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TRADIZIONE CATTOLICA

Servo di Dio

25/04/2011

Nel giorno della festa della "Liberazione" è opportuno metterne in luce anche gli aspetti peggiori, tenuti nascosti fino a poco tempo fa, come il martirio di Rolando Rivi, di altri Seminaristi, Religiosi, Sacerdoti e Laici. Rolando Rivi venne barbaramente ucciso il 14 Aprile 1945; undici giorni prima della "Liberazione" dai Fascisti e dai Nazisti. E dai Comunisti?

Note di Nicola

Rolando Rivi nacque il 7 gennaio 1931 nella casa detta del Poggiolo a San Valentino, un piccolo borgo vicino a Castellarano in provincia di Reggio Emilia, da Roberto e Albertina Canovi.
Quel giorno era a Reggio Emilia - e lo è oggi in tutta Italia - la festa del tricolore, vessillo che venne adottato per la prima volta nel 1797 proprio nel capoluogo emiliano quale stendardo della Repubblica Cispadana.
Quel bambino avrebbe onorato la sua terra e la patria che adottò quella bandiera, ma il vessillo sotto il quale avrebbe militato non sarebbe stato il massonico tricolore, ma quello di Cristo, Re e Sacerdote.
Il giorno dopo la nascita i genitori lo battezzarono con il nome di Rolando.
Prima di uscire dalla chiesa, lo portarono all’altare della Madonna e gli diedero anche il nome di Lei, sicchè il piccolo si chiamò Rolando Maria Rivi.
Il padre e la madre erano originari di Levizzano, località del comune di Baiso e si erano trasferiti all’inizio del ‘900 a San Valentino.
La famiglia del ramo materno era nota nella zona per l’onestà, la laboriosità e soprattutto per la forte fede cattolica ed era soprannominata «i Pater», in riferimento al «Pater noster», che essi recitavano spesso con la corona del rosario tra le mani.
Il padre di Rolando, Roberto, militante dell’allora gloriosa Azione Cattolica, era anch’egli molto religioso, assiduo alla santa Messa, che frequentava con devozione particolare secondo l’invito del santo Pontefice Pio X.
Rolando era un bambino sano ed esuberante.
Proprio questa sua vivacità metteva talvolta in ansia i genitori e la nonna, che meglio di altri ne aveva intuito il temperamento, ed era solita dire: «Rolando, o diventerà un mascalzone o un santo! Non può percorrere una via di mezzo...».
Nel gennaio 1934 morì il parroco di san Valentino don Iemmi e nel maggio dello stesso anno giunse come nuovo parroco, don Olinto Marzocchini, che aveva allora 46 anni.
Sacerdote zelante nel suo ministero, divenne per il piccolo Rolando un fondamentale punto di riferimento.
Quando assisteva alla Messa, il piccolo non perdeva un gesto del sacerdote e seppure molto piccolo cominciò a fare il chierichetto.
Don Olinto era un prete vero: passava lunghe ore in preghiera davanti al Santissimo, curava meticolosamente il catechismo dei fanciulli, istruiva i chierichetti per il servizio all’altare e aveva messo su un coro per dare solennità alla liturgia.
Fu anche attraverso di lui che Rolando imparò ad amare Gesù e a scoprire che abitava, vivo, nel tabernacolo.
Nell'ottobre 1937 Rolando iniziò le scuole elementari.
La sua maestra, Clotilde Selmi, donna molto devota anch’essa, parlava spesso di Gesù ai bambini e sempre li invitava all’adorazione eucaristica.
In parrocchia la catechista di Rolando era Antonietta Maffei, delegata dei fanciulli di Azione Cattolica che preparava con scrupolo le «adunanze settimanali» (come si chiamavano allora).
Anche grazie a loro Rolando fu ammesso a ricevere l’Eucaristia subito, a giugno, perché era tra i fanciulli che si erano preparati meglio e più in fretta.
Ne provò una grande gioia e il 16 giugno 1938, festa del Corpus Domini, ricevette per la prima volta Gesù.
Le testimonianze concordano sul fatto che dopo la prima Comunione Rolando era cambiato.
Pur rimanendo un ragazzo vivace, i familiari notarono in lui una maturazione profonda, che si accentuò dopo aver ricevuto la Cresima, il 24 giugno 1940.
Era solito accostarsi tutte le settimane alla Confessione e alzarsi prestissimo la mattina per servire la Messa e ricevere la Comunione, invitando anche i compagni a fare altrettanto: «vieni - diceva loro - Gesù ci aspetta. Gesù lo vuole!».
Riferiva che il sacerdote sull’altare, quando consacrava il pane e il vino, gli appariva grande da toccare il cielo.
Fu così che la chiamata al sacerdozio si fece via via più intensa, accompagnandolo per tutto il ciclo delle scuole elementari, fino a quando a 11 anni lo disse in casa: «Voglio farmi prete, per salvare tante persone. Poi partirò missionario per far conoscere Gesù lontano, lontano».
Entrò nel Seminario di Marola nell'autunno del 1942 e come si usava a quei tempi vestì subito l’abito talare.
Ne era fiero e fu anche questo amore per l’abito talare a segnare la sua fine...
Nel periodo trascorso in seminario il ragazzo si distinse per diligenza, mantenendo sempre ferma la decisione di diventare sacerdote.
Quando tornava a casa, aiutava i genitori nei lavori in campagna e in chiesa suonava l’armonium, accompagnando il coro parrocchiale nel quale cantava anche suo padre.
Intanto la guerra si faceva via via più aspra, anche perché proprio in quelle zone massiccia era la presenza di formazioni partigiane, formatesi dopo la caduta del fascismo e la tragica esperienza dell’8 settembre del 1943, che aveva portato all’occupazione da parte tedesca della penisola.
A parte gruppi minoritari di cattolici democratici, le fila partigiane erano composte da comunisti, socialisti, azionisti, tutti accomunati da una forte ideologia anticattolica.
La frangia più estrema, quella comunista, non si limitava a combattere i tedeschi.
Vedeva nel clero un pericoloso argine al proprio progetto rivoluzionario.
L’anticlericalismo diventò violento e si fece via via più minaccioso.
Quando nel 1944 i tedeschi occupano il seminario di Marola, tutti i ragazzi dovettero rientrare alle loro case, portando con sé i libri per poter continuare a studiare.
Rolando continuò a sentirsi seminarista: oltre a studiare, frequentava quotidianamente la Messa e la Comunione, recitava il rosario, pregava, faceva visita al Santissimo Sacramento.
Nonostante fosse stato consigliato diversamente, non smise mai di portare il suo abito religioso: i genitori, infatti, gli dicevano: «Togliti la veste nera. Non portarla per ora ...».
Ma Rolando rispondeva: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela». Gli fecero notare che forse era conveniente farlo in quei momenti, così insicuri.
Replicò Rolando: «Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù».
Un atto d’amore che pagherà con la vita.
A San Valentino dapprima fu preso di mira il parroco don Marzocchini.
Una mattina si venne a sapere che durante la notte precedente, alcuni partigiani l’avevano aggredito e umiliato.
Poiché già altri sacerdoti (don Luigi Donadelli, don Luigi Ilariucci, don Aldemiro Corsi e don Luigi Manfredi) erano stati uccisi dai partigiani comunisti, don Marzocchini fu spostato in un luogo più sicuro e venne sostituito in parrocchia da un giovane prete, don Alberto Camellini.
Il 1 aprile, tuttavia, don Marzocchini volle ritornare in parrocchia a San Valentino, ma al suo fianco rimase il giovane curato don Camellini, verso il quale Rolando aveva dimostrato subito grande simpatia.
Il 10 aprile, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto, il ragazzo era già in chiesa: si celebrava la Messa cantata in onore di san Vincenzo Ferreri e Rolando vi partecipò, suonando l’organo.
Terminato il rito, prima di uscire, prese accordi con i cantori, per «cantare Messa» anche il giorno seguente.
Uscito di chiesa, mentre i suoi genitori si recarono a lavorare nei campi, Rolando, con i libri sottobraccio, si diresse come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa.
Indossava, come sempre, la sua talare nera.
A mezzogiorno i suoi genitori l’attesero invano per pranzo.
Preoccupati l’andarono a cercare.
Tra i libri sull’erba trovarono un biglietto: «Non cercatelo. Viene un momento con noi. I partigiani».
Il papà e il curato don Camellini, in forte ansia, cominciarono allora a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo.
Frattanto Rolando, trascinato via dai partigiani in un loro covo nella boscaglia, iniziava la sua «via crucis».
Venne spogliato della veste talare che li irritava, insultato, percosso con la cinghia sulle gambe e schiaffeggiato.
Rimase per tre giorni nelle mani dei suoi aguzzini, ascoltando bestemmie contro Cristo, insulti contro la Chiesa e contro il sacerdozio.
Secondo alcuni testimoni sarebbe stato frustato e avrebbe subito altre indicibili violenze.
Tra i rapitori pare che qualcuno si commosse, proponendo di lasciarlo andare.
Ma altri si rifiutarono, minacciando di morte chi aveva fatto la proposta del rilascio.
Prevalse l’odio per la Chiesa, per il sacerdote, per l’abito che lo rappresenta e che quel ragazzino non si era mai voluto togliere.
Decisero di ammazzarlo: «Avremo domani un prete in meno».
Lo portarono, sanguinante, in un bosco presso Piane di Monchio (in provincia di Modena), dove c’era una fossa già scavata.
Rolando capì che stava per morire, pianse, chiedendo di essere risparmiato.
Con un calcio lo scaraventarono a terra.
Allora chiese di pregare un’ultima volta.
Si inginocchiò, poi due scariche di rivoltella lo fecero rotolare nella buca.
Venne coperto con poche palate di terra e di foglie secche.
La veste del «pretino» divenne un pallone da calciare; poi sarà appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina.
Era venerdì 13 aprile 1945, ricorrenza del martirio del giovane sant’Ermenegildo (585 dopo Cristo). Rolando aveva quattordici anni e tre mesi.
Per tre giorni i genitori e don Camellini lo cercarono lungo tutto quel tratto del crinale appenninico, finché alcuni partigiani li indirizzarono a Piane di Monchio.
Qui incontrarono un capo partigiano comunista, cui chiesero: «Dov’è il seminarista Rivi?»
Quello rispose: «È stato ucciso qui, l’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo».
E indicò il luogo dove il giovanetto era stato sepolto il giorno prima.
Don Camellini domandò ancora al partigiano: «Ha sofferto molto?».
Quello, mostrandogli la sua rivoltella, replicò beffardo: «Con questa non si soffre molto. Non si sbaglia».
Era la sera di sabato 14 aprile 1945.
Raggiunto il posto dell’omicidio, il sacerdote non fece fatica a recuperare il cadavere del ragazzo, con indosso solo una maglietta e un paio di calzoni sdruciti, legati al ginocchio.
Aveva due ferite: una alla tempia sinistra e l’altra sulla spalla in corrispondenza del cuore.
Il volto, sporco di terra, era coperto di lividi; il suo corpo martoriato.
Il padre si inginocchiò vicino al suo bambino e lo strinse, piangendo a dirotto, tra le braccia.
Due contadini del posto fabbricarono alla bell’e meglio una cassa di legno.
Don Camellini lavò il volto di Rolando, lo asciugò con il suo fazzoletto e lo compose nella povera bara.
Era notte ormai, sicché solo la mattina dopo, seconda domenica dopo Pasqua, «Domenica del Buon Pastore», il corpo di Rolando fu portato in chiesa a Monchio, dove don Camellini celebrò la Messa per l’anima di Rolando.
Alla presenza del padre Roberto e di don Camellini, il parroco di Monchio scrisse in latino sul registro parrocchiale l’atto di morte e di sepoltura di Rolando.
«15 aprile 1945. Rivi Rolando, figlio di Roberto e di Canovi Albertina, celibe, di San Valentino (Reggio Emilia), qui, per mano di uomini iniqui, a 14 anni di età, alle ore 19, in comunione con santa madre Chiesa, rese la sua anima a Dio.
Il suo cadavere, oggi, fatte le sacre esequie e celebrata la Messa, è stato sepolto nel cimitero parrocchiale». (1)
Il padre di Rolando e il curato di San Valentino tornarono mestamente al paese, a recare la notizia terribile alla madre che lì aveva aspettato invano.
La terribile notizia si diffuse rapidamente in paese, lasciando la gente sgomenta di fronte a quella barbarie.
A guerra terminata, una grande folla di parrocchiani martedì 29 maggio 1945, attese a San Valentino l’arrivo della salma, traslata in località Montadella.
La chiesa accolse in silenzio e commozione il piccolo martire.
Ucciso in odio alla fede, la sua causa di canonizzazione ha dovuto attendere 60 anni, fino al 7 gennaio 2006.
Quando il 25 maggio del 1945 il suo corpo era stato tumulato nel cimitero di San Valentino, le parole del suo parroco, don Olinto Marzocchini, erano state brevi ed intense: «Non bastano le nostre lacrime a piangere Rolando… Ma guardate a Cristo che è la resurrezione e la vita. Lui asciughi le lacrime dai nostri occhi».
Questa la fede semplice di chi per essa era disposto a dare la vita, di chi in Cristo ci credeva davvero.
«Era stato lui - è scritto in un libro distribuito in fondo alla chiesa dal "Comitato amici di Rolando Rivi" - a preparare quel trionfo al figlio prediletto, a quel ragazzo aspirante al sacerdozio, caduto innocente sotto il piombo di uomini empi, come i ragazzi e i giovani cattolici martiri in Russia, in Messico e in Spagna, nelle recenti persecuzioni sotto l’odio massonico e comunista».

 

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