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OMELIE

Solennità di Ognissanti

01/11/2010

Omelia di S.E. Mons. Juan Rodolfo Laise O.F.M.Capp., Vescovo emerito di San Luis (Argentina) per la solenne S. Messa nella Chiesa Magistrale di San Giovanni in Jerusalem

Rallegriamoci tutti nel Signore In questa solennità di Tutti i Santi: Con noi gioiscono gli angeli e lodano il Figlio di Dio.

 

Nella solennità di Tutti i Santi celebriamo il ricordo di “una moltitudine immensa che nessuno può contare”, di cristiani di ieri e di oggi, vicini e lontani, che hanno servito fedelmente il Signore Gesù, vivendo lo spirito delle “beatitudini” nella trama di ogni giorno, con semplicità, umiltà e perseveranza: parenti, amici, confratelli o consorelle che hanno vissuto fino alla fine la stessa vita che noi viviamo. E oltre a questi, c'è una moltitudine immensa di santi “anonimi”, costituita da tutti quelli che hanno raggiunto Dio con una vita onesta e santa.
Tutti questi nostri fratelli nella fede, che già godono la visione di Dio, noi oggi ricordiamo nella preghiera, nella santa Messa che celebriamo, sentendoli vicini ai nostri bisogni, alle nostre sofferenze, alle nostre vicende di ogni giorno, come loro l’hanno vissuto nel loro passaggio terreno, nella Chiesa Militante.
Essi ci lanciano un appello ed una esortazione: alla santità.
Appunto, che non consiste in cose straordinarie o nel fuggire dalle situazioni normali della vita, ma nel fare la volontà di Dio in ogni situazione della nostra vita.
È a questo che ci chiama semplicemente il nostro battesimo, per mezzo del quale siamo “rinati” a vita nuova in Cristo: la santità è precisamente lo sviluppo coerente e doveroso del nostro battesimo.

 

La festa di oggi è l'esaltazione di queill’articolo di fede che recitiamo al termine del Credo : “Credo là comunione dei santi”. E nella comunione dei santi ci scambiamo tutto: la santità dei nostri fratelli viene ad arricchire la nostra vita, stimola i nostri propositi, ci trascina verso l’altò.
La nostra situazione di militanza terrena e di fragilità viene presa a cuore, quasi fatta proprio da loro, perché anche ne approdiamo, dopo tanti rischi al porto della salvezza.

Oggi celebriamo la santità di Dio che risplende nei membri del suo popolo, nei figli e figlie della Chiesa. La Chiesa pellegrina sulla terra gioisce insieme alla Chiesa trionfante del cielo.
Un'altra cosa qui da osservare è che non tanto gli uomini conquistano da sé la loro salvezza, quanto è Iddio che li salva nella gratuità del suo amore. Lo dicono gli stessi eletti: “La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello”.
Il senso è che la salvezza viene offerta a tutti, indistintamente.
Il nome particolare con cui nell'Apocalisse viene chiamato il Signore Gesù è l'Agnello. Con questo termine si intende designare la realtà di Cristo crocifisso e risorto, che dona salvezza e vittoria alla sua comunità radunata nel “giorno del Signore, la domenica, la “Pasqua settimanale. Nutrita dall'eucaristia dalla parola del Signore, la comunità cristiana intraprende il cammino verso la santità, senza cedimenti e forte della vittoria riportata da Gesù - agnello sul peccato e sula morte.
Il messaggio più intenso del libro dell'Apocalisse è il richiamo a una profonda vita liturgica perché la comunità cristiana possa superare sia le crisi interne (sfiducia, tiepidezza nella fede, cedimenti nella morale proposta dal Vangelo), sia le difficoltà esterne, come la persecuzione e vivere la vita contro corrente di quelli che vivono senza fede in Dio.

 

Nel testo delle beatitudini è racchiuso il programma di vita del cristiano. Esso abbraccia il presente e il futuro. Il presente è caratterizzato dalle diverse situazioni in cui viene a trovarsi la nostra esistenza (povertà, pianto, sofferenza, malattia, ingiustizia, violenza). Queste costituiscono l'ambito in cui il cristiano è chiamato a compiere la propria scelta per il bene o per il male, per l'accoglienza alla volontà di Dio o per il suo rifiuto. Costituiscono quindi, il banco di prova per il cammino verso la santità, su cui questo programma di vita colloca ogni discepolo di Gesù.

I verbi formulati al futuro indicano al cristiano la precarietà del momento presente, l'inconsistenza e la provvisorietà di tante cose che noi siamo tentati di assolutizzare e aprono il suo cuore all'orizzonte di ciò che veramente conta e di ciò per cui vale la pena dedicare tutta la propria vita (la pace, la giustizia, l'amore fraterno, l'amicizia profonda con Dio).
Questo è il messaggio che a noi rivolgono i santi: “Anche voi, essi ci dicono, siete chiamati a conquistare le vette. Non abbiate paura; non fermatevi a mezza strada; ne ascoltate le sirene incantatrici del mondo moderno; tendete con tutte le forze alle cose di lassù e vo accorgerete che, mane voi procederete nella salita, il sentiero si farà sempre più bello e allettante, fino a diventare splendido sulla cima.
“Avanti, dunque e coraggio!” ci dice P. Pio da Pietrelcina, “Questa è l’orà dei forti e dei grandi.” Il Signore vi accompagnerà con la sua grazia. Dio stesso sarà vostro premio quaggiù e lassù.

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