresso dal capo della massoneria italiana, annunciarono un emendamento alla manovra finanziaria per “escludere qualsiasi esenzione sull’Ici per gli immobili che svolgono attività commerciali, indipendentemente da eventuali finalità di culto”. Questa posizione, da parte radicale, è stata sovente giustificata dall’esistenza di un dossier che sulla questione aveva aperto nel 2007, l’Unione europea.
In quel periodo, al Governo c’era Romano Prodi e uno dei suoi Ministri era guarda caso Emma Bonino, che quando si diffuse la notizia dell’iniziativa europea, dichiarò: “il Governo esaminerà le ulteriori richieste quando arriveranno”. Era stato proprio uno dei deputati radicali, Maurizio Turco, a segnalare alla Commissione europea il particolare trattamento Ici riservato – a suo dire – agli immobili della Chiesa. Era tutto, quindi, consequenziale, preordinato e scritto.
La decisione del Governo Monti – definita rivoluzionaria, storica, da coloro che come gli opinionisti di “Repubblica”, costituiscono, con le loro campagne denigratorie e infamanti, la quintessenza dell’anti-cristianesimo in questo paese – ha solo ratificato un’atmosfera, che ha individuato un nemico e lo vuole abbattere. Ora, c’è chi festeggia e si prepara ancora a tramare e a sferrare altri attacchi.
chiudi
|
|
MASSONERIA - e a proposito dei Radicali... leggete e meditate, fratelli!
|
23/02/2012 |
da "La Bussola Quotidiana".
"Chi tocca i radicali muore"
di Riccardo Cascioli 13-02-2012;
"Storia di un tesoriere"
di Danilo Quinto 13-02-2012;
"La mia conversione"
di Danilo Quinto 13-02-2012.
Vogliamo fare uno "scherzo da preti" ai Radicali? Preghiamo per la loro conversione: che fregatura dal loro punto di vista!
Continua >>
Chi tocca i radicali muore
di Riccardo Cascioli13-02-2012
Una lunga militanza ai vertici del Partito radicale, per dieci anni addirittura tesoriere, poi l’incontro che cambia la vita, la conversione e l’addio a Pannella e soci. Ma l’addio ha uno strascico giudiziario, con il Partito che denuncia l’ex tesoriere che a sua volta controaccusa. La vicenda è finita in questi giorni sui giornali e ne parliamo perché riguarda Danilo Quinto, un nostro collaboratore.
Non vogliamo entrare nella vicenda giudiziaria, che riguarda comunque un capitolo chiuso della sua vita: diamo solo la possibilità a Quinto di spiegarla a beneficio dei lettori, così come di raccontare la propria conversione che è poi la chiave di volta per capire tutto il resto. Noi dal canto nostro ci limitiamo a un paio di riflessioni.
Anzitutto è evidente come nella vicenda si manifesti lo spirito vendicativo e ricattatorio dei radicali, che non perdonano chi “tradisce” così come nella politica attiva sono disposti a tutto – anche trasgredire platealmente la legge - pur di imporre le loro battaglie e le loro idee. E’ così che pur avendo pochissimi consensi elettorali sono riusciti a contare sempre tantissimo in politica e anzi, sono stati il principale motore del degrado culturale in Italia (l’abbiamo visto con il divorzio e l’aborto, lo stiamo vedendo con l’eutanasia). Così chi tocca i radicali muore.
E infatti non è un caso che approdi oggi sui giornali la sentenza della Cassazione che è dell’ottobre scorso: perché in questi mesi in cui i radicali hanno lanciato un’offensiva contro la Chiesa sul fronte economico (vedi il caso ICI e 8 per mille), Quinto su La Bussola Quotidiana ha invece dimostrato – dati alla mano - come la vera anomalia italiana sia nei soldi pubblici che arrivano al partito di Pannella, a partire dall’Affare Radio Radicale. Ma chi prova a mettere il naso negli affari di Pannella e soci, evidentemente deve mettere in conto di pagarne le conseguenze, perché gli amici dei radicali sono tanti, insospettabili e piazzati ovunque nei posti che contano.
E questo ci porta alla seconda riflessione: nei mesi scorsi avevamo chiesto provocatoriamente ai parlamentari cattolici perché anche loro avessero firmato a favore del finanziamento pubblico di Radio Radicale, sapendo di dare così un sostegno a chi fa della guerra alla Chiesa la propria bandiera. La domanda è rimasta sospesa; resta il fatto impressionante di un consenso all’ingiusto finanziamento di Radio Radicale che riguarda la stragrande maggioranza dei parlamentari e investe trasversalmente ogni schieramento. Ed è così che da Prodi a Monti, tutti i governi hanno cercato di tagliare questa spesa ingiustificata a carico dei contribuenti e sono poi dovuti puntualmente tornare sui loro passi.
La vicenda di Quinto suggerisce una risposta anche a quella domanda: evidentemente chi vuole campare a lungo – in politica, ma anche più in generale nella società italiana – è bene che non diventi nemico dei radicali, che non intralci i loro affari, meglio se gli dà anche sostegno pubblico. Un dato su cui riflettere.
Storia di un tesoriere
di Danilo Quinto13-02-2012
Dal 1995 al 2005, ho ricoperto l’incarico di Tesoriere del Partito Radicale, nel quale ho militato e collaborato sin dal 1986. Oltre all’organizzazione di tutte le campagne elettorali e referendarie - rispetto alle quali gestivo i rapporti con i fornitori, decidendo, per conto di Pannella, spese di rilevantissima entità - avevo la responsabilità di tutte le strutture del Partito. Promossi l’autofinanziamento, con una raccolta di denaro che in dieci anni superò i 25 milioni di euro. Valorizzai i beni dell’area, con importi economici pari ad oltre 20 milioni di euro.
Rimisi il mio mandato al gruppo dirigente del Partito ai primi di luglio del 2005.
Nell’ottobre del 2005, iniziai il percorso della causa di lavoro, nella quale chiedevo il riconoscimento economico dei miei vent’anni di lavoro svolti con prestazione occasionale, senza maturazione della pensione e di quant’altro corrispondeva ai miei diritti.
La risposta dei radicali fu una denuncia che ricevetti nei primi mesi del 2006. Mi accusavano di indebite appropriazioni di somme pari a circa 200mila euro, dal 1999 al 2005, tutte regolarmente contabilizzate, oggetto di ricevute e dichiarate nei bilanci, illustrati nelle mie relazioni, visionabili e approvati in Congresso.
Ricevuta la denuncia, presentai allo stesso Procuratore che stava istruendo il mio processo una auto-denuncia-querela su fatti circostanziati e documentati di cui ero stato testimone nella mia attività di Tesoriere, di cui non ho mai ricevuto notifica di archiviazione.
Il rinvio a giudizio l’ho ricevuto nel maggio del 2007. Il processo di primo grado durò due anni. In una delle udienze, testimoniò anche Pannella: mi definì “impostore e dedito tecnicamente ad attività truffaldina”. Si chiuse il 5 ottobre del 2009. Fui condannato alla pena di anni uno e mesi dieci di reclusione ed € 500 di multa - sospese con beneficio di non menzione - nonché al risarcimento del danno nella misura di €.206.089,23, di cui liquidati in via provvisionale €.187.353,85, perché “per procurarsi un ingiusto profitto, abusando della sua qualità di tesoriere del partito radicale, avendo la disponibilità giuridica e di fatto dell’amministrazione dei fondi del partito, si appropriava nel corso degli anni di ingenti somme di denaro, per spese personali prive di causa giuridica e/o giustificazione documentale, comunque non riconducibili all’attività del partito né per tale scopo in qualche modo giustificate o giustificabili” (dalla sentenza).
Le somme a cui ci si riferiva erano in realtà scritte nei bilanci approvati e costituivano miei compensi e rimborsi spese documentati. In forza della provvisionale esecutiva statuita nella sentenza di primo grado, il 15 aprile 2010 il Partito Radicale agì attraverso l’ufficiale giudiziario, che si presentò a casa mia con un atto di pignoramento relativo alle somme di denaro statuite nella sentenza. Feci l’opposizione civilistica, che si discuterà nel 2014.
Mi rivolsi, quindi, con un ricorso alla Corte di Appello di Roma, avverso la sentenza di I grado e presentando un’istanza di sospensione della condanna provvisionale, rinunciando di fatto ad ulteriori termini di prescrizione. La Corte d’Appello emise la sentenza il 17 gennaio 2011, con la quale, in riforma della sentenza di primo grado, veniva dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione in ordine agli episodi di appropriazione a tutto il 17 luglio 2003, confermando la condanna per il resto e determinando la pena, per gli episodi successivi, in mesi 10 di reclusione ed euro 300 di multa, confermando le statuizioni civili della sentenza di primo grado limitatamente alla condanna al risarcimento dei danni in favore della parte civile, riservando la liquidazione a separato giudizio e revocando la provvisionale assegnata.
Afferma il mio difensore, il Prof. Francesco Saverio Fortuna: “Se il Partito Radicale ritiene che si tratti di somme indebitamente percepite, avrebbe potuto chiederne il rimborso, ma compensandole con le somme di importo superiore dovute a Danilo Quinto come trattamento di fine rapporto. La Corte d’Appello di Roma si è resa conto dell’anomalia ma ha dovuto utilizzare i risultati di una perizia contabile disposta nel giudizio di appello, stesa da un consulente (un ragioniere) del tutto inadeguato alla bisogna. In ogni caso, la Corte d’Appello ha revocato la provvisoria esecuzione disposta dal giudice di primo grado.
Quanto al grado in Cassazione (il giudizio in Cassazione si è tenuto nell’ottobre scorso) è noto a tutti – anche se la decisione della II Sezione della Corte è censurabile sotto il profilo della intrinseca logicità – che nei casi in cui la Cassazione ritenga in qualche modo adeguata la motivazione della sentenza impugnata è solita dichiarare, senza troppa fatica, il ricorso inammissibile”.
Per comprendere il senso dell’intera vicenda, sarebbe necessario leggere per intero la memoria-ricorso in Cassazione, firmata dal Prof. Fortuna, della quale riporto qui solo due passi finali:
“L’approvazione del bilancio copre qualunque possibilità di contestazione, salvo che vi siano poste non iscritte o occultate, ipotesi nel caso di specie esclusa dal fatto che la responsabile dell’amministrazione, sentita in dibattimento, ha confermato che il ricorrente aveva dato precise disposizioni affinché le somme dallo stesso percepite, fossero iscritte in un apposito capitolo di spesa, evitando di occultare gli importi dei compensi ovvero dei prestiti. In mancanza di contestazione, i vertici del Partito Radicale hanno quindi legittimato l’operato del Tesoriere, che ha dunque operato sulla scorta del consenso dell’avente diritto ex art. 50 c.p.”.
Ancora, in conclusione della memoria, scrive il prof. Fortuna: “La motivazione dell’impugnato provvedimento soffre il riscontro con gli atti del processo, anche nella parte in cui trascurava che la gestione della Cassa sotto la Tesoreria Quinto era sempre stata ratificata ed approvata dai vertici del Partito e dal Congresso, circostanza dimostrata dalla puntuale approvazione dei bilanci e dal fatto che lo stesso On. Pannella – che in dibattimento ha chiarito di aver denunciato il Quinto per risentimento personale e comunque solo dopo che questi aveva instaurato una causa di lavoro al Partito Radicale – dopo un brevissimo periodo di assunzione delle funzioni di Tesoriere, aveva riconfermato il ricorrente nella qualità. Non era dunque illogico ritenere la condotta scriminata alla luce del disposto dell’art. 50 c.p., secondo il quale ‘non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto, col consenso della persona che può validamente disporne’”.
Insomma, sarei stato così presuntuoso da volerla fare in barba a Pannella, mettendo addirittura a bilancio tutte le poste che mi vengono contestate.
Invece, si tratta di una vicenda che ha poco di giuridico e molto di vendetta personale, consumata tra le pieghe di atti processuali e chicche di un’umanità politica persa in un profondo delirio d’onnipotenza. Per questo, ho riunito documenti e carte che hanno fatto vent’anni della mia vita. E ho scritto un libro.
Per quanto riguarda la causa di lavoro, perso il primo grado di giudizio, attraverso il mio legale, il prof. Giulio Prosperetti, ho presentato il ricorso in appello, che in conclusione chiede di dichiarare:
“Che dall’Aprile del 1986 al 18.08.2005. è intercorso tra il Sig. Quinto Pasquale detto Danilo e i seguenti soggetti: 1) Partito radicale Transnazionale, 2) Lista pannella, 3) Società Servizi Torre Argentina S.p.A., 4) Centro di produzione-Radio Radicale S.p.A. nella persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, un unico e ininterrotto rapporto di lavoro subordinato avente natura dirigenziale e per l’effetto condannare, per differenze retributive, ferie non godute, indennità di mancato preavviso e TFR, i suddetti appellati a corrispondere al ricorrente l’importo complessivo lordo già rivalutato al 2005 di euro 1.449.253,00., ovvero la somma maggiore o minore che dovesse ritenere di giustizia anche all’esito della CTU contabile; voglia inoltre dichiarare il diritto del ricorrente alla contribuzione previdenziale ed ai danni per i contributi prescritti; con interessi e rivalutazione delle somme, con vittoria di spese competenze ed onorari del doppio grado di giudizio. In via istruttoria si chiede l’ammissione dei capitoli di prova di cui al ricorso introduttivo e CTU contabile in ordine a spettanza del ricorrente ex art. 36 Cost. con riferimento al Contratto Collettivo dei dirigenti del settore terziario”.
La mia conversione
di Danilo Quinto13-02-2012
Quando, otto anni fa, conobbi la donna che sarebbe diventata mia moglie, mi avvicinai alla fede. Lei, non solo andava a Messa ogni giorno, ma costantemente, nella giornata, con estrema naturalezza, tutto rapportava a Dio e dal Vangelo attingeva ogni suo sapere.
All’inizio, mi sembrò un po’ strana, ma più il tempo passava e più mi sentivo coinvolto in un’altra atmosfera, in un altro modo di sentire e vedere la vita.
Un giorno, prima di portarmi a conoscere la sua famiglia, mi portò dal suo amico benedettino, “monaco et pauper”, Don Luigi. Lui, con il suo sorriso, la sua ironia e la bellezza, scavò in me un solco, che, attraverso un rapporto epistolare costante, divenne sempre più profondo e s’interruppe solo una settimana prima della sua morte, il 4 febbraio 2011.
Era meraviglioso il suo sguardo lucido sulla realtà, le sue analisi della vita, tanto che un giorno mi disse: “Il demonio (quel signore di Pannella), quando lo si incontra, bisogna schiacciarlo senza pietà”.
Così, si è consumata la mia maturazione, nella verità del Vangelo e le mie dimissioni dal Partito Radicale. Con la conseguente richiesta di pensione, da parte mia, per vent’anni di lavoro occasionale e la denuncia da parte loro.
Questi ultimi, ben radicati nella realtà, non potevano che stravincere contro di me (su questa terra). E’ facile fare i forti quando si è in tanti e trasversali nel panorama politico italiano da sessant’anni.
Ecco, l’esiguità del giudizio del mondo.
Invece, la mia unica certezza, è l’amore di Dio. Per questo, mi rendo conto che le prove e le umiliazioni a cui sono sottoposto, rientrano in un piano di purificazione.
Ho collaborato con il male per anni. E so che il sangue del Salvatore, è stato versato anche per cancellare tutto questo. Posso unirmi alla Croce, solo offrendo il mio dolore quotidiano, forte della mia onestà e della mia fede. Quando non hai più nulla – mi hanno tolto la dignità e l’onore, solo per vendetta e per il gusto di farlo – ti senti solo e nudo.
Questo era necessario! Perché solo oggi comprendo che tutto ho ricevuto da Dio e io, nella mia miseria, gli offro la mia unica ricchezza: il disagio, la vergogna, il dolore più intimo.
Sono felice di poter soffrire insieme alla mia famiglia, ingiustamente condannato, perché ho la certezza di essere dalla parte del Vero, di non aver commesso alcun male, se non quello di aver vissuto lontano dalla grazia di Dio per vent’anni.
Oggi, sono pronto a purificarmi, con la gioia, nel dolore, sapendo che non sono solo. Con me c’è Cristo, che mi ha condotto per mano: in Lui mi anniento, a Lui, lascio fare la mia vita.
Come dice Pierfrancesco, mio figlio di sette anni: “Papà, diciamo una preghiera insieme anche per i nostri nemici”. Ogni volta, queste parole mi riempiono di gioia, perché non ho sentimenti di vendetta. So che Dio ha scelto per me questo percorso di purificazione. Per il mio bene. Io a Lui mi stringo e ringrazio.
chiudi
|
|
SANTA SEDE - Vatileaks. Card. Cottier: “Ho avuto un certo pensiero…”
|
22/02/2012 |
di Paolo Rodari da "Palazzo Apostolico".
“Mi è capitato di riflettere… e proprio durante le giornate del Concistoro, confrontandomi con altri confratelli, ho constatato che non ero stato il solo ad avere un certo pensiero. Che è questo: in tutto l’agitarsi attorno alla chiesa, si può vedere l’opera del maligno al lavoro. Nel senso che se la chiesa fosse assopita nella mediocrità, o occupata solo di intrighi, rivalità, il diavolo non avrebbe molto da fare. Ma se agita molto le acque allora vuol dire che c’è vitalità nella chiesa, che il maligno vuole contrastare. E questa vitalità è la forza della fede, è la vita cristiana che si manifesta in tutto il mondo”.
A dire queste parole ad Avvenire quest’oggi è il cardinale Georges Cottier, novant’anni ad aprile, per quasi vent’anni teologo della Casa Pontificia (leggi: “Cottier: Benedetto XVI è la colonna che tiene“).
Parole brucianti le sue, che dicono dell’esistenza, anche entro le mura leonine, di una forza oscura che spinge la chiesa verso l’autodistruzione.
Padre Gabriele Amorth, l’anziano esorcista delle diocesi di Roma, nel suo ultimo libro “L’ultimo esorcista” parla ampiamente del Vaticano e di Satana. E della battaglia che in particolare i Pontefici sono chiamati a compiere.
Scrive: “Non ci sono prove per dire che in Vaticano ci sia Satana, nel senso che non ci sono prove per dire che ci sono persone che in Vaticano svolgono riti satanici. Persone che sono volutamente schiave di Satana e che lavorano per instaurare il suo regno di buio, morte e distruzione in questo mondo. Io, almeno, non ho prove… Ricordo però il 3 febbraio 1977, le parole di Paolo VI durante l’udienza generale: ‘Non è meraviglia se la scrittura acerbamente ci ammonisce che tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno’. Paolo VI parla spesso del demonio. E spesso lega la sua figura alla chiesa. Perché? Forse perché vuole semplicemente ammonire la chiesa, chiederle di essere prudente, di fuggire le tentazioni di Satana. Ma, a mio avviso, c’è di più. Paolo VI in qualche modo si accorge che Satana è dentro la chiesa, forse addirittura dentro il Vaticano. E lancia l’allarme”.
chiudi
|
|
SOMMO PONTEFICE - Cottier: Benedetto XVI è la colonna che tiene
|
22/02/2012 |
Una grande festa della Chiesa. Un momento «di gioia», in cui «la Chiesa gli si è stretta intorno» per manifestargli «il proprio affetto». «Nelle grandi perplessità del nostro tempo, lui è la colonna che tiene. Lo fa con semplicità, senza fracasso». Il cardinale Georges Cottier, novant’anni ad aprile, per quasi vent’anni teologo della Casa Pontificia, racconta i quattro giorni del quarto Concistoro di Benedetto XVI. Che hanno confermato, dice con un occhio – disincantato – rivolto alle polemiche delle ultime settimane, come «la sua principale preoccupazione sia che i cristiani tornino ai temi centrali della fede».
Come ha visto il Papa in questi giorni?
Mi ha colpito la sua serenità. Certamente soffre di tutte le cose che sono state dette dai media in questi giorni, ma il fondo dell’animo è sereno. È la forza dello Spirito Santo che guida la sua vita. È la sua fede. La vocazione specifica di Pietro è di sostenere la fede dei fratelli. Ecco, in tutte le difficoltà, in tutte le grandi perplessità, lui è la colonna che tiene. Può apparire un po’ stanco, ma in questi giorni ha fatto una sintesi stupenda di quel che dev’essere l’atteggiamento dei credenti, non cercare mai potere ma il servizio, fino al martirio se necessario, sull’esempio di Gesù. L’opinione pubblica superficiale si interessa a certe cose, ma l’interesse della Chiesa che professa la sua fede in Gesù è un altro. Ed è bellissima la testimonianza di quest’uomo che umile, semplice, modesto, ha questa forza spirituale così intensa, capace di trasmettere pace.
Insomma, si può dire che, per lui, è un modo di andare "oltre".
Sì, certamente. Lui lascia passare queste "ondate" che vorrebbero scuotere la Chiesa, questo grande agitare le acque, perché sa che il movimento di fondo va oltre. Mi è capitato di riflettere nei giorni scorsi su tutto questo, e proprio durante le giornate del Concistoro, confrontandomi con altri confratelli, ho constatato che non ero stato il solo ad avere un certo pensiero. Che è questo: in tutto l’agitarsi attorno alla Chiesa, si può vedere l’opera del maligno al lavoro. Nel senso che se la Chiesa fosse assopita nella mediocrità, o occupata solo di intrighi, rivalità, il diavolo non avrebbe molto da fare. Ma se agita molto le acque allora vuol dire che c’è vitalità nella Chiesa, che il maligno vuole contrastare. E questa vitalità è la forza della fede, è la vita cristiana che si manifesta in tutto il mondo.
Dove si vede questa vitalità?
Proprio qualche tempo un confratello, che viaggia molto, mi parlava di come, in tutto il mondo, i giovani abbiano in qualche modo reinventato il senso dell’adorazione eucaristica. Ecco, questi sono davvero segni di grande vitalità, è lì che è la realtà della Chiesa: una realtà che non dev’essere offuscata dai peccati dei cristiani. Ed è questo in fondo il mistero della Chiesa, che è santa e che ha dei membri che sono peccatori, ma sono chiamati a divenire santi. Allora se è a questo che tutti siamo chiamati, alla santità, siamo allora chiamati anche a dare testimonianza, ad avere una vita coerente con quello che professiamo. Il Papa, anche in questi ultimi giorni, ha citato la parola di Paolo VI, che diceva la nostra epoca è più sensibile ai testimoni che ai maestri, e ancor di più ai maestri che siano anche testimoni. Ecco, questo dovrebbe essere il programma di tutti noi. Di tutti i cristiani, ma certamente ancora di più di quanti abbiamo responsabilità particolari.
Quale esempio ci dà Benedetto XVI?
Un esempio grandissimo, quotidiano. Ha 85 anni, come ho detto prima a volte appare stanco, e ciò è del tutto normale; i falsi romanzi che si sono sentiti in giro, anche a questo riguardo, certamente lo fanno star male... Però noi vediamo come, alla sua età, riesce a fare delle cose straordinarie: l’abbiamo visto a Madrid, o in Germania, dove ci ha ricordato che le strutture più belle, se sono vuote di fede, non valgono nulla. Lo abbiamo visto quando è andato in visita a Rebibbia. E tra un po’ andrà in Messico e a Cuba. Le sue catechesi del mercoledì sono straordinarie. Ecco, dobbiamo guardare a queste cose. Che lui fa sempre con questa idea guida, che il problema fondamentale, specialmente dell’Europa e dell’Occidente è il bisogno della rievangelizzazione, a causa della perdita della fede. È questa la linea di forza del suo pontificato, questo invito a ri-guardare all’amore di Gesù, all’Eucaristia, ai temi centrali della fede cristiana. È di questo che parla il Papa, perché è questo che interessa il mondo.
Salvatore Mazza
da "Avvenire" del 21.2.2012 chiudi
|
|
POLITICA ITALIANA - Ici e Chiesa, è guerra ai poveri.
|
17/02/2012 |
Ici e Chiesa, è guerra ai poveri
di Marco Ciamei 17-02-2012
In fondo era nell’aria: pende una procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea nell’ottobre 2010 a seguito di un esposto dei radicali, con scadenza a maggio di quest’anno e con obiettivo la dichiarazione di contrasto della normativa italiana in materia di esenzione dall’Imposta Comunale sugli Immobili (ICI) con le norme europee in materia di aiuti di Stato e tutela della concorrenza.
In questa sede ci si è già più volte pronunciati per un’intima ragionevolezza della normativa italiana, capace di valorizzare tutto quell’insieme di attività che vengono comunemente raggruppate nel concetto di “terzo settore”: enti privati che svolgono attività di rilevante interesse collettivo. Si sono espresse le ragioni per le quali alcuni immobili vengono giustamente esentati dal pagamento di una tassa comunale, atteso che vi si svolgono attività che uno Stato moderno, in un’ottica di sussidiarietà e tutela sociale, non può non incentivare.
Eppure l’attuale Governo è intenzionato a modificare la normativa, in modo da “accontentare” l’Europa, con la solita incapacità tutta italiana di presentarsi a testa alta di fronte ad un’Europa che – è bene ogni tanto ricordarlo – è figlia dell’intuizione di tre illustri politici cattolici, di cui uno italiano.
Altri tempi.
E invece oggi ci tocca assistere a questo: “Ici e Chiesa: l’UE promuove l’Italia”; “Ici e Chiesa, plauso dell’Europa: bene l’Italia”. Ecco alcuni dei titoli che da ieri svettano in prima pagina sui maggiori quotidiani nazionali. Titoli e contenuto degli articoli che sembrano non considerare come in ballo non ci sia la (presunta) ricchezza della Chiesa, ma tutto un mondo ricco e variegato, composto da diverse scuole di pensiero spesso anche molto lontane da loro: dentro il “no profit” coesistono insieme impostazioni laiche, religiose, umanitarie, culturali, filantropiche, sportive, ecc. Una ricchezza per il nostro Paese, apprezzato in tutto il mondo per il grado di generosità ed soccorso sociale che sa esprimere.
Eppure tutto ciò non sembra avere valore: tutto il discorso è incentrato sui presunti privilegi della Chiesa cattolica, senza nemmeno nascondere un pizzico di boriosa rivincita. E poco importa se, insieme all’acqua sporca, viene gettato anche il bambino.
Proviamo, almeno noi, quindi, ad attenerci ai fatti ed a cercare di capire quale sia il contenuto delle decisioni che il Governo si appresta ad assumere in materia. La novità di fondo ruota attorno al concetto di “attività commerciale”: l’esenzione – si annuncia – d’ora in poi dovrà fare riferimento solo agli immobili nei quali si svolge “in modo esclusivo un’attività non commerciale”.
Non è opportuno riprendere ora tutte le spiegazioni già fornite in merito alla normativa del 1992 e all’interpretazione autentica data nel 2005, in riferimento alla quale è partito l’esposto dei radicali e la procedura d’infrazione. Ricordiamo solo che nel 2005 si era stabilito che l’esenzione doveva intendersi applicabile allorché le attività indicate dalla norma siano esercitate in maniera “non esclusivamente commerciale”.
Ora, anche uno studente di giurisprudenza alle prime armi sa che un’attività o è commerciale o non lo è: non esiste una terza categoria intermedia. Ma il senso della norma, in realtà, era chiaro e l’aveva ben precisato il Ministero dell’Economia e delle Finanze nella famosa circolare n° 2 del 26 gennaio 2009: “se non è possibile individuare attività qualificabili come “non esclusivamente di natura commerciale”, si può sostenere che quest’ultimo inciso debba essere riferito solamente alle specifiche modalità di esercizio delle attività in argomento, che consentano di escludere la commercialità quando” – attenzione qui – “siano assenti gli elementi tipici dell’economia di mercato (quali il lucro soggettivo e la libera concorrenza), ma siano presenti le finalità di solidarietà sociale”.
Ecco spiegata la natura di quella disposizione. Basta leggere poi la chiarissima circolare sopra citata per comprendere come la normativa italiana non dia adito a dubbi di sorta.
Ma cosa può comportare la limitazione delle esenzioni solo agli immobili dove si svolge “in modo esclusivo un’attività non commerciale”? Questa è la domanda fondamentale, a cui – evidentemente – non è possibile ancora dare una risposta precisa, in attesa che il Governo presenti il disegno di legge in cui specifichi punto per punto come vuole disciplinare la materia.
Possiamo però fare due ipotesi:
- la prima è che vengano considerate come commerciali le attività di vendita di beni e prodotti. Ma ciò non cambia di nulla la situazione esistente, poiché sono già escluse dalle esenzioni quelle attività che non rientrano nelle finalità solidali previste dalla legge. Per intenderci, gli immobili delle librerie cattoliche continueranno a pagare l’ICI (o meglio, l’IMU) così come la pagano – o la devono pagare – oggi; o gli immobili degli istituti religiosi dove si fa attività alberghiera dovranno continuare a pagare l’ICI come la pagano – o la devono pagare – oggi.
- la seconda ipotesi, invece, è che vengano considerate come commerciali anche quelle attività che corrispondono a servizi impossibili da rendere gratuitamente e che in genere vengono effettuati a fronte del pagamento di una retta minima. Anche in questo caso, abbiamo già spiegato che si tratta di attività meritorie, fuori dal mercato (e quindi non si pone il problema di tutela della concorrenza), rivolte a fasce deboli della popolazione: pensiamo ai pensionati per studenti fuori sede, oppure luoghi di accoglienza per i parenti di malati ricoverati in strutture sanitarie distanti dalla propria residenza, alle case per ferie per lavoratori, o alle colonie per studenti, e strutture simili.
C’è poi tutto il mondo dell’accreditamento: basti pensare alle attività sanitarie e assistenziali (ospedali, ricoveri, ecc.), alle attività didattiche (scuole paritarie, ecc.), alle attività ricettive (alunni e famiglie di istituti scolastici, iscritti a catechismo, appartenenti alla parrocchia, membri di associazioni; pensionati per studenti, per lavoratori precari, per stranieri e strutture simili), alle attività culturali sportive e ricreative (cineforum, circoli sportivi, tornei di quartiere, ecc.). Queste attività si reggono su forme di pagamento che, evidentemente, sarebbero in contrasto con la natura esclusivamente “non commerciale” delle attività esenti dall’imposta.
Davvero sembra che un tal tipo di principio voglia più salvare l’Italia da una “minaccia” di sanzioni, che non riflettere sul modo di agevolare realmente quei soggetti che, nel Paese, svolgono attività degne di rilievo. Per non parlare del fatto – e i contenuti degli interventi della stampa ne sono prova evidente – che tutto sembra limitarsi ad un problema di privilegi della Chiesa finalmente da eliminare.
E’ triste continuare a sorbirci questa guerra nei confronti di una realtà – quella cattolica – che, forse può non piacere per impostazione religiosa o umana, ma di certo è tra le più attive nella cura dei poveri e degli ultimi. Ancora più triste è vedere il modo in cui questi argomenti vengono trattati dai mezzi di comunicazione: basti pensare alla versione on-line de “il corriere”, dove la notizia delle modifiche che Monti vuole apportare è accompagnata da un video dei radicali che riprende alcuni enti ecclesiastici accusati di raggirare la normativa. Stato dell’arte giornalistica, non c’è che dire!
da "La Bussola Quotidiana"
chiudi
|
|
TRADIZIONE CATTOLICA - Mons. Gommar de Pauw
|
15/02/2012 |
Mons. Gommar A. De Pauw (1918-2005) è il sacerdote che ha fondato il CTM (movimento tradizionalista cattolico) negli USA nel gennaio 1965.
Continua >>
Nato in Belgio, viene ordinato sacerdote nell'aprile 1942, appena ventitreenne, servendo poi come cappellano militare. Nel 1943 gli occupanti nazisti lo includono in una lista di condannati al plotone d'esecuzione perché ha "aiutato il nemico", cioè ha amministrato i sacramenti a due soldati inglesi moribondi.
Dopo la II guerra mondiale si trasferisce dai familiari in USA, di cui diventa cittadino nel 1955. Inviato a Roma come perito per il Concilio Vaticano II, viene nominato monsignore.
Verso la fine del Concilio si trova in contrasto col suo vescovo (diocesi di Baltimora) sull'interpretazione del Concilio, specialmente in materia liturgica; costituisce perciò tra la fine del 1964 e l'inizio del '65 il Catholic Traditionalist Movement a New York, col sostegno del cardinale Spellman, di New York.
Il 31 dicembre 1964 aveva inviato al Papa, ai cardinali della Curia Romana, ai vescovi americani e a diversi vescovi del mondo, il "Manifesto del Movimento Tradizionalista Cattolico".
Tre mesi dopo il New York Times pubblicherà un articolo con la sua foto: Gruppo cattolico si oppone alla riforma liturgica... descritta come uno sforzo per "protestantizzare" i cattolici.
Un mese dopo il Time scrive: Don De Pauw afferma che i vescovi sono stati astutamente ingannati da teologi liberali per far passare la riforma liturgica.
Il National Observer, maggio 1965: Don De Pauw è brillante e arguto, e scherzando afferma di esser diventato l'ufficio reclami della Chiesa Cattolica. Dice che la riforma liturgica è stata astutamente imposta ai padri conciliari dai loro pessimi consiglieri.
Il vescovo di Baltimora ingiunge a De Pauw di sciogliere il movimento, e nell'estate del '65 lo solleva dalla docenza in seminario e lo trasferisce in una parrocchietta della periferia di Baltimora. Nell'inverno successivo, su richiesta dei card. Ottaviani e Spellman, viene incardinato nella diocesi di Tivoli (immediatamente soggetta alla Santa Sede) nonostante l'opposizione e le proteste del vescovo di Baltimora (fresco di nomina a cardinale, sebbene sotto inchiesta per eresia). Il 1° dicembre 1965 De Pauw viene ricevuto da papa Paolo VI, che benedirà la sua opera e il movimento. Il Papa, in quell'occasione, afferma che la Chiesa sta attraversando "una delle più gravi crisi della sua storia".
Nel 1966 i giornali riportano della battaglia di De Pauw contro la "liturgia delle canzonette" (hootenanny liturgy, e l'"ecumania" ecclesiastica. Alle conferenze, a cui partecipano migliaia di persone e sempre più sacerdoti, parla a braccio, in un caso "venendo interrotto dagli applausi più di settanta volte in due ore". "Brillante oratore, sa organizzare i suoi discorsi con la perfezione e la cadenza di una sinfonia..."
"Considero qualsiasi attacco a mons. De Pauw come un attacco alla mia persona", scriverà mons. Blaise Sigibald Kurz (1894-1973), prefetto apostolico di Yungchow (Cina), che lo aveva richiesto come segretario, aggiungendo: "in qualità di vescovo della Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica, solennemente espressa nell'insegnamento del Concilio Vaticano II sulla collegialità episcopale sotto l'autorità del Santo Padre Paolo VI, raccomando il Movimento Tradizionalista Cattolico a tutti i fedeli che vogliano difendere la nostra Chiesa".
Nel 1967 De Pauw rifiuta l'elezione a vescovo. Continua a viaggiare per presentare il movimento cattolico tradizionalista e per tentare di arginare il liberalismo che attacca "liturgia, altare e dottrina".
L'American Free Press di Cincinnati scrive: "da quando ha fondato il movimento, è stato continuamente preso di mira dalla stampa cattolica, dai vescovi, dal clero di nuova generazione e dai religiosi. Il trattamento riservato a lui, al movimento e a coloro che lo seguono è una vera persecuzione, soprattutto col silenzio"."questa pazzia collettiva che s'è impossessata della gerarchia cattolica".
Scriverà a papa Paolo VI un'accorata lettera per implorarlo di riaffermare la propria autorità di sommo Pontefice (e possibilmente essere un nuovo san Pio X), di sostituire il Novus Ordo obbligatorio con un rito vernacolare facoltativo e per i soli diretti interessati, e possibilmente di nominare mons. Kurz ordinario per il rito tradizionale in USA ("La Madre che generosamente assicura i riti alessandrino, bizantino, caldeo, antiocheno, ecc., dovrebbe fare molto di più per il rito latino") ordinando magari all'episcopato alcuni tra quei 156 sacerdoti tradizionalisti che non volevano passare al nuovo rito. Ma quella lettera non troverà risposta.
Nel 1968 il cardinale Bacci invia a De Pauw un testo e un nastro audio, entrambi in latino, contenenti le più sentite congratulazioni per la saggia e zelante difesa del latino e del canto gregoriano".
Trasferitosi a Westbury (a 40 km da New York), nel 1968 DePauw aprirà (per poi reggere fino alla sua morte nel 2005) la cappella dell'Ave Maria, sostenendo il movimento tradizionalista con scritti, interventi in radio e due riviste Sounds of Truth and Tradition, La cappella dell'Ave Maria, aperta il 23 giugno 1968, è perciò storicamente la prima parrocchia tradizionalista del mondo. Venne consacrata dal sopracitato mons. Kurz, che sosterrà il movimento finché vivrà.
Dal 1965 al 1979 DePauw è in continuo contatto epistolare col card. Ottaviani (1890-1979), cosa che i gesuiti tenteranno di negare con ogni mezzo.
Nel 1978 De Pauw invia un messaggio di felicitazioni al neoeletto papa Giovanni Paolo I. Il quale, nel suo terzo giorno di pontificato, già risponde pro quo observantiae et amoris officio ipse gratias maximas agensimpartendogli la benedizione apostolica. Si dice che il Papa sia intenzionato non solo a ripulire la gerarchia ecclesiale dai massoni, ma anche a ripristinare totalmente la liturgia tradizionale ("preconciliare"), convocando a Roma lo stesso De Pauw. Papa Giovanni Paolo I morirà però di lì a poche settimane.
Nel 1980, nella lettera Dominicae cenae Giovanni Paolo II chiederà perdono per gli eccessi postconciliari:
Conducendo ormai a termine queste mie considerazioni, vorrei chiedere perdono - in nome mio e di tutti voi, venerati e cari fratelli nell'episcopato - per tutto ciò che per qualsiasi motivo, e per qualsiasi umana debolezza, impazienza, negligenza, in seguito anche all'applicazione talora parziale, unilaterale, erronea delle prescrizioni del Concilio Vaticano II, possa aver suscitato scandalo e disagio circa l'interpretazione della dottrina e la venerazione dovuta a questo grande sacramento. E prego il Signore Gesù perché nel futuro sia evitato, nel nostro modo di trattare questo sacro mistero, ciò che può affievolire o disorientare in qualsiasi maniera il senso di riverenza e di amore nei nostri fedeli...
Com'è noto, gli eccessi postconciliari, sebbene più moderatamente, proseguiranno. L'unico intervento concreto di Giovanni Paolo II per la Messa tridentina fu la lettera in forma di motu proprio Ecclesia Dei adflicta a seguito delle ordinazioni scismatiche di Lefebvre del 1988. Alla morte di Giovanni Paolo II nel 2005, De Pauw commenterà: "Forse il Signore, nella sua imperscrutabile misericordia, avrà perdonato Karol Wojtyla per l'egualmente incomprensibile danno fatto alla Chiesa del Signore". La bandiera vaticana che ha sempre sventolato sulla sede del movimento, verrà posta a mezz'asta e in posizione di richiesta di aiuto.
De Pauw riceverà spesso felicitazioni e ringraziamenti dalle più alte autorità politiche e militari americane, per il sostegno spirituale ai soldati USA impegnati nelle frequenti azioni di guerra nel mondo. Consiglierà Mel Gibson per il film Passion e lo raccomanderà a tutti, evitando però in ogni modo di partecipare a iniziative anche lontanamente commerciali (pare che la casa di distribuzione avesse tentato perfino di mobilitare il card. Castrillon Hoyos per convincere De Pauw). Celebrerà l'ultima Messa in pubblico nella Pasqua del 2005. La Messa alla cappella dell'Ave Maria vedeva la partecipazione di diverse centinaia di fedeli.
Il motto della CTM è Tenete Traditiones e il suo sito web è questo sotto indicato:
http://www.latinmass-ctm.org/
Alcune citazioni dalla lettera inviata a papa Paolo VI:
...Tavolacci tipo bancone da macellaio o asse da stiro hanno preso il posto dei nostri altari, entrando in perfetta armonia con le direttive protestanti del sedicesimo secolo volte a non far più credere nel dogma della Transustanziazione e a rimpiazzare la natura sacrificale della Messa con una cena comunitaria simbolica e di "transignificazione"...
...La nostra Santa Messa è sparita e al suo posto alla gente viene offerta una gran caciara di vuoto vernacolarizzato senza alcuna sicurezza, serenità, uniformità e dignità della liturgia tradizionale in latino...
...Gli inni associati alle ribellioni di Lutero, Calvino e Wesley hanno fatto poco garbatamente irruzione prendendo il posto dei nostri cari inni cattolici dedicati al Signore e alla Beata Vergine, mentre la nostra unica musica polifonica e i nostri canti gregoriani sono stati gettati via per far posto a strumenti presi a prestito dal milieu decadente di giovani bestie della razza umana...
B.B. A questo link è consultabile la Traditional Catholic Directory per il Nord America
...Balaustre e inginocchiatoi vengono strappati via e si rifiuta la Santa Comunione al "popolo di Dio" a meno che non si presenti in piedi (non inginocchiata) a ricevere Colui "al cui nome ogni ginocchio si pieghi"...
...Il Santissimo Sacramento, a cui è riservato "il posto d'onore più centrale" stando alle direttive sulla liturgia, è invece relegato in un'oscura nicchia a forma di scatola di scarpe, che pare ancor meno di un posto di seconda scelta rispetto alla sedia-trono del Buddha clericale che presiede, messa su nel centro morto di un ambiente discotecaro di sapore vagamente religioso, dal quale le tradizionali statue e stazioni della Via Crucis sono state vendute alla più vicina casa d'aste o al rigattiere...
...Tutto questo mentre nei seminari si insegna la nuova "non-santa trinità" composta da Marx, Freud e Teilhard de Chardin... chiudi
|
|
ARCHITETTURA SACRA - L'INGRESSO ALLE CHIESE DEVE ESSERE GRATUITO
|
14/02/2012 |
La Conferenza Episcopale Italiana emette una Nota a difesa della libera visita ai luoghi di culto
La Cattedrale di Siena, il Duomo di San Gimignano e le altre Cattedrali e Chiese dove si paga il biglietto non rientrano nella norma? Continua >>
ROMA, martedì, 14 febbraio 2012 (ZENIT.org) – L’accesso alle chiese aperte al culto è e deve rimanere gratuito e libero per tutti. A sostenerlo è una Nota del Consiglio Episcopale Permanente della CEI, in cui si sottolinea che tale principio è “tipico della tradizione italiana” ed è valido in virtù della destinazione primaria delle chiese “alla preghiera comunitaria e personale”.
La regola è vigente sia per le chiese di proprietà ecclesiastica, sia di proprietà statale, o comunque laica. Ne sono coinvolti gli edifici sacri “di grande rilevanza storico-artistica”, caratterizzati da “flussi notevoli di visitatori”. Difatti è “fondamentale” che il turista “percepisca di essere accolto nel luogo sacro e, di conseguenza, si comporti in maniera adeguata e rispettosa”.
La Nota ricorda, inoltre, che l’accesso libero e gratuito alle chiese “è tutelata anche dalle leggi dello Stato”.
Il pagamento di una tariffa, precisa la Nota della CEI, può essere permesso per l’accesso a parti della chiesa “chiaramente distinte” all’interno dell’edificio sacro. Tra queste: la cripta, il tesoro, il battistero, il campanile, il chiostro o una singola cappella.
Da un’indagine condotta lo scorso anno dalla CEI, in tutta Italia sono complessivamente 59 le chiese che impongono l’ingresso a pagamento. Meno raro invece è il ricorso alla scelta di “contingentare il numero di presenze” in caso di afflusso massiccio di turisti, “imponendo una turnazione al fine di assicurare la conservazione e la sicurezza del bene”.
Le comunità cristiane accolgono sempre come “ospiti graditi” tutti coloro che desiderano visitare una chiesa “per pregare, per sostare in silenzio, per ammirare le opere d’arte sacra in esse presenti”, sottolinea la Nota.
Il Consiglio Permanente Episcopale della CEI, infine, ribadisce la necessità di osservare le regole “regole riguardanti l’abbigliamento e lo stile di comportamento e soprattutto il più rigoroso rispetto del silenzio”, per facilitare il raccoglimento. Anche durante le visite turistiche, infatti, le chiese continuano ad essere “case di preghiera”.
Da Zenith
chiudi
|
|
VITA DELL'ORDINE - Eretta la Precettoria del Regno di Spagna.
|
13/02/2012 |
Dopo l'investitura dei primi cinque Cavalieri spagnoli sabato scorso 11 Febbraio nella Sede Magistrale, S.E. il Gran Maestro ha costituito la Precettoria del Regno di Spagna nominando Pro Precettore l'Avv. dom. Pedro Lopez Martinez e Consigliere Spirituale il M. Rev.do Padre Manuel Folgar Otero.
La Precettoria ha sede in Toledo. chiudi
|
|
POLITICA ITALIANA - Foibe, il massacro taciuto
|
10/02/2012 |
di Antonio Giuliano10-02-2012
da "La Bussola Quotidiana"
Sparivano nel nulla. Prelevati di notte e gettati nelle impressionanti cavità carsiche (le foibe) che i contadini usavano come discariche per gli animali morti o la sterpaglia. Durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, era questo il sistema con cui la polizia comunista jugoslava di Tito fece sparire, senza lasciar traccia, migliaia di oppositori (quasi tutti italiani) al suo progetto espansionistico in Istria.
Per tanto, troppo tempo, è stata una pagina taciuta della storia. E solo da qualche anno con l’istituzione del Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, c’è il tentativo di tener viva la memoria del dramma delle “foibe” e dell’esodo senza fine di tutti quegli italiani (circa 300mila) che furono costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia quando passarono alla Jugoslavia (con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947).
Una spietata caccia agli italiani bollati come fascisti, con un accanimento anche verso i sacerdoti: il marxismo-leninismo jugoslavo voleva di fatto sostituire la religione con lo stato. E finirono per essere martirizzati tanti religiosi come don Angelo Tarticchio o il beato don Francesco Bonifacio. La furia di Tito non risparmiò neppure gli antifascisti. Anzi molti partigiani italiani sul fronte orientale caddero nel tranello del regime jugoslavo. Emblematico è l’eccidio fratricida di Porzûs nel febbraio del 1945, in cui i compagni rossi della Brigata Garibaldi uccisero i partigiani cattolici e azionisti della Brigata Osoppo. Con l’imbarazzo indifferente del Pci di Togliatti che considerava fratelli i partigiani di Tito. Un episodio che gli storici di sinistra hanno per anni ignorato o minimizzato. E solo ora emergono le gravi responsabilità del Partito Comunista Italiano. Come dimostra anche il volume Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale (Il Mulino, pp. 154, €15,00) a cura di Tommaso Piffer. Con lo studioso ripercorriamo dunque la tragedia delle foibe, vero buco nero della nostra storia.
A quali eventi ci riferiamo quando parliamo di “foibe”?
Si tratta di due ondate di violenza distinte che colpirono la popolazione italiana nella zona della Venezia Giulia. La prima subito dopo l’armistizio del 1943, nel vuoto di potere creatosi in seguito al crollo della struttura statale italiana. La seconda nei mesi successivi all’occupazione della zona da parte delle truppe jugoslave comandate dal Maresciallo Tito. A cadere non furono solo fascisti e collaborazionisti veri o presunti, ma anche tutti coloro che i comunisti jugoslavi consideravano “nemici del popolo”, fra i quali diversi esponenti dei partiti antifascisti non comunisti. Il numero di vittime è tutt’ora oggetto di discussione da parte degli storici, ma si aggira verosimilmente nell’ordine delle 5000 persone.
Quali sono le recenti acquisizioni in merito ai massacri delle foibe?
Per lungo tempo è prevalsa una ricostruzione che metteva l’accento sulla natura reattiva della violenza: si è scritto cioè che questa esplosione di violenza andava spiegata soprattutto come una reazione alle repressioni compiute dal fascismo ai danni delle minoranze slave. Negli ultimi anni però la storiografia ha in parte rivisto questa interpretazione, mostrandone l’inadeguatezza. Se infatti le tensioni provocate dalla politica fascista giocarono un ruolo non indifferente, nella sua radice la violenza ebbe una natura prettamente ideologica, in quanto esplicitamente finalizzata all’eliminazione di un avversario politico e nazionale.
Perché questo evento ha fatto così fatica a entrare nella coscienza dell’opinione pubblica italiana?
Per varie ragioni. Innanzitutto il gruppo dirigente comunista italiano era profondamente in imbarazzo nel denunciare le violenze compiute dal partito comunista jugoslavo. Ma anche lo stato Italiano non aveva interesse a sollevare la questione per mantenere buoni rapporti con il vicino stato jugoslavo. È prevalsa così una narrazione che metteva l’accento sull’unità delle forze antifasciste nella sconfitta del nazismo, e tutti gli episodi che mettevano in crisi questa narrazione vennero passati sotto silenzio.
È possibile collegare la vicenda delle foibe all’eccidio di Porzûs?
Sono episodi differenti ma riconducibili ad un’unica radice. L’eccidio infatti comportò l’eliminazione da parte di un commando dei GAP comunisti, con l’appoggio della Federazione del partito di Udine, di un gruppo di partigiani di orientamento cattolico e azionista considerati pericolosi avversari sulla via verso l’instaurazione di un sistema comunista. In questo l’eccidio rispecchia molto la logica jugoslava, dove il partito comunista scatenò una sanguinosa guerra civile per eliminare tutti i suoi avversari politici. Nel resto dell’Italia invece il PCI fece una scelta differente, collaborando con le altre formazioni antifasciste. Anche se questa collaborazione non fu sempre facile.
Quali furono le responsabilità del partito comunista italiano e di Togliatti in particolare?
Il partito comunista italiano sul confine orientale porta la pesante responsabilità di essersi totalmente appiattito alle posizioni jugoslave, accettando la logica della lotta di classe invece che quella della collaborazione con le altre forze antifasciste. Inoltre in nome della solidarietà internazionale rinunciò a difendere gli interessi italiani in quella zona emarginando gli stessi esponenti del PCI che la pensavano diversamente. In questo Togliatti giocò un ruolo decisivo, a partire da quando, nell’ottobre del 1944, accettò esplicitamente la cessione delle terre di confine alla Jugoslavia comunista.
Perché iniziative come l’istituzione del Giorno del Ricordo possono davvero segnare una svolta?
Innanzitutto contribuiscono a una presa di coscienza che per lungo tempo è mancata. Nella stessa direzione va la ormai imminente dichiarazione delle malghe di Porzûs quale monumento nazionale. Ma quel che è più importante ancora è che si affermino sempre più le condizioni perché gli studi storici proseguano senza condizionamenti il lungo e difficile lavoro di approssimazione alla verità storica. Solo favorendo questo processo il paese potrà riconciliarsi con questa pagina tragica della sua storia.
chiudi
|
|
CHIESA - L'epopea dei "cristeiros".
|
05/02/2012 |
di Marco Respinti 04-02-2012
da "La Bussola Quotidiana"
Pochi, purtroppo, ricordano che nel cuore nero del Novecento il Messico martire offrì una testimonianza di fede e di fedeltà al Soglio di Pietro pressoché unica al mondo.
Dall’inizio del secolo, il Paese nordamericano era stato squassato da una serie di colpi di Stato inframmezzati a faide politiche che altro non erano se non "guerre civili" intestine all’unico apparato massonico-laicista costantemente al potere, che, attraversato pure da inquietanti atmosfere giacobino-nazionalistiche e da forti pulsioni socialistiche, era rigorosamente definito dall’anticattolicesimo "scientifico". Nel 1917, del resto - un annus fatalis - il Messico retto dal despota Venustiano Carranza (1859-1920) giunse persino a darsi una Costituzione che quell’anticattolicesimo formalizzava positivamente e coscientemente in legge fondamentale del Paese.
Raccogliendo dunque la tempesta che tale vento aveva da tempo seminato, fu in specie il governo del generale Plutarco Elías Calles (1877-1945), ennesimo despota, che mirò alla rivoluzione socio-culturale più compiuta e "globalizzante" da ottenersi attraverso la lotta frontale all’unico, vero grande ostacolo che, nella pratica e nella quotidianità, ancora aveva il potere di arrestarne la marcia: la Chiesa Cattolica, cioè la sua gerarchia e il suo popolo di fedeli, generatori di istituti, di società, di storia.
In questo quadro, le insopportabili angherie e le persecuzioni scatenate dal governo contro i cattolici risvegliarono una vera e propria "Vandea messicana", disposta anche al sacrificio in armi di sé pur di difendere il diritto di cittadinanza che spetta alla verità delle cose e a quell’unico umanesimo autentico che solo la prospettiva cattolica anche sulla società e sulla polticia garantisce per tutti, non cioè solo per i cattolici.
L’insurrezione messicana prese un nome divenuto - in un circolo di cultori che non hanno rinunciato alla memoria viva - famoso. Si chiamò "Cristiada", praticamente una crociata, e i suoi cavalieri dell’ideale, nobilmente straccioni, furono i "cristeros". Era infatti così che con arroganza e saccenza li apostrofavano i nemici, storpiando la dizione "Cristos Reyes", cioè i "Cristi-Re", insomma quella gente che si ostinava a battersi e a soccombere al grido di «Viva Cristo Re!». Del resto, i cristeros combatterono indossando l’uniforme del rosario o di un grande crocifisso appesi al collo, proprio come i loro "avi" in Vandea. E quegli insorti, pur nulla offesi, se ne fecero un vanto adottando volentieri l’epiteto (del resto "cretino" viene da "cristiano" usato per offendere…): come san Paolo insegna che "cristiano" è una "aggettivo di possesso" che indica "colui che appartiene a Cristo" così cristero indicò chi apparteneva in toto all’unico re, Gesù. Fu una bandiera, insomma, quel nomignolo; anzi la bandiera, emblema di una concezione diversa dell’agire politico e dell’organizzare la società, antitetica a quella che li perseguitava.
Nel 1926 i cristeros insorsero e tennero per tre anni, fino al 1929, testa a un nemico incommensurabile. Irrorarono il suolo del Messico di sangue martire, quello che genera conversioni, santi e l’unico bene autentico: la memoria corre qui doverosamente almeno al giovane presbitero gesuita Miguel Agustín Pro (1891-1927), beatificato dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005) il 25 settembre 1988, ma i martiri messicani, laici e consacrati, furono legione. Alla fine sui campi di battaglia ne rimasero un numero calcolato tra i 70 e gli 85mila.
Dopo quel triennio di sangue, la guerra si fermò pur senza davvero (mai) finire. Né si esaurirono le cause profonde che l’avevano generata. Il governo era solamente riuscito di fatto a dividere gli avversari e, complice anche la pavidità di certi vertici cattolici, le armi furono deposte (almeno da una delle parti in causa, visto che le rappresaglie della vendetta governativa continuarono a mietere vittime).
A quasi un secolo di distanza resta la memoria di un sacrifico immenso: che non è una semplice consolazione, ma la testimonianza, dura, di una storia gloriosa verso la quale un certo mondo non ha ancora fatto bene tutti i conti. A partire dagli anni 1960 ne ha raccontato le vicende in modo ancora insuperato lo storico e sociologo alsaziano Jean Meyer Barth (da non confondere con lo storico francese Jean Meyer, che, assieme al collega Pierre Chaunu [1923-2009], ha dato impulso alle ricerche sul genocidio vandeano condotte dallo studioso bretone Reynald Secher). Tra 1973 e 1974 Meyer Barth ha quindi dato alle stampe una monografia in tre tomi, La Cristiada, continuamente - per fortuna - in edizione (la più recente è uscita a Buenos Aires nel 2003 per l’editore Siglo XXI), un’opera monumentale di cui in italiano esiste solo una sintesi - il saggio Quando la storia è scritta dai vincitori. Insurrezione vandeana e rivolta dei cristeros messicani: due sollevazioni popolari escluse dalla storia ufficiale e dalla memoria nazionale, accolto nel volume a più mani La Vandea (trad. it., Corbaccio, Milano 1995) - e qualche "reperto" in forma di intervista giornalistica.
Utilissimi sono dunque due volumi di recenti produzione italiana. Anzitutto Dio, Patria e libertà! L’epopea dei Cristeros, firmato dallo storico militare Alberto Leoni e uscito nella collana "I quaderni del Timone" (Edizioni Art, Milano 2010, pp. 64, € 6,00), poi il freschissimo di stampa Cristiada. Messico martire. Storia della persecuzione di Luigi Ziliani (Amicizia Cristiana, Chieti 2012, pp. 216, €15,00).
Il libro di Zuliani è un felice reprint di un’opera pubblicata in presa diretta, una cronaca frutto di un viaggio-pellegrinaggio effettuato dall'autore, un sacerdote cattolico italiano, sul posto nel 1928. Don Ziliani (che tra il 1928 e il 1938 tenne in Italia e in tutta Europa circa 300 conferenze per denunciare il "dispotismo giacobino-bolscevico" del governo Calles) pubblicò il proprio reportage esplosivo dapprima con il titolo Tre mesi nel Messico Martire e poi lo trasformò in Messico martire. Storia della persecuzione, eroi e martiri di Cristo Re (Società Editrice S. Alessandro, Bergamo, 1929). Il testo venne ripubblicato ben 15 volte in 10 anni, dall'edizione del 1933 recò l'approvazione dell'arcivescovo messicano di Guadalajara, mons. Francisco Orozco y Jiménez (1864-1936), e diverse altre edizioni postume uscirono sino all’ultima del 1951.
In esso il sacerdote spiegò benissimo come fu la natura autenticamente popolare del cattolicesimo messicano a far sì che a quelle latitudini la fede costituisse anche una irrinunciabile quanto cristallina scelta sociale e politica, che dunque non poteva per forza di cose essere tollerata dalle forze laiciste in quel frangente al potere nel Paese. Lo scontro fra le due civiltà antagoniste - quella edificata prendendo sul serio in ogni piega anche della storia temporale la Rivelazione del Dio che si fa uomo e quella che vorrebbe costruire prescindendo coscientemente da Dio - fu dunque "naturale", inevitabile; meraviglierebbe, cioè, se in Messico, date le premesse, fosse accaduto qualcosa di diverso da una guerra aperta…
Perché, una volta fallito il tentativo di rispondere alla persecuzione sul piano legislativo e dunque legale, non rimase che l’extrema ratio dell’insurrezione. Non a caso il Messico cristero godette "dell’imprimatur" - caso più unico che raro - della stessa Santa Sede. Papa Pio XI (1857-1939) dedicò infatti alla persecuzione anticattolica di quello sfortunato Paese nordamericano non uno ma ben quattro documenti magisteriali, tre dei quali furono nientemeno che encicliche, oggi opportunamente raccolti nel volume Encicliche sulle persecuzioni in Messico, 1926-1937 (Amicizia Cristiana, 2012, pp. 78, € 7,00).
Il primo fu la lettera apostolica Paterna sane, del 2 febbraio 1926, con cui il pontefice suggeriva all’episcopato messicano modi concreti per contrastare le leggi anticristiane promosse dal governo di Città del Messico. La seconda fu la lettera enciclica Iniquis afflitisque, del 18 novembre del medesimo anno, che, rivolgendosi significativamente alla Chiesa universale, additava la sofferenza del popolo cattolico messicano a modello di virtù per tutti. Dunque, a guerra finita, il Papa promulgò la lettera enciclica Acerba animi, del 29 settembre 1932, esortando i cattolici messicani a una nuova (forma di) resistenza. Infine venne la lettera enciclica Firmissimam constantiam, del 28 marzo 1937, la quale persino legittimò - a norma dell’antichissimo diritto di resistenza all’oppressione tirannica, che il diritto naturale e la dottrina cattolica contemplano positivamente -, l’insurrezione dei cristeros.
Solo pochi giorni, anzi ore prima di quest’ultimo documento "messicano", rispettivamente il 14 e il 28 marzo, Pio XI aveva promulgato le due storiche encicliche di scomunica delle ideologie violente più note del secolo XX e in quel momento massimamente distruttive, ovvero il nazionalsocialismo ateo (e l'eresia del "cristianesimo tedesco") attraverso l’enciclica Mit brennender sorge, nonché il socialcomunismo materialistico e altrettanto ateo con l’enciclica Divini redemptoris. Alla Cattedra sempiterna di Pietro era cioè chiaro il volto che l’anticristianesimo militante, non certo una novità, assumeva in quel momento: la somma tra i due totalitarismi di massa che avvelenavano l’Europa e la persecuzione "liberale" americana che divorava il Messico.
Un vero peccato che oggi solo pochi ricordino il fato dei cristeros. Eppure è un argomento di cui dovrebbe impossessarsi l’immaginario collettivo. Pensare che nel 2011 vi è stato dedicato persino un film, Cristiada, con un cast (Andy Garcia, Peter O’Toole, Eduardo Verástegui, Eva Longoria; musiche del talentuoso James Horner; effetti speciali di chi ha lavorato per i Tolkien cinematografici di Peter Jackson…) e un budget da vero kolossal, ma che forse nessuno riuscirà a vedere, dato che da mesi e mesi cerca invano un distributore. Che i poveri cristeros scamiciati e con le pezze alle ginocchia facciano ancora tremare i potenti del mondo?...
chiudi
|
|
CHIESA - SATANA DAL PAPA. ECCO COSA ACCADDE.
|
03/02/2012 |
Satana dal Papa. Ecco cosa accadde
di Paolo Rodari
3 febbraio 2012 -
Nel mio libro con padre Amorth, “L’ultimo esorcista”, viene descritto un incontro più o meno ravvicinato tra Benedetto XVI e due posseduti. Poiché ieri diversi media, soprattutto internazionali, hanno travisato il testo facendo divenire questo fatto (che resta nell’ordine della straordinarietà) come un esorcismo compiuto dal Papa, riporto interamente la parte del libro che ne parla, a beneficio di tutti. E’ padre Amorth a parlare. Buona lettura.
Fa caldo in piazza San Pietro. La primavera è oramai inoltrata. Il sole picchia sulla piazza dove una folla di fedeli aspetta il Papa. È mercoledì, il giorno dell’udienza generale. I fedeli sono arrivati da tutto il mondo.
Dal fondo della piazza entra un gruppetto di quattro persone. Due donne e due giovani uomini. Le donne sono due mie assistenti. Mi aiutano durante gli esorcismi, pregano per me e per i posseduti e assistono per quanto è loro possibile i posseduti nel loro lungo e difficile percorso di liberazione.
I due giovani uomini sono due posseduti. Nessuno lo sa. Lo sanno soltanto loro e le due donne che li «scortano».
Quel mercoledì le donne decidono di portare i due all’udienza del Papa perché pensano che potrebbero trarne giovamento. Non è un mistero che molti gesti e parole del Papa facciano imbestialire Satana. Non è un mistero che anche la sola presenza del Papa inquieti e in qualche modo aiuti i posseduti nella loro battaglia contro colui che li possiede.
I quattro si avvicinano verso le transenne in prossimità del palco da dove Benedetto XVI di lì a poco è chiamato a parlare. Le guardie svizzere li fermano. Non hanno i biglietti per proseguire oltre. Le due donne insistono. È importante per loro riuscire a portare i due posseduti il più possibile vicino al Papa.
Le guardie svizzere non ammettono deroghe e intimano loro di allontanarsi. Così una delle due donne fa finta di sentirsi male. La sceneggiata ottiene un risultato. I quattro vengono fatti accomodare oltre le transenne, nei posti riservati ai disabili. «Avete visto, Giovanni e Marco?» chiedono le due donne ai due posseduti. «Ce l’abbiamo fatta. Tra poco arriverà il Papa e noi siamo qui vicini a lui». I due non parlano. Sono stranamente silenziosi. È come se coloro che li possiedono (si tratta di due demoni diversi) stiano cominciando a capire chi di lì a poco arriverà in piazza.
Suonano le 10. Dall’arco delle campane, il portone a fianco della basilica vaticana, esce una jeep bianca. Sopra tre uomini. Un guidatore, il Papa in piedi e, seduto al suo fianco, il suo segretario particolare monsignor Georg Gänswein. Le due donne si girano verso Giovanni e Marco. Istintivamente li sorreggono con le braccia. I due, infatti, iniziano ad avere comportamenti strani. Giovanni trema e batte i denti. Le due donne capiscono che qualcuno sta cominciando ad agire nel corpo di Giovanni e di Marco. Qualcuno che col passare dei minuti si mostra sempre più agitato. «Giovanni, mantieni il controllo di te stesso» dice una delle due donne. «Non farti sopraffare. Reagisci. Mantieni il controllo».
L’altra donna dice le stesse parole a Marco. Giovanni non sembra ascoltare le parole della donna. Salvo, d’improvviso, girarsi e dirle con voce lenta e che sembra venire da non si sa quale mondo: «Io non sono Giovanni».
La donna non dice più nulla. Sa che con il diavolo solo un esorcista può parlare. Se lei lo facesse sarebbe molto rischioso. Così rimane in silenzio e si limita a sostenere il corpo di Giovanni, ora completamente in mano al demonio. La jeep gira per tutta la piazza. I due posseduti si piegano per terra. Battono la testa per terra. Le guardie svizzere li osservano ma non intervengono. Sono forse abituate a scene del genere? Forse sì. Forse altre volte hanno assistito alle reazioni dei posseduti innanzi al Papa. La jeep compie un lungo percorso. Poi arriva in cima alla piazza, a pochi metri dal portone della basilica vaticana.
Il Papa scende dall’auto e saluta le persone poste nelle prime file. Giovanni e Marco, insieme, iniziano a ululare. Sdraiati per terra ululano. Ululano fortissimo. «Santità, santità, siamo qui!» urla al Papa una delle due donne cercando di attirare la sua attenzione.
Benedetto XVI si gira ma non si avvicina. Vede le due donne e vede i due giovani uomini per terra che urlano, sbavano, tremano, danno in escandescenze. Vede lo sguardo d’odio dei due uomini. Uno sguardo diretto contro di lui. Il Papa non si scompone. Guarda da lontano. Alza un braccio e benedice i quattro. Per i due posseduti è una scossa furente. Una frustata assestata su tutto il corpo. Tanto che cadono 3 metri indietro, sbattuti per terra.
Adesso non urlano più. Ma piangono, piangono, piangono. Gemono per tutta l’udienza. Quando poi il Papa se ne va, rientrano in se stessi. Tornano se stessi. E non ricordano nulla.
Benedetto XVI è temutissimo da Satana. Le sue messe, le sue benedizioni, le sue parole sono come dei potenti esorcismi. Non credo che Benedetto XVI compia esorcismi. O almeno la cosa non mi risulta. Credo tuttavia che tutto il suo pontificato sia un grande esorcismo contro Satana. Efficace. Potente. Un grande esorcismo che molto dovrebbe insegnare ai vescovi e ai cardinali che non credono: costoro comunque dovranno rispondere della loro incredulità.
Non credere e soprattutto non nominare esorcisti laddove ce ne è esplicito bisogno è, a mio avviso, un peccato grave, un peccato mortale. Il modo con cui Benedetto XVI vive la liturgia. Il suo rispetto delle regole. Il suo rigore. La sua postura sono effi cacissimi contro Satana.
La liturgia celebrata dal Pontefice è potente. Satana è ferito ogni volta che il Papa celebra l’eucaristia. Satana molto ha temuto l’elezione di Ratzinger al soglio di Pietro. Perché vedeva in lui la continuazione della grande battaglia che contro di lui ha fatto per ventisei anni e mezzo il suo predecessore, Giovanni Paolo II. Il Papa che, lui sì, faceva esorcismi.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 3 febbraio 2012
chiudi
|
|
TRADIZIONE CATTOLICA - ENTRARE NELLA "MENS" DEL SANTO PADRE: intervista all'arcivescovo di Tolosa, S.E. Mons. Robert Le Gall.
|
01/02/2012 |
Avendo ricevuto molte testimonianze positive sulla messa celebrata secondo la forma straordinaria del rito romano nel corso delle GMG da Monsignor Le Gall, arcivescovo di Tolosa, per i pellegrini di Juventutem, abbiamo voluto dare la parola a lui per commentare questa esperienza.
Già a capo dell'abbazia benedettina di Kergonan, l'arcivescovo di Tolosa è stato per sei anni presidente della Commissione episcopale per la Liturgia nel seno della Conferenza dei vescovi di Francia. La sua profonda dimestichezza con la lingua latina e il canto gregoriano gli ha permesso di accostarsi con estrema facilità alla liturgia straordinaria.
Ringraziamo vivamente Monsignor Le Gall per la gentilezza con la quale ci ha voluto accordare questa intervista e per la franchezza dimostrata, che vanno esattamente nella direzione della pace e della riconciliazione nella Chiesa.
1) Monsignore, nell'ambito delle GMG di Madrid, lei ha celebrato la forma straordinaria del rito romano per i giovani del gruppo Juventutem. Per quanto ne sappiamo è la prima volta che lei celebra la liturgia tradizionale da quando è arcivescovo di Tolosa. Come ha vissuto questa esperienza?
Mons. Le Gall: In realtà la liturgia tradizionale non mi è del tutto estranea. Ho preso i voti a Kergonan l'8 dicembre del 1965, giorno di chiusura del Concilio Vaticano II. Ho dunque conosciuto e praticato la liturgia tridentina, secondo la sua forma benedettina, prima della riforma liturgica.
E' vero però che quest'estate ho celebrato per la prima volta secondo la forma straordinaria. Ma non a Madrid, bensì il 30 luglio a Donezan, comunità che avevo già avuto occasione di visitare per la prima volta l'anno scorso, dove ho ordinato un sacerdote e un diacono. Questo monastero benedettino, filiazione di Fontgombault, non fa parte della mia provincia ecclesiastica ma della vicina diocesi di Carcassonne e Narbonne.
In seguito all'invito da parte di Alain Planet, vescovo di Carcassonne, mi sono quindi recato a Donezan, in occasione di un'ordinazione benedettina per la quale era necessario che il celebrante potesse cantare la liturgia. Celebrare un Pontificale secondo la forma straordinaria è un impegno importante perché sono necessari una preparazione specifica e un cerimoniere attento. Entrambe queste condizioni sono state soddisfatte in quell'occasione, e tutto è andato per il meglio.
Quando il Cardinale Rylko, Presidente del Consiglio pontificale per i laici e a questo titolo principale organizzatore delle GMG, mi ha chiesto di celebrare la forma straordinaria per il gruppo Juventutem non ho avuto dunque alcuna difficoltà ad accettare.
2) Nel 2007, in un comunicato per la Commissione liturgica della CEF (Conferenza dei vescovi di Francia), lei ha commentato il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI affermando che bisognava “accogliere” l'iniziativa del Santo Padre, “comprenderla e andare nella direzione di ciò che lui chiede”. E' forse in questo spirito che lei ha risposto favorevolmente all'invito di Monsignor Planet e del Cardinale Rylko?
Mons. Le Gall: Si, sicuramente. Dopo che il Santo Padre ha preso la sua decisione di pubblicare il motu proprio, consolidato con l'istruzione “Universae Ecclesiae”, considero che sia nostro dovere di vescovi entrare nella sua “mens”. Bisogna che noi comprendiamo le sue motivazioni, la sua preoccupazione per una liturgia che sia degna e orante, il suo desiderio di pace e riconciliazione nella Chiesa, e che seguiamo il suo esempio.
Beninteso, “andare nella direzione di ciò che chiede” Benedetto XVI, è anche non rifiutare per principio la forma ordinaria ed evitare di denigrarla. Si tratta purtroppo di un'attitudine che si può incontrare in certi ambienti tradizionalisti.
In un mio articolo del 2008 per “Lumière et Vie“, la rivista dei domenicani di Lione, relativo al primo anno di applicazione del motu proprio, mi sono sforzato di illustrare tutti questi aspetti. E il Santo Padre, che ne è venuto a conoscenza, mi ha dato conferma della corretta interpretazione della sua iniziativa.
3) Pace e riconciliazione. La motivazione principale del motu proprio è infatti l'unità della Chiesa, un tema che è al centro del pontificato di Benedetto XVI. E' d'altra parte proprio per questione di unità ecclesiale che Paix Liturgique sostiene la celebrazione della forma straordinaria nelle parrocchie più che in luoghi solo ad essa dedicati. Lei sarebbe d'accordo nel dire che per un vescovo la celebrazione della forma straordinaria possa rappresentare una manifestazione della sua unità con il Santo Padre? E' questo il senso che noi possiamo dare alla messa da lei celebrata durante le GMG?
Mons. Le Gall: Si, si può vederla così. E' uno dei modi che un vescovo ha per essere unito al Santo Padre, ma non è il solo.
4) Lei ha celebrato per dei giovani cattolici legati alla forma straordinaria del rito romano: come spiega l'attrattiva di molti di loro verso una liturgia che alcuni, laici come ecclesiastici, continuano a considerare retrograda e obsoleta?
Mons. Le Gall: A Tolosa, dove abbiamo una pastorale giovanile molto dinamica e fruttuosa, posso constatare quotidianamente il desiderio di una liturgia sobria e nobile, ma anche attiva e comunitaria, da parte dei giovani. E se capisco facilmente che la forma straordinaria offre loro una interiorità più grande, con il suo silenzio e il raccoglimento che offre, mi chiedo invece quale sia il posto che essa riserva al senso della comunità.
E' un fenomeno che i vescovi conoscono bene in Francia: i giovani sono abituati a passare continuamente da un'esperienza a un'altra e la loro pratica religiosa non sfugge a quest'attitudine. Un giorno sono carismatici e il successivo sono tradizionalisti. E viceversa.
Durante le GMG ho fatto la predica per Juventutem come avrei fatto per qualsiasi altro gruppo. E' andata bene ed io non ho avuto affatto la sensazione di avere a che fare con dei giovani a parte.
5) Nella sua diocesi il motu proprio è applicato a Tolosa, dove lei ha affidato un apostolato all'Istituto del Cristo Re, e in campagna, nel decanato di Grand Selve. Che ci può dire di queste comunità? Le ha già visitate o ha in programma di farlo prossimamente?
Mons. Le Gall: Nel 2010 ho presieduto alla celebrazione dell'Ascensione a Saint-Jean-Baptiste a Tolosa, la cappella che è stata affidata all'Istituto del Cristo Re Sommo Sacerdote dal 2003, prima ancora del Pontificato di Benedetto XVI e del mio arrivo in città, e lì, due giorni dopo, ho conferito il sacramento della Cresima.
Se non ho mai assistito ad una messa a Lunac, nel decanato di Grand Selve, intrattengo comunque relazioni strette con questa comunità e con i suoi pastori. Si tratta di un'applicazione parrocchiale del motu proprio in cui coabitano pacificamente la forma ordinaria e quella straordinaria arricchendosi reciprocamente, proprio come desidera il Papa. Per fare un esempio, in occasione delle Cresime nel decanato, secondo la forma ordinaria, il parroco aveva sistemato l'altare con il crocifisso centrale e i candelieri come si fa ormai di nuovo in San Pietro a Roma.
Recentemente, al funerale di Monsignor Gaidon, già vescovo di Cahors, il superiore del nostro seminario diocesano mi ha raccontato un episodio simbolico relativo alla comunità di Grand Selve. Era stato invitato per una riflessione sul prologo del vangelo secondo Giovanni quando, mentre spiegava che è purtroppo un po' sconosciuto perché riservato alla messa di Natale, ha sentito uno dei fedeli dire: “noi ce l'abbiamo tutte le domeniche!”. Si trattava ovviamente di uno dei fedeli che assiste regolarmente alla forma straordinaria in parrocchia.
Non ho in progetto di celebrare prossimamente presso una di queste comunità, ma lo farò molto volentieri se ne avrò occasione tanto più che da quest'estate possiedo un Pontificale Romano del 1962.
6) Nel suo comunicato del 2007 lei scriveva che “il latino resta attualmente la norma nella nostra Chiesa romana”, ma nonostante questo sappiamo che non è più insegnato in molti seminari. Non si tratta di una grave mancanza da riparare?
Mons. Le Gall: Non le posso dare una risposta in generale, ma le posso assicurare che la lingua latina ha tutto il suo spazio a Tolosa.
7) Lei ha un messaggio particolare da comunicare ai nostri lettori?
Mons. Le Gall: Voglio solo insistere su quanto sia importante che tutti i cattolici, e non solo i vescovi e i sacerdoti, vadano nella direzione indicata dal Santo Padre. Ciò che lui vuole è la pace e l'unità liturgica, il rispetto reciproco tra le due forme senza fare una guerra di trincea. La forma ordinaria resta quella ordinaria delle comunità parrocchiali e religiose, nel rispetto dei fedeli e della tradizione della Chiesa.
chiudi
|
|
CHIESA - S.E. REV.MA MONS. FRANCESCO MORAGLIA NUOVO PATRIARCA DI VENEZIA
|
31/01/2012 |
Apprendiamo con gioia questa decisione del Santo Padre. La Milizia del Tempio è particolarmente legata alla Diocesi di La Spezia - Sarzana - Brunato e a S.E. Mons. Moraglia che l'ha governata fino ad oggi. Nel Seminario di Sarzana, infatti, si sta preparando al Sacerdozio un nostro Cavaliere, che è già stato ordinato Diacono il 7 Dicembre scorso, ed un nostro Novizio è entrato in quel Seminario nell'autunno scorso. In questi anni tra Mons. Moraglia e la Milizia si è instaurata cordialità e stima ed il Vescovo ha onorato della sua visita la Sede Magistrale nel Castello della Magione a Poggibonsi il 17 Settembre scorso.
Il Gran Maestro porge a Sua Beatitudine il nuovo Patriarca gli auguri di un fecondo apostolato nella nuova e più importante "vigna", così come ha dimostrato di saper fare nei quattro anni in cui ha governato La Spezia.
Accompagneremo Sua Beatitudine con la nostra preghiera quotidiana che è anche dimostrazione di riconoscenza per quanto ha fatto per i nostri due Seminaristi.
(Nella foto: S.E. Mons. Moraglia nel salone di rappresentanza del Castello della Magione, dopo aver firmato il "libro degli ospiti") Continua >>
Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Patriarca di Venezia (Italia) S.E. Mons. Francesco Moraglia, finora Vescovo di La Spezia-Sarzana-Brugnato.
S.E. Mons. Francesco Moraglia è nato a Genova il 25 maggio 1953.
Ha frequentato il Seminario di Genova ed ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 29 giugno 1977.
Ha poi proseguito gli studi a Roma presso la Pontificia Università Urbaniana conseguendo il Dottorato in Teologia Dogmatica nel 1981.
Nel suo ministero è stato chiamato a svolgere il compito di educatore presso il Seminario arcivescovile maggiore a Genova e di vice-parroco in una parrocchia del centro cittadino.
È stato insegnante di Teologia Dogmatica presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, preside presso l'Istituto di Scienze Religiose Ligure e assistente diocesano del MEIC. Ha, inoltre, diretto l'Ufficio diocesano per la Cultura e il Centro Studi "Didascaleion".
È stato membro del Consiglio Presbiterale diocesano e canonico del Capitolo.
Il 6 dicembre 2007 è stato eletto alla sede vescovile di La Spezia-Sarzana-Brugnato, ricevendo l’ordinazione episcopale il 3 febbraio 2008.
È presidente del Consiglio di Amministrazione della fondazione "Comunicazione e Cultura" e consultore della Congregazione per il Clero.
(dal sito ufficiale della Santa Sede)
chiudi
|
|
UNGHERIA - UNGHERIA. UN PAESE LIBERO.
|
31/01/2012 |
Sfatiamo alcuni miti cavalcati dalla stampa internazionale sulla Costituzione oscurantista, omofoba, fascista, antidemocratica e liberticida.
Continua >>
Da "Tempi" - Redazione in Esteri.
27 Gen 2012 “Ungheria. Un paese libero” è il titolo di un pamphlet a cura di Andrea Camaiora (fondazione Cristoforo Colombo per le Libertà). Una sorta di diario dedicato al popolo magiaro, che nella storia ha dovuto scontrarsi con avversari temibili, ma che ne è sempre uscito a testa alta. A margine delle tempesta mediatico-finanziaria che ha colpito il paese, Camaiora mette in fila una serie di spunti utili a inquadrare gli avvenimenti ungheresi e a sfatare qualche mito cavalcato dai media internazionali.
ELEZIONI
Quando il primo governo Orbàn perse le elezioni generali nel 2002, i parametri macroeconomici ungheresi erano vicini ad adempiere i criteri di Maastricht e l’introduzione dell’euro sembrava un obiettivo realistico. In particolare il debito pubblico era sostenibile perché assestato al 53% del Pil. I successivi governi socialisti-liberali hanno dilapidato questo patrimonio e accumulato disavanzo e debito durante gli anni della crescita. E quando è arrivata la crisi globale nel 2008? Ha trovato l’Ungheria in una posizione estremamente vulnerabile. L’allora governo (Gyurcsany) ha chiesto aiuto alla Commissione Europea e al Fmi già nel novembre del 2008. Così, ben prima della Grecia, l’Ungheria è diventata il primo stato membro dell’Unione a essere salvato. Severe misure di austerità sono seguite nel 2009. Anche per questo i cittadini hanno concesso all’alleanza formata dal Fidesz (partito moderato di centrodestra, di Viktor Orbàn) e dal Kdnp (partito cristiano democratico centrista) una maggioranza eccezionale, di due terzi del Parlamento. In grado quindi di apportare riforme attese da 21 anni (ovvero dalla caduta del comunismo). Nessuna dittatura, ma certo un mandato forte: complice lo scontento della popolazione rispetto alla coalizione liberal-socialista precedente, Orbàn è stato eletto per cambiare strutturalmente il paese. I poteri della Corte costituzionale torneranno pieni quando il disavanzo pubblico (che attualmente è pari all'80 per cento del Pil) scenderà sotto il 50 per cento.
COSTITUZIONE
In questo senso nascono anche le modifiche alla Costituzione, risalente al 1949 (varata sotto il governo di Matyas Màkos, che amava definirsi «il miglior discepolo di Stalin»: fece incarcerare oltre centomila oppositori politici). La nuova Costituzione è stata adottata dal Parlamento ungherese nell’aprile 2011 ed è entrata in vigore il 1° gennaio 2012. Ha come scopo principale quello di completare la transizione democratica iniziata nel 1989/1990, sostituendo una Costituzione che è stata espressamente prevista come transitoria. E non tutti sanno che l’adozione è stata preceduta da un’amplia consultazione pubblica. E internazionale, la “Venice Commission” (commissione europea per la democrazia attraverso il diritto) ha avanzato delle osservazioni, alcune delle quali sono state accolte durante il processo legislativo («La Commissione si compiace del fatto che questa nuova Costituzione stabilisca un ordine costituzionale basato sulla democrazia, lo Stato di diritto e la tutela dei diritti fondamentali... Un particolare sforzo è stato fatto per seguire da vicino le tecniche e il contenuto della Cedu»). L’obiettivo non era quindi quello di cementare il potere dei partiti di governo, ma di ancorare il sistema economico e legale a certi valori e norme. Un esempio? Il freno all'indebitamento: questa Costituzione è stata tra le prime a sancire la regola d'oro sulla responsabilità politica fiscale (che ora sembra diventata uno degli elementi essenziali di una nascente nuova unione economica europea). E le radici cattoliche? Oscurantismo? Probabilmente no. Il discorso dell'ambasciatore d'Ungheria presso la Santa Sede Gabor Gyôriványi, che rivendica i valori cristiani contenuti in una Costituzione controcorrente e avversata da tutta Europa, è stato pubblicato sull'Osservatore Romano del 9 luglio 2011. E Benedetto XVI non ha mancato di sottolineare che «la fede cattolica fa senza dubbio parte dei pilastri fondamentali della storia dell'Ungheria». Se non bastasse, nel silenzio dei media internazionali, sabato 21 gennaio gli ungheresi sono scesi in piazza per manifestare pacificamente il proprio sostegno al governo in carica e alle decisioni del Parlamento di riformare la Costituzione. Secondo alcuni osservatori non erano poche migliaia, come i manifestanti che hanno protestato contro il premier e a cui le Tv hanno dato ampio rilievo, ma si trattava di circa un milione di persone.
NAZIONALISMO
C’è chi si è indignato per l’accento posto nella Carta sulla identità magiara. Si è letto che si sarebbe voluto con ciò «ammonire certe minoranze come zingari ed ebrei». Ma nel preambolo della nuova Costituzione si legge: «Consideriamo le nazionalità e i gruppi etnici che vivono in Ungheria parti costituenti della nazione ungherese». Infatti vengono protette le lingue delle minoranze etniche nel paese, e l'articolo XIV sancisce che nessuno può essere discriminato per la razza.
INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA
Secondo molti quotidiani la nuova Costituzione ungherese mette in pericolo il diritto delle donne all'aborto legale perché in essa sta scritto: «La vita del feto sarà protetta dal momento del concepimento». Si tratta quasi della stessa frase contenuta nella legge che regola l'interruzione delle gravidanze in Ungheria, in base alla quale dal 1953 a oggi sono stati effettuati milioni di aborti. In Ungheria le interruzioni di gravidanza equivalgono a quasi il 50 per cento delle nascite (attualmente 40 mila aborti procurati all'anno contro 90 mila nascite). La campagna pro‐life (lanciata dal partito di centrodestra del premier Viktor Orban, attraverso manifesti in cui un feto esclama: «Capisco che tu non sia pronta per me, ma ti prego dammi in adozione, lasciami vivere») in parte finanziata dall’Unione Europea, è stata bocciata dalla vicepresidente della Commissione europea Viviane Reding. La Reding ha spiegato che questa iniziativa «non è in linea con i progetti presentati dalle autorità ungheresi per ricevere i finanziamenti di Bruxelles. Gli Stati membri dell’Unione Europea non possono usare i fondi comunitari per pubblicità contro l’aborto. Per tale motivo, l'esecutivo dell’Unione Europea ha chiesto a Budapest di rimuovere tutti i manifesti, se non vuole incorrere in sanzioni finanziarie». Il governo di Budapest ha detto di aver agito contro il denatalismo post comunista che ha portato l’Ungheria ad avere i tassi di nascita fra i più bassi del mondo.
OMOFOBIA
E l’accusa di omofobia? La Costituzione recita: «L'Ungheria proteggerà l'istituzione del matrimonio inteso come l'unione coniugale di un uomo e di una donna». Oltre al diritto del singolo Stato a disciplinare queste materie in base alla sensibilità della maggioranza dei cittadini (per questo il matrimonio omosessuale è legittimato solo in sette paesi su quarantasette) va notato che Budapest, come molti altri paesi europei, dispone di una legge che riconosce le “unioni civili”, comprese quelle fra persone delle stesso sesso.
BRUXELLES
Il governo magiaro è stato in questi mesi duramente criticato, ma è la Commissione europea che nel 2010 ha ribadito ai paesi dell’Europa dell’Est la necessità di voltare pagina rispetto ai regimi comunisti che per tanti anni hanno imposto la loro dittatura oltre la Cortina di ferro. Così riporta una relazione della Commissione europea al Parlamento e al Consiglio del 2010: « Secondo le informazioni fornite alla Commissione, solo gli Stati membri interessati svolgono attività educative e di sensibilizzazione sui crimini commessi dai regimi totalitari comunisti. Siti commemorativi e monumenti dedicati alla memoria dei crimini perpetrati dai regimi totalitari esistono in pratica in tutti gli Stati membri. In quasi tutti gli Stati membri che sono passati per esperienze totalitarie si trovano luoghi di martirio, campi di concentramento e di sterminio. In alcuni Stati membri, ad esempio (Repubblica ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Romania, ecc.), vi sono musei tematici dedicati ai crimini perpetrati dai regimi totalitari comunisti».
chiudi
|
|
CULTURA - “No a riti della memoria, uccidono l’Olocausto”. Libro-choc di Rosenfeld
|
27/01/2012 |
“No a riti della memoria, uccidono l’Olocausto”. Libro-choc di Rosenfeld
“La morte di milioni è stata trasformata in intrattenimento popolare e in una forma di liturgia teologica, persino in una banale piattaforma di educazione civica”. Alvin Rosenfeld, storico americano dell’Università dell’Indiana e pioniere di fama negli studi sull’antisemitismo, è durissimo con i guardiani della memoria dell’Olocausto. Ha scritto un libro, “The end of the Holocaust”, la fine dell’Olocausto, per denunciare e sviscerare la “volgarizzazione”, la “banalizzazione” e i rischi dietro a questa dittatura della memoria.
Il professor Arnold Ages sul Jewish Tribune ha così commentato il libro: “Manca una categoria fra i premi Nobel, ovvero la critica culturale e intellettuale. Se questa categoria esistesse, l’opus magnum di Alvin Rosenfeld meriterebbe certamente questo premio Nobel”. Nelle pagine del libro ricorre spesso la figura di Anna Frank, la ragazzina di Amsterdam autrice del celebre “Diario” e assurta a simbolo della Shoah. Rosenfeld scrive che Anna Frank è stata oggetto di una “mistica della vittimizzazione”, ne è stata fatta una “santa laica” e un’icona della “bontà umana”. Secondo Rosenfeld, “la continua evocazione di Anne Frank come metafora di altri eventi ha trasfigurato la sua storia fino al punto che è stata privata di ogni base storica”. “Il termine ‘Olocausto’ è diventato plastico e senza significato”, è stato “americanizzato”, perfino “de-giudaizzato”, ovvero svuotato del suo carattere religioso specifico della distruzione del giudaismo europeo. Rosenfeld attacca il film “Schindler’s List” di Steven Spielberg, perché a suo dire descrive “gli ebrei come figure irreali, vittime passive o venali collaboratori”. Rosenfeld riprende qui la critica durissima che anche il più importante e controverso storico della Shoah, Raul Hilberg, rivolse al blockbuster hollywoodiano: “Non è un film sullo sterminio degli ebrei. E’ la storia di una persona, scandita da inesattezze. Ci vuole ben altro per raccontare l’annientamento di un popolo”.
Il libro decritta la martellante “retorica di pubblica e vuota pietà” che ha fatto sì che l’enormità della Shoah venisse alla fine “disumanizzata”. Una memoria vuota, “placida”, universale, facilmente politicizzabile a fini antiebraici. Un tema enucleato anche da “The Holocaust and Collective Memory”, il libro di Peter Novick in cui ha avvertito: “La memoria ha sensibilizzato e desensibilizzato”. Sempre più consistenti gruppi militanti di minoranza (gay, afroamericani, latinos, indiani, senza tetto, animalisti e malati di Aids) si sono appropriati facilmente dell’Olocausto. Secondo Rosenfeld si tratta di operazioni “revisioniste per esprimere il senso di ‘oppressione’ e ‘vittimizzazione’”. Un fenomeno particolarmente evidente negli Stati Uniti: “Il linguaggio dell’‘Olocausto’ è usato da coloro che vogliono attirare l’attenzione sui crimini, gli abusi e le presunte sofferenze che costituirebbero i mali sociali dell’America. Qualunque male che si abbatte su altri esseri umani è diventato ‘un Olocausto’”.
“Più diventa mainstream, più l’Olocausto diventa banale”, afferma Rosenfeld. “Una versione della storia ancora ricolma di sofferenza, ma una sofferenza senza peso morale, più facile da sopportare”. Nel recensire il libro sul Tablet, Ron Rosenbaum, il celebre storico e giornalista americano autore del “Mistero Hitler”, ha scritto che lo scopo del saggio di Rosenfeld è salvare “l’ebraicità dello sterminio” contro un banale “universalismo” infarcito di frasi come “la barbarie dell’uomo sull’uomo”, che tanto ricorrono oggi nelle celebrazioni della giornata della memoria. “La libertà artistica porta alla corruzione della verità, alla ‘Vita è bella’”, scrive Rosenbaum riferendosi al film di Roberto Benigni.
Secondo Rosenfeld è stata anche compiuta una operazione culturale sui sopravvissuti tesa alla “trasformazione artificiale della vittima in prototipo culturale privilegiato”. Eccolo il paradosso: “Il successo stesso della disseminazione della conoscenza dell’Olocausto nella sfera pubblica può sminuirne la gravità e renderlo più familiare. La storia è stata normalizzata”. Nonostante tutti i musei, i curricula, i libri, i film, i documentari, gli articoli di giornale e le visite guidate ai campi, la memoria dell’Olocausto è diventata “pop”, una sorta di sacrario laico delle buone intenzioni per ipocrite promesse di “never again”. Mai più. “Così fra due generazioni la parola ‘Olocausto’ sarà ancora in circolazione, ma senza riferimenti storici. E’ la fine dell’Olocausto”. Secondo Rosenfeld, la vittima principale di questa operazione è stato proprio lo stato d’Israele. Mai quanto oggi la memoria è disseminata, eppure mai quanto oggi l’Olocausto viene usato contro l’eredità vivente dei sei milioni, il piccolo stato ebraico sotto assedio pre atomico. “La memoria dell’Olocausto, lungi dall’essere una profilassi, è stata capace di provocare nuove forme di ostilità antiebraica. In pochi presero Hitler sul serio. Il risultato fu Auschwitz, un avvertimento per il passato, il presente e il futuro”.Il titolo dell’ultimo capitolo del libro non poteva essere più chiaro: “Un nuovo Olocausto”.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
di Giulio Meotti
chiudi
|
|
CELEBRAZIONI - SANTA MESSA DI RIPARAZIONE
|
22/01/2012 |
MERCOLEDI' 25 GENNAIO,CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO, ALLE ORE 18,40 NELLA CHIESA MAGISTRALE DI SAN GIOVANNI IN JERUSALEM ALLA MAGIONE DI POGGIBONSI VERRA' CELEBRATA UNA SANTA MESSA IN RITO TRIDENTINO IN RIPARAZIONE DELLE OFFESE AL SANTO VOLTO DEL SIGNORE CONTENUTE NELLO SPETTACOLO DI ROMEO CASTELLUCCI IN PROGRAMMA A MILANO.
Continua >>
NONOSTANTE TUTTO L'OPERA BLASFEMA DI ROMEO CASTELLUCCI VA IN SCENA A MILANO DAL 24 GENNAIO
Ecco la scenografia e la trama della disgustosa rappresentazione
di Gianfranco Amato
C'è davvero poco di artistico nell'opera intitolata Sul concetto di Volto nel figlio di Dio del regista e sceneggiatore Romeo Castellucci, che si terrà al Teatro Parenti di Milano dal 24 al 28 gennaio prossimo. Disgustosa la scenografia, ma ancor più disgustoso il contenuto blasfemo della rappresentazione. La scena si svolge in una stanza bianca e immacolata in cui un anziano incontinente guarda la televisione ad alto volume. Ad accudire quel vecchio ci pensa un altro personaggio, il figlio, il cui compito si traduce in una sorta di fatica di Sisifo. Infatti, ogni volta che si concludono le operazioni di pulizia del corpo del padre, una nuova scarica di dissenteria vanifica i gesti compiuti dal figlio, costringendolo a ricominciare da capo. Si tratta di un'opera iperrealista destinata a colpire i sensi dello spettatore, non solo la vista e l'udito, ma anche l'olfatto, poiché ogni volta che l'anziano padre evacua, si spande per la sala un odore acre e fastidioso. Su tutta la scena domina la riproduzione gigantesca di un quadro rinascimentale raffigurante il volto di Gesù – il celebre Salvator Mundi di Antonello da Messina –, volto che nel finale viene imbrattato di liquame, e si squarcia per lasciare in evidenza una frase che rappresenta la provocazione del regista: "You are not my shepherd" (Tu non sei il mio pastore).
Definire un'oscenità irriverente quest'opera non è semplice moralismo. E per essa non può valere l'idea, che va purtroppo diffondendosi anche in alcuni ambienti cattolici, per cui è meglio tacere per non pubblicizzare ulteriormente una rappresentazione blasfema.
In realtà il Volto di Cristo è ciò che di più caro ha la tradizione cristiana. Per quel Volto uomini come il pakistano Shahbaz Batthi hanno rischiato la vita e subito il martirio. Con quale coraggio, quindi, i cattolici italiani possono tacere di fronte ad una simile ingiuria. Con quale coraggio possono declamare in chiesa il salmo 28, «Il Tuo volto Signore io cerco», e poi restare inerti e silenziosi, per misere ragioni di opportunistica convenienza, dinnanzi al Suo oltraggio? Se il volto di nostra madre, o della persona più cara che abbiamo, fosse insozzato con escrementi umani in un'opera teatrale, noi faremmo di tutto per impedirlo. E la legge sarebbe dalla nostra parte. A proposito di legge, mi pare che il nostro ordinamento giuridico preveda ancora la fattispecie penale di cui all'art. 404, secondo comma. Si tratta del reato di offese a una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose, recentemente modificato dall'art. 8 della L. 24 febbraio 2006, n. 85, il quale prevede che «chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibili o imbratta cose che formino oggetto di culto o siano consacrate al culto o siano destinate necessariamente all'esercizio del culto è punito con la reclusione fino a due anni». Poiché non mi risulta sia stata ancora abrogata l'obbligatorietà dell'azione penale, sarebbe interessante verificare se qualche Procuratore della Repubblica avvertisse il dovere di intervenire sulla vicenda. Magari in via cautelativa, impedendo così la commissione di un reato. Non si può neppure immaginare cosa sarebbe successo se al posto della gigantografia del Cristo di Antonello da Messina, ci fosse stata quella del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Probabilmente sarebbe già intervenuta l'Arma dei Carabinieri. Ma Romeo Castellucci, che nel 2002 è stato nominato Chevalier des Arts et des Lettres dal Ministro della Cultura della Laica Repubblica Francese, conosce bene la differenza tra Stato e Chiesa, e sa altrettanto bene, quindi, chi può colpire impunemente. Vive la laïcité!
Fonte: CulturaCattolica, 08/01/2012
chiudi
|
|
UNGHERIA - BRUXELLES INVADE L'UNGHERIA.
|
19/01/2012 |
Unione Europea come l'URSS? Barroso come Stalin? Nel 2012 come nel 1956? Perchè i cristiani di tutta Europa non si mobilitano a difesa dell'Ungheria cristiana?
MACdM.
(Nella foto: il processo all'eroico Cardinale Mindszenty, ultimo Principe Primate d'Ungheria). Continua >>
di Marco Respinti 19-01-2012
da "La Bussola Quotidiana"
L’Ungheria di Viktor Orbán sta diventando un Paese "parafascista"? L’allarme quotidianamente lanciato dalla sirena delle istituzioni europee dice di sì. L’altro ieri il presidente della Commissione Europea, il portoghese José Manuel Durão Barroso, ha annunciato l’azione legale contro Budapest e così ieri - nel giorno di santa Margherita d’Ungheria (1242-1270), figlia di re, suora e grande mistica - Orbán è dovuto correre nell’aula di Strasburgo per spiegare le proprie ragioni.
Ma per la Chiesa cattolica del Paese magiaro non è affatto così.
Intervistato il 14 gennaio da Radio Vaticana, mons. János Székely, vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, ha energicamente difeso la nuova Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 2012, dopo che per ben 21 anni oltre misura, tanti ne sono passati dal crollo del regime comunista, il Paese ha continuato a tenersi quella imposta nel 1949. La quale - è opportuno rammentarlo - fu varata sotto il governo di Mátyás Rákosi (Mátyás Rosenfeld, 1892-1971), che amava definirsi «il miglior discepolo ungherese di Stalin» e che fece incarcerare almeno 100mila oppositori politici, fra i quali il cardinale primate di Ungheria József Mindszenty (1892-1975), giustiziandone un paio di migliaia.
Per mons. Székely, infatti, «la nuova Costituzione di Ungheria approvata nel 2011, che inizia con il nome di Dio nel preambolo, afferma che la vita umana è da difendere fin dal concepimento e dichiara che l’Ungheria difende l’istituzione familiare, la quale è un’alleanza di vita fra un uomo e una donna. La Costituzione precisa inoltre che la famiglia è il fondamento della sopravvivenza del popolo, e che nello stabilire delle tasse, anche i costi dell’educazione dei figli devono essere presi in considerazione». Per la Chiesa cattolica, dunque, nulla da eccepire.
Ciò peraltro non toglie - ha continuato il presule alla radio pontificia - che la bozza di lavoro di detta Costituzione contenesse articoli fortemente discutibili, quali il tentativo di assicurare al governo il controllo diretto sulla libertà d’informazione, i quali però sono stati corretti oppure del tutto soppressi. Né nega - aggiunge il vescovo ausiliario - che il governo Orbán abbia commesso errori di politica economica, segnatamente il tentativo di ridurre l’autonomia della Banca centrale ungherese. Ma queste sono altre questioni. Mons. Székely ha infatti spiegato bene che gli attacchi di Bruxelles e di gran parte dell’opinione pubblica europea sono dovuti alla difesa della vita, del matrimonio e della famiglia affermati dalla nuova legge fondamentale del Paese. «È chiaro», ha aggiunto il presule, «che a molti intellettuali europei non piace tale affermazione di valori fondamentali, anzi li stimola all’attacco».
Il giudizio della Chiesa cattolica si rivela dunque, ancora una volta, quello più lucido e lungimirante. Questa o quella scelta politica operata dal governo espresso dalla coalizione tra il Fidezs, l’Unione Civica Magiara (Magyar Polgári Szövetség), il partito di Orbán, e il KDNP, il Partito popolare cristiano-democratico (Kereszténydemokrata Néppárt), è non solo lecitamente ma doverosamente discutibile, persino criticabile, addirittura censurabile. Ma ciò non c’entra alcunché con la campagna denigratoria scatenata dall’Unione Europea, sempre più improntata a un corrosivo relativismo tanto culturale quanto politico. L’ordine del giorno di Bruxelles è la guerra a uno Stato sovrano, e con una invasività che atterrisce. Oggi tocca all’Ungheria, domani potrebbe capitare a chiunque.
Sia chiaro: ogni e qualsiasi eventuale tentazione neonazionalistica che finisca per ridiscutere su basi ideologiche e false il diritto di cittadinanza di chi vive oggi nel Paese magiaro va ricusata nettamente, che provenga dal governo guidato da Orbán o da chichessia. Ogni tentativo di discriminare i cittadini sulla base di appartenenze etniche, linguistiche o religiose va rifuggito come il fuoco, chiunque sia a operarlo. Ma non è questo il caso dell’Ungheria di Orbán.
Per comprenderlo appieno si consideri, per esempio, che, oltre che vescovo ausiliare di Esztergom-Budapest, mons. Székely è anche il responsabile nominato dalla Conferenza episcopale ungherese per la pastorale dei rom. Si occupa, cioè, anche di una delle minoranze che la politica dell’odierno governo ungherese "minaccerebbe", tra l’altro una di quelle che, non solo in Ungheria, sono in genere più oggetto di pregiudizi e di accanimenti. Non più tardi del marzo scorso, del resto, mons. Székely ha dato alle stampe, con risonanza mondiale, Cigány népismeret, un libro dedicato alla presenza dei rom in Ungheria e destinato alle scuole, non solo cattoliche; il presule è infatti considerato uno dei massimi esperti in materia e questa sua ricerca è già un contributo fondamentale alla conoscenza e alla preservazione della cultura rom.
Se difendendo pienamente la legittimità e la democraticità della nuova Costituzione magiara vi fosse anche solo un rischio minimo di aprire a politiche vessatorie nei confronti dei rom - o di qualsiasi altra minoranza etnica, linguistica o religiosa che attualmente vive in Ungheria -, mons. Székely ai microfoni di Radio Vaticana non impegnerebbe tanto smaccatamente la credibilità della Chiesa Cattolica.
No, davvero il tema è un altro. Davvero la Chiesa vede bene e lontano nell’oceano nebbioso in cui l’Unione Europa vuole guidare l’Europa dei popoli.
chiudi
|
|
|