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Home page » Notizie » Repubblica, un parto «assistito e pilotato» - da

LA REPUBBLICA ITALIANA

Repubblica, un parto «assistito e pilotato» - da

02/06/2011

2 giugno 1946, l'Italia appena uscita a pezzi dalla Seconda Guerra mondiale, decide in un referendum se mantenere la Monarchia o scegliere invece la Repubblica come forma di Stato. Vince la Repubblica, ma sul come si è arrivati a quell'esito del voto non si sono mai spente le polemiche. Nel 2002 un testimone d'eccezione, Massimo Caprara (1922-2009), che al tempo del referendum era il segretario del leader comunista Palmiro Togliatti e che più tardi si convertì al cattolicesimo, pubblicò sul mensile "Il Timone" il racconto di quei giorni. Un documento eccezionale che vi riproponiamo come contributo a una conoscenza storica che va oltre le commemorazioni retoriche di rito.

 

di Massimo Caprara 01-06-2011

 

Il Guardasigilli fu, come sovente gli accadeva, ingiuntivo e risoluto: "La lettera la porterai tu stesso. Deve giungere all'ora del pranzo". Poi me ne dettò il testo e appena battuta a macchina la firmò con quella grafia sapiente e ricercata. La chiusi io stesso e con la macchina Lancia grigioverde che era stata di Rachele Mussolini, ora guidata dal reggente di polizia Gammino, raggiunsi piazza Venezia, salii per la via obliqua IV Novembre e costeggiai il Viminale. Feci in tempo a vedere che dal Palazzo era stata ammainata la bandiera tricolore che prima aveva lo stemma dei Savoia. Fu la prima volta in quegli anni che non vidi più il simbolo sabaudo, in quei giorni infuocati dove tutto sembrava incerto e le passioni sembravano ciononostante ardenti e contrapposte. Era un mattino di sole di quel giugno del 1946.

Venivo da via Arenula ai margini del ghetto e di Trastevere dove ancora c'era stato un timido e titubante corteo di camion repubblicani. "Vittoria! Vittoria!" Urlavano gli occupanti con la bandiera rossa, forse più per darsi coraggio che per affermarlo perentori.

Il Guardasigilli era Palmiro Togliatti, leader del partito comunista ed io il suo segretario particolare. Il ricordo è ancora nitido poiché ero convinto di essere un modesto strumento della storia. Avvertii che dal Viminale, nel cui primo cortile si aprivano gli archi banali che davano accesso alla sede della Presidenza del Consiglio, emanava un'aria di ostentata tranquillità, come di un'asserita ed esibita padronanza della situazione. Il suo inquilino che era il Presidente democristiano Alcide De Gasperi, mostrò in quei frangenti una calma che nei giorni precedenti alla Camera e nei pubblici comizi mi era sembrata più cauta e misurata.

Al Viminale, poco dopo il 2 giugno, giornata del referendum istituzionale e circolati i primi conteggi, si ostentò sicurezza sulla sconfitta della Monarchia. Il partito della Democrazia Cristiana aveva deciso per il voto repubblicano all'ultima ora, nel Congresso alla città universitaria di Roma dal 24 al 27 aprile. Era stato notato che al pronunciamento De Gasperi aveva applaudito debolmente e il relatore al Congresso, Guido Gonella, segretario del partito, era stato in silenzio. La mozione era stata sostenuta il 24 aprile soprattutto da Enrico Mattei, uno dei capi della Resistenza cattolica contro le formazioni fasciste e le truppe tedesche, che fornì anche le cifre dell'impegno della DC nella lotta: 181 brigate, 1976 caduti, 2439 feriti, 337 prigionieri. Nessun dato, nessuna cifra dello stato d'animo cattolico nel Mezzogiorno e nelle Isole.

"È una mozione che vale più di cento comizi", commentò privatamente Togliatti scettico e dubitativo. "Ora si tratta di scuotere l'albero e raccoglierne i frutti. Ma rendendo più fertile il terreno e più taglienti gli attrezzi per dissodarlo".

Alla Repubblica consegnata alle sinistre su un piatto d'argento, non credette mai. A chiunque gli parlasse di un travolgente pronunciamento a favore della Repubblica esistente al Nord, ricordava che "Palermo, anzi Napoli sono Italia".

A Palermo, proprio a me era accaduto di assistere ad uno spettacolo teatrale di grande effetto e portata elettorale. Umberto di Savoia aveva appena finito di fare cenni di compassato saluto di ringraziamento da un balcone del Palazzo dei Normanni alla folla che lo osannava. Dall'aulico portone di fronte uscì un corteo solenne, orante. In coda, il cardinale Arcivescovo della città con un gran manto di foggia regale, le cui code erano rette da gentiluomini e scabini di Curia. Il Cardinale traversò a piedi con portamento fiero e benedicente tutto il lastricato e si accinse a salire la gradinata, quando Umberto gli si fece incontro. La Repubblica apparve lontanissima.

Subito dopo mi recai alla sede vicina di una sezione comunista dove avrebbe dovuto tenersi un'assemblea con una mia relazione. Trovai il custode che, la coppola nera cavata dalla testa, si scusò a bassa voce: "Voscienza indulga, sono andati tutti alla processione di Nostro Signore". Nòn precisò se fosse Cristo o Umberto, ma anche lui sicuramente propendeva per il secondo.
Ricordavo quell'episodio percorrendo Roma in quella giornata tra il 3 e il 10 giugno 1946. Roma sembrava perplessa, col fiato sospeso, mentre dal Quirinale arrivavano notizie all'inizio rassicuranti di pieno rispetto del risultato del referendum.

Dalla torretta di Gian Lorenzo Bernini del Quirinale sventolava il gagliardetto reale.
Ma qual era in effetti questo risultato? Dopo le prime notizie favorevoli alla Repubblica, era cominciato un nuovo calcolo. Giuseppe Romita, ingegnere socialista di Cuneo, Ministro dell'Interno, ne aveva telefonato allarmato a Togliatti, calcando la voce e l'enfasi su una impasse di schede assai pericolosa per la Repubblica. Aggiunse che stentava a mantenere comunque l'ordine pubblico per le intemperanze dei gruppi monarchici. Gli avvocati della Real Casa, guidati dall'onorevole Vincenzo Selvaggi, membro della Consulta, assunsero vistosamente il patrocinio del Quirinale. Come avrebbero dovuto essere computati i voti nulli e le astensioni? Se calcolati, il quorum sarebbe cambiato a svantaggio della Repubblica. Da Napoli, pronunciatasi a maggioranza per la Monarchia, la causa non era considerata perduta, né gli elettori monarchici inclini o rassegnati a darsi per vinti. La Federazione comunista napoletana, situata nella centrale via Medina, era stata ripetutamente presa d'assalto da consistenti, violenti, esasperati sostenitori del Re. In uno degli assalti, essi erano riusciti ad arrampicarsi pericolosamente sull'edificio ed a togliere la bandiera rossa dalle finestre della sede comunista.

Dalle strade si sparava. Dal balcone e dall'interno era stato risposto al fuoco. Alcuni manifestanti erano stati colpiti anche gravissimamente. L'episodio si stava trasformando in un crudele, sanguinoso eccidio con caduti tra le due parti.
L'atmosfera sembrò volgere in una cruenta strage di massa quando il Sottosegretario alla Presidenza, il comunista Giorgio Amendola, guidò con veemenza alcuni plotoni di ex partigiani rossi arruolati ufficialmente nelle fila della Polizia ad impedire la brutale prosecuzione degli scontri. Togliatti ne venne subito informato.

Come Ministro della Giustizia dal quale, secondo l'ordinamento giudiziario fascista in vigore che del resto Togliatti approvò e ribadì, ta Magistratura dipendeva, egli vigilò, anzi intervenne. Presso la Suprema Corte di Cassazione dove erano il Presidente Giuseppe Pagano e il Procuratore Generale Massimo Pilotti era stato istituito l'Ufficio elettorale centrate. Il decreto luogotenenziale ne aveva anche stabilito perentoriamente le funzioni: effettuare lo spoglio dei voti e promulgare la vittoria di uno dei due schieramenti. Esattamente nella riunione convocata per il 10 giugno.

La lettera che recavo in quel concitato itinerario romano era precisamente diretta al Presidente Pagano. Quando giunsi nella sua abitazione di viale Regina Margherita, un commesso mi obiettò che era a tavola. Ribattei che era urgente che io lo vedessi e infatti, poco dopo, egli comparve alla soglia del salotto in cui avevo brevemente atteso. Aprì e lesse attentamente il contenuto della lettera. lo sapevo che il Guardasigilli chiedeva all'Ufficio della Corte Suprema di non proclamare l'esito del voto, ma di comunicare soltanto il risultato sinora raggiunto ma sottoposto a verifica.
Quindi, rifiutandosi di adempiere a quanto tassativamente stabilito dalla norma del Decreto. L'onorevole De Gasperi non fu per nulla informato della iniziativa del suo Guardasigilli, né al Consiglio dei Ministri fu fatto cenno della nota inviata al Presidente Pagano.

Questi corrugò intensamente la fronte china sulla lettera. Rifletté perplesso, consapevole dell'effetto dilatorio, di calcolata attesa. Non ritenne di mettere nero su bianco. Poi, asciutto, disse: "Assicuri il ministro". Così avvenne.

Nel Salone della Lupa di Montecitorio, nella solenne udienza del 10 giugno 1946, il Presidente Pagano comunicò soltanto il numero dei voti espressi, ma si astenne dal pronunziare la vittoria. La Repubblica infatti venne proclamata in altra incolore seduta, con rito ordinario della Cassazione, quando ormai era stato già nominato Capo provvisorio dello Stato, il Capo del Governo De Gasperi. Gli Ermellini, i Magistrati della Corte Suprema, avevano ubbidito.

Non voglio né posso riaprire, né contestare alcunché delle vicende repubblicane. Riferisco un preciso, sostanziale episodio di cui la storia attende ancora una spiegazione esauriente. Togliatti ne diede una subito, enigmatica ma pregnante, da levatrice non usa a mosse avventate: "I parti difficili vanno assistiti e pilotati".

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