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CHIESA

Santa Sede FSSPX: IMPORTANTE editoriale sulle discussioni

01/05/2012

Sempre dalla Francia: Forum Fecit, di orientamento tradizionalista, pubblica oggi questo interessante Editoriale da Seignadou [Bollettino del priorato Saint-Joseph-des-Carmes] di maggio 2012, di Don Michel SIMOULIN, cappellano di Fanjeaux. Importante perché rievoca dati storici e puntualizza con chiarezza i termini dell'accaduto del 1988, che distingue nettamente dalla situazione attuale e nel contempo dimostra anche i dubbi e le perplessità sorti in seno alla Fraternità che cerca evidentemente di fugare.

Abbiamo conosciuto Don Michele Simoulin negli anni in cui è stato responsabile del Distretto Italiano e condividiamo in toto il commento di Dante Pastorelli, riportato in calce (n.d.r.)

 

"Non so quale sarà la situazione al momento della pubblicazione di questo Seignadou, ma penso non sia inutile riflettere insieme su quanto sta accadendo. Non parlo della buffonata « repubblicana » che ci stordisce, ma delle nostre relazioni con Roma. Recentemente mi è stato sottoposto un testo arricchito da questa domanda : « Quando dunque torneremo ai fondamentali della Fraternità ? Quando avremo l'umiltà di rispettare l'eredità del nostro fondatore ? » Credo di conoscere un po' la Fraternità – della quale sono membro da 35 anni – e di avere dunque il diritto di ricordare a tutti che i nostri « fondamentali » sono impressi a lettere d'oro nei nostri statuti : « Lo scopo della Fraternità è il sacerdozio e tutto ciò che vi si riferisce e nient'altro che ciò che lo concerne, cioè tale e quale l'ha voluto Nostro Signore Gesù Cristo quando ha detto: Fate questo in memoria di me. » Questa è l'eredità del nostro fondatore, questi sono i nostri « fondamentali » ; non ne abbiamo altri, e non vogliamo averne altri. La Fraternità non è un'armata schierata contro Roma, ma un'armata formata per la Chiesa.


In seguito, si è accennato al rifiuto di Mons. Lefebvre di proseguire sulla via di un accordo nel1988. E mi si cita Mons. Lefebvre : « Con il protocollo del 5 maggio [1988] saremmo subito finiti. Non saremmo durati un anno... » tutto ciò, sicuramente, per metterci in guardia ed invitarci a rifiutare ogni proposta romana, cosa che dovremmo fare « sotto pena di morte ».
Mi è arrivata ancora un'altra eco: « A Roma accadono cose gravi, gravissime... ma non posso dirvi di più ! » Ecco dunque che ho fatto un passo avanti!


Dunque, tentiamo di ragionare. Perciò sara bene ricordare gli avvenimenti del 1988. Dopo aver firmato un accordo il 5 maggio (che non era tanto un accordo quanto un testo imperfetto e perfino dannoso, che non ha lasciato dormire in pace Mons. Lefebvre), Monsignore il mattino del 6 maggio ha scritto una lettera al cardinal Ratzinger, non per rimangiarsi la sua firma (« Ieri, è con vera soddisfazione che ho posto la mia firma al protocollo elaborato nei giorni precedenti. Ma, lei stesso ha constatato una profonda delusione nel leggere la lettera consegnatami che mi recava la risposta del Santo Padre in ordine alla consacrazione episcopale ») ma per chiedere insistentemente che la consacrazione potesse aver luogo il 30 giugno, al fine di esser certo di avere un vescovo che continuasse la sua opera. La lettera del 6 maggio tratta interamente e unicamente questo punto : « Se la risposta fosse negativa, mi vedrei in coscienza obbligato a procedere alla consacrazione, basandomi sull'assenso dato dalla Santa Sede nel protocollo per la consacrazione di un vescovo membro della Fraternità. » Non è dunque su una questione dottrinale, né su quella dello statuto offerto alla Fraternità, ma sulla data di consacrazione del vescovo concesso, che il processo si è arrestato. Ed è da rilevare che la rottura delle relazioni è stata decisa allora, non da Mons. Lefebvre, ma dal cardinal Ratzinger il quale ha rifiutato la consacrazione episcopale per il 30 giugno.


Effettivamente, se Mons. Lefebvre avesse accettato che il protocollo del 5 maggio non fosse seguito dall'ordinazione episcopale, allora sì « col protocollo del 5 maggio saremmo presto finiti. Non saremmo durati un anno... », perché senza vescovo, saremmo stati consegnati alle buone (o cattive) volontà di Roma e dei vescovi.

Dopo il giubileo del 2000, Roma ha preso l'iniziativa di nuove relazioni. Oggi, lo stesso cardinale divenuto Papa ci ha detto che la Messa tridentina Messe non è mai stata abrogata (7 luglio 2007 : « Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato ») ; ha riabilitato i nostri 4 vescovi (21 gennaio 2009) ; ha accettato che conducessimo discussioni dottrinali per due anni, cose che Mons. Lefebvre non esigeva nel 1988. Non è esagerato dire che Mons. Fellay ha ottenuto più di quanto chiedesse Mons. Lefebvre, senza averne il prestigio né l'autorità morale. Dunque, dovremmo essere più esigenti di Mons. Lefebvre e di Mons. Fellay ?


Qualunque sia la situazione di Roma, di tutto ciò che di inquietante ancora permane a Roma, il semplice buon senso e l'onestà dovrebbero condurci a considerare la situazione attuale con un occhio diverso da quello del 1988 ! Per riprendere la formula di uno dei nostri vescovi, non bisogna fare del « ottanta-vittimismo » ! Non siamo più nel 1985 con Paolo VI, né nel 1988 con Giovanni Paolo II ma nel 2012 con Benedetto XVI. Che mi si dica che si nota che lo stato della Chiesa è ancora molto preoccupante, che il nostro Papa ha una teologia perfino strana, etc... l'abbiamo detto abbastanza, mi sembra ; ma che non mi si dica che lo stato delle cose è lo stesso del 1988. Ciò è contrario alla realtà e alla verità, e non può essere che l'effetto di un rifiuto più o meno segreto di ogni riconciliazione con Roma, forse anche di una mancanza di fede sulla santità della Chiesa, composta di poveri peccatori ma sempre governata dal suo capo Gesù Cristo e Santificaa dallo Spirito Santo. La Fraternità San Pio X non è la Chiesa e non può « rispettare l'eredità del suo fondatore » che conservandone lo spirito, il suo amore per la Chiesa e il suo desiderio di servirla come figlio che la ama, nella fedeltà alle sue benedizioni fondatrici.


Non so se tutti comprendono il peso della decisione che non appartiene che a Mons. Fellay, decisione nuovamente affidatagli dai nostri superiori riuniti ad Albano l'ottobre scorso, decisione presa con i suoi assistenti : cos'è che si aspetta la Chiesa dalla Fraternità nel 2012 ? Come deve rispondere la Fraternità ai « bisogni » della Chiesa oggi ?


Ciò richiede una virtù di prudenza altamente soprannaturale, ad un grado cui nessuno di noi ha la grazia di arrivare, perché ciò non dipende dalle nostre competenze né dalla nostra responsabilità. Solo Mons. Fellay e i suoi assistenti, avendo la totalità delle carte in mano, possono giudicare nella maniera più consona la situazione attuale. Piuttosto, la questione che ognuno deve porsi è quella della nostra benevolenza verso l'autorità e soprattutto della nostra fiducia in essa. Sono dodici anni che Mons. Fellay discute con Roma, con alti e bassi, per raggiungere finalmente risultati, e anche a questo risultato sorprendente, che forse nessuno ha rilevato : queste discussioni dottrinali che non hanno fatto rumore sulla pubblica piazza e che hanno permesso di poter dire a Roma ciò che pensiamo... al punto da farle terminare in un « mettersi di traverso » !


Pertanto, che cosa non si è capito riguardo al silenzio dei superiori intorno a queste discussioni ed ai documenti scambiati gli ultimi mesi e sulla loro grande discrezione in segno di rispetto per Roma e per il Santo Padre, interpretati come una forma di dissimulazione, un obiettivo di compromesso. Come si può dubitare della rettitudine dei nostri superiori in maniera così gratuita ed arbitraria ?


Ancora non si conosce la conclusione che Benedetto XVI vorrà dare a questi dodici anni di lento lavoro, di ricerca di una migliore comprensione, di preghiere e di rosari accumulati. È dunque l'ora della preghiera, come ci ha invitati Mons. Fellay, e della fiducia nella Chiesa. La Vergine Immacolata che onoriamo particolarmente in questo mese di maggio, saprà ottenerci tutte le grazie necessarie se noi non vogliamo nient'altro che la vittoria di suo Figlio e della Chiesa.
Il Seignadou

Dante Pastorelli ha detto...
Ha ragione don Simoulin, a proposito del "Ottantottismo" di parti non indifferenti della Fraternità.
Avendolo conosciuto abbastanza bene, nei suoi modi spicci, bruschi e caporaleschi, m'ha positivamente stupito questa sua posizione di apertura che sta a significare da una parte un deciso ritorno della fiducia in Roma, dall'altra una chiara volontà di mettere a tacere i dissensi privi di fondamento.
Il segnale è rassicurante.

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