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CULTURA

Satana in Vaticano.

12/06/2012

Il Papa, svegliato da un incubo, scende da solo nel buio della basilica Qualcuno lo sta aspettando. Ecco l’ultimo short thriller d’oltretevere

E’ notte inoltrata quando Benedetto XVI si sveglia di soprassalto. Un incubo è venuto a turbargli il sonno. C’era Emmanuel Milingo, il vescovo esorcista scomunicato nel 2009 per aver ordinato dei vescovi senza mandato pontificio. Lo guardava pacioso ripetendogli il proprio cavallo di battaglia: “Paolo VI disse che il fumo di Satana è entrato nella chiesa, ma nessuno ha mai detto che sia uscito”.

Scivola fuori dal grande letto ottocentesco, la testata di legno intarsiato, che già fu del suo predecessore. Accende quella lampada a braccio moderna e parecchio squallida che, chissà perché, non ha mai voluto gli venisse cambiata e guarda per qualche istante innanzi a sé, nel vuoto. Ma non trova pace. Pensa: “E se avesse ragione Milingo?”.

Sa bene, Joseph Ratzinger, che il diavolo è infingardo. Usa delle paure dell’uomo per guadagnare terreno, alimentare il dubbio fino a far traballare spirito e psiche. “Non devo farmi suggestionare”, pensa. E un po’ di sollievo lo pervade quando gli occhi si posano su quel libro che la sera prima aveva letto tutto d’un fiato: “Hostage to the Devil”, i racconti di cinque possessioni diaboliche messe in pagina negli anni Settanta dal gesuita Martin Malachi. E intuisce che, davvero, deve essersi lasciato suggestionare. “Il diavolo esiste – pensa – ma perché dovrebbe esserci lui dietro tutta questa vicenda del corvo?”. E poi “se è vero che il corvo per il suo gracchiare cras-cras (domani-domani) è foriero di morte, è anche vero che nel primo libro dei Re è lui a prendersi amorevolmente cura del profeta Elia”. Pensieri vorticosi, in una notte tra giorni di Vatileaks. E ancora: “Lo sapevo che non dovevo leggerlo questo benedetto Malachi. Devo dirlo al cardinale Joachim Meisner, la prossima volta che viene a trovarmi: ‘Basta suggerirmi letture spaventevoli’”.

Si rimette a letto. Cerca di riprendere sonno ma non vi riesce. Deve accendere un’altra volta la luce. Qualcosa lo spinge ad aprire quel libro. Lo sa bene: quando sente l’impulso di aprire un libro c’è sempre lo zampino di Dio. Per questo motivo, una volta salito al soglio di Pietro, ha chiesto a Ingrid Stampa, la sua fedele collaboratrice domestica di quando da cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio abitava in piazza della Città Leonina, di organizzare il trasloco di tutti i suoi volumi. Dovevano essere portati tutti, nessuno escluso, nel suo nuovo appartamento. Aveva e ha un rapporto viscerale coi libri. Come fossero suoi figli. Parla con loro. Li ascolta. Si lascia indicare i sentieri da percorrere. E sa che in alcuni momenti particolari è Dio a usare di questi libri per comunicare con lui. Egli non deve fare altro che aprire a caso il volume che lo spirito gli suggerisce. E, quindi, leggere. E lasciarsi condurre. Così fece il 19 aprile del 2005, di sera, poche ore dopo l’elezione. Aprì la Bibbia cercando conforto. Lesse Isaia 43 e pianse di gioia: “Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare”.
Apre una pagina a caso. Il cardinale Meisner ha sottolineato a matita uno scambio di battute.

“Nel nome di Cristo vattene!” intima l’esorcista a uno dei suoi posseduti.
“Non me vado, prete! Non lo sai? Io sono ovunque. Anche nella tua chiesa, anche in Vaticano, anche dentro la basilica di San Pietro! Non ci credi? Vieni a vedere. Vieni a prendermi se hai coraggio!”.

Legge e rilegge. E capisce che deve agire. Deve andare a vedere. Deve scendere ora, nel buio della notte, nella grande basilica. Qualcosa, o qualcuno, lo sta aspettando. Del resto sono giorni che ci pensa: questa vicenda del corvo deve pur finire. Tanto vale chiudere i conti alla svelta. Sia Satana o chi per esso a manovrare il tutto, è il momento di fare luce.

Ma non ha fretta. La notte è lunga. Le quattro memores domini che gli sbrigano le faccende di casa e i suoi due segretari particolari, il tedesco don Georg e il maltese don Alfred, dormiranno ancora per diverse ore negli appartamenti ricavati nelle soffitte sopra la sua testa. C’è ancora un po’ di tempo, dunque, per guadagnare energie, e per lasciare che la mente torni per qualche istante agli anni che furono.

A quando, giovane seminarista a Frisinga, era ospite dell’Herzogliches Georgianum, il grande seminario interdiocesano dove confluivano tutti i candidati al sacerdozio della Baviera. S’iscrisse a un corso pomeridiano di teologia spirituale. Ricorda vagamente di aver assistito a una o due lezioni condotte da un esorcista italiano. Ma non ricorda nulla del loro contenuto. E rimpiange di non aver mai approfondito l’argomento.

Ha sempre creduto all’esistenza di Satana, ma si è anche sempre dichiarato ignorante in merito agli esorcismi. Allo studio della teologia spirituale ha preferito Agostino, la ricerca della verità che coincide con la ricerca di Dio. La ragione che s’intreccia con la fede. Il naturale che s’interseca col soprannaturale. Per far posto ad Agostino ha abbandonato i grandi mistici, quelli del rapporto totale e folle con Dio a prescindere da ogni logica. Un rapporto fatto anche di tante battaglie combattute a digiuno e preghiera contro l’antagonista, il grande nemico, Satana. Colui che egli non ha mai combattuto vis-à-vis.

Ha letto, nei libri di padre Gabriele Amorth, l’anziano esorcista della diocesi di Roma, che il suo predecessore era solito fare esorcismi. E si è domandato più volte se anche lui non dovesse dare il proprio contributo alla causa. Ma ha sempre pensato che ognuno ha la sua storia e le sue sensibilità. Ha letto che Satana, sotto esorcismo, ha parlato più volte di lui: “Il pontificato di Benedetto XVI è tutto un potente esorcismo”, ha gridato durante una violenta possessione a padre Amorth. Ma non si è mai soffermato troppo su queste parole.

Anzi, quando gli hanno spiegato che nel suo ultimo libro Amorth racconta che nel 2009, in piazza San Pietro, una sua benedizione fatta da lontano a due posseduti ha provocato un pandemonio – i due indemoniati sono volati tre, quattro metri indietro, urlando e sbavando di rabbia – ha minimizzato e in tutta risposta ha chiesto al portavoce vaticano padre Federico Lombardi di dichiarare: “Al Papa non risulta”.

Indossa non senza fatica l’abito talare bianco che ha chiesto gli venisse leggermente accorciato sulle caviglie dopo che, salendo i gradini dell’altare durante una visita all’Aquila, inciampò davanti a tutti, e le scarpe rosse che la sartoria Gammarelli gli ha confezionato su misura con cura e dedizione. Cammina a piccoli passi sulle maioliche quattrocentesche del suo appartamento. Percorre il piccolo corridoio che porta in sala da pranzo. E’ qui che ogni mattina l’ex maggiordomo Paolo Gabriele gli faceva trovare i quotidiani perché potesse vederne le prime pagine. Tutti tranne l’Osservatore Romano. Il quotidiano del Vaticano esce il pomeriggio e si dice Benedetto XVI ami sfogliarlo velocemente la sera, prima di ritirarsi.

Oltre lo studio personale, quello con la finestra più guardata del mondo – da qui, da questa finestra ogni domenica a mezzogiorno in punto il Papa si affaccia per recitare con i fedeli riuniti in piazza San Pietro la preghiera dell’Angelus – c’è l’ampio corridoio che, fuori dall’appartamento, porta al suo ascensore privato.

Esce e una guardia svizzera, incredula, si mette sull’attenti. Benedetto XVI passa oltre senza dire nulla, concentrato soltanto su quelle parole lette nel libro di Malachi: “Vieni a prendermi se hai coraggio!”.

Ricorda i giorni del conclave. Il giudizio universale di Michelangelo vegliare sui cardinali intenti nelle votazioni. Quante volte ha guardato in basso a destra, verso la raffigurazione dell’inferno. Gli angeli picchiano coi pugni i reprobi, mentre i demoni li trascinano verso l’abisso in ogni modo. E ancora, isolato a sinistra, quel gruppo con un dannato seduto che si copre il volto, mentre i diavoli lo trascinano in basso. Emblema della disperazione, un serpente mostruoso lo morde, simbolo del rimorso, e un perfido demone gli stringe le gambe, col corpo colorato di blu e rosso. Satana è rappresentato in diverse forme d’animale. Pensava a quelle figure quando chiese al popolo riunito in piazza appena dopo l’elezione di pregare “perché io, per paura, non fugga davanti ai lupi”. “Satana è tanti animali, anche nella raffigurazione di Michelangelo – pensa –. Ma mai corvo. Perché, dunque, dovrebbe esserci lui dietro tutta questa storia? Perché dovrebbe esserci la sua mano dietro questo gran bailamme?”. Difficile rispondere, seppure il Papa lo sa bene: Satana è ovunque, anche in Vaticano. Del resto, fu lo stesso Michelangelo a insegnarlo ai posteri: nella figura di Minosse egli ritrae il maestro di cerimonie del Papa, Biagio da Cesena, che, da “persona scrupolosa” – sono parole del Vasari –, dopo aver osservato l’opera in corso di completamento, rimane sconvolto dal turbinio di corpi nudi e contorti che “sì disonestamente mostran le loro vergogne” e li definisce adatti “da stufe (bagni termali) e d’osterie” piuttosto che per la cappella pontificia. Michelangelo, che non pratica volentieri il ritratto, fa allora un’eccezione effigiandolo nel giudizio infernale, per di più con orecchie da asino e con una serpe che, invece di aiutarlo nel giudizio dei dannati, lo punisce mordendogli l’organo sessuale. Biagio, umiliato, se ne lamenta col Papa che replica indifferente di non avere alcuna autorità sull’inferno, disinteressandosi alla questione. Ma il suo disinteresse è una conferma implicita: che piaccia o no il male, anche quello con la “M” maiuscola, abita queste stanze. “E che Biagio se ne faccia una ragione”, dice.

Una guardia svizzera servizievole e ben addestrata apre a Benedetto XVI la porta del suo ascensore privato. Il Papa sembra assente. Ma la guardia non fiata. Così gli ha insegnato a comportarsi il comandante colonnello Daniel Rudolf Anrig: “Quando arriva il Pontefice mettiti sull’attenti e non dire nulla. Parla solo se interpellato”.

“Vado in basilica”, dice Ratzinger assorto nei propri pensieri. E la guardia, senza proferire parola, schiaccia il bottone con incastonato lo stemma pontificio che conduce l’ascensore più sotto, in un ambiente attiguo alla cappella della Pietà. Non gli è mai capitata una cosa simile: il Papa che esce da solo di notte dai suoi appartamenti e si reca in basilica. E’ vero, anni prima aveva visto più volte Giovanni Paolo II entrare di notte nella cappella Paolina e sdraiarsi faccia a terra in mistica preghiera, a volte addirittura flagellarsi, ma scendere in basilica nel buio della notte no… Ma non osa chiedere nulla.

“Mi aspetti qui” dice Benedetto XVI. E, da solo, entra nello spazio sacro immerso nel buio e in un grande silenzio.
I passi sono felpati, ma il loro struscìo risuona nelle grandi navate. “Non c’è bisogno che annunci la mia presenza” pensa. “Chi mi aspetta sa che sono qui”.

Non sa esattamente dove andare. Ma sa che deve camminare in avanti, verso il grande altare eretto sopra la tomba di Pietro. E gli sovviene alla mente Innocenzo X che nel 1645 chiese a Bernini di far sì che la grande navata fosse un percorso didattico. Un programma ricco di valori e di contenuti che oltre a esaltare i volumi svolgesse una funzione formatrice: a favorire il cammino dell’uomo verso Dio vennero rappresentate ventotto virtù cristiane e umane, trentanove santi fondatori di ordini religiosi, cinquantasei medaglioni con i ritratti dei primi Papi canonizzati. E poi le vede, all’estremità di ogni pilastro: le colombe, con un ramoscello d’olivo nel becco, elemento dello stemma gentilizio della famiglia di Innocenzo X che campeggia nella controfacciata della basilica, appena sopra l’epigrafe che ricorda i lavori svolti durante il suo pontificato per il giubileo del 1650. La famiglia Pamphili, considerandosi discendente di Enea, figlio di Venere, adottò la colomba perché a lui consacrata. Da sempre considerata uccello mite, rappresenta l’animo puro e semplice, l’amore casto, pace coniugale, fecondità, gratitudine, clemenza, dolcezza.

“E quale potrebbe essere l’emblema dei Ratzinger?”, pensa il Papa rapito dalla maestà che lo circonda. Ma subito si riprende: “Non sono qui per le colombe, purtroppo, e nemmeno per gli emblemi. Piuttosto per i corvi”. E scopre d’aver superato, senza rendersene conto la crociera, i quattro giganteschi pilastri che sorreggono la cupola di Michelangelo e che al centro custodiscono il bronzeo baldacchino del Bernini, maestoso a segnare il luogo più sacro: il sepolcro di Pietro e l’altare papale.

Ratzinger cammina ma si rende conto di non essere lui a indirizzare il proprio incedere. Qualcuno lo sta portando dove lui non vuole. Chi? Dio? O il suo nemico?

“Chiunque sia, questa storia deve finire”. E alza la testa a guardare la grande tribuna.

Si gira a sinistra e capisce ogni cosa: “E’ per i corvi che sono sceso qui sotto. Perché questa storia abbia fine”. Innanzi a sé, celato nella prima nicchia in basso a sinistra, qualcuno lo sta osservando.

Il sangue, per un momento, gli si raggela nelle vene. Di fronte a questa nera figura si sente come un agnello condotto, innocente, al macello. Il suo boia è lì, a pochi passi, e contro di lui egli non può nulla.

Un respiro più profondo. L’ossigeno ritorna al cervello e gli permette di vedere meglio. San Benedetto da Norcia è quella figura. Sta innanzi a lui, maestoso e glaciale nella scultura di Antonio Montauti. Lo sta guardando, severo, come a volergli dire: “Ti stavo aspettando”. E’ in suo onore che Ratzinger scelse di chiamarsi Benedetto. Lo fece d’istinto, per l’amore a quella Regola che diede vita all’ordine benedettino e a un nuovo effluvio di civiltà in tutta Europa. Ma non avrebbe mai immaginato che quel santo, Benedetto, sarebbe sceso in una notte di Vatileaks ad aiutarlo, ad indicargli la soluzione d’ogni cosa.

I pensieri si dipanano. Ricorda che aveva letto, mesi prima, quel libro che il giovane esperto d’arte dell’Osservatore Romano, Sandro Barbagallo, aveva dedicato agli animali presenti nella basilica vaticana. E ricorda d’essersi soffermato, stupito, su quel corvo incastonato ai piedi di Benedetto con in bocca un tozzo di pane. Aveva sorriso a leggere del corvo. Ma poi se ne era dimenticato. Mentre ora davanti a quella nicchia, quel racconto gli torna in mente. E capisce ogni cosa.

Prima di fondare Montecassino, san Benedetto dirigeva dodici monasteri intorno a Subiaco. Fiorenzo, un invidioso prete sublacense, tentò di ucciderlo avvelenando alcuni pani. Benedetto capì le sue intenzioni e ordinò a un corvo di portare via il pane avvelenato. Fu il corvo a salvarlo. Quel corvo che ora, maldestramente, per molti colpevolmente, ha pensato di proteggerlo da quelli che egli ritiene siano i suoi nemici. E in un istante la soluzione di tutto gli diviene chiara: la grazia da concedere al maggiordomo infedele. Il perdono come risposta all’infedeltà del corvo, ma anche il perdono come esempio per gli altri, per i nemici di curia, insidiatisi entro le fessure della chiesa come il diavolo di Paolo VI che un giorno entrò ma che nessuno ha mai detto essere uscito.

 

Pubblicato sul Foglio sabato 9 giugno 2012


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