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Home page » Notizie » QUALCUNO ORDINI IN CHIESA IL CESSATE LE PAROLE! Il castigo divino della “Preghiera dei fedeli”.

CELEBRAZIONI

QUALCUNO ORDINI IN CHIESA IL CESSATE LE PAROLE! Il castigo divino della “Preghiera dei fedeli”.

10/12/2011

Quella Chiesa postconciliare che ha abolito il silenzio. La Preghiera dei fedeli: la “madre di tutti gli eccessi”. Se si dimentica che il peccato sociale altro non è che la somma dei peccati individuali. Se l’ossessione del “sociale” che tuona dagli amboni diventa idolatria. Quando si scambia il “Fatto” per eccellenza con Il Fatto Quotidiano. L’ultima moda clericale: il prete che non si inginocchia mai nella messa. “I ragionamenti tortuosi allontanano da Dio”. Quelle Preghiere dei fedeli riprese dalla scaletta del tg di mezzogiorno. Prendi la preghiera dei fedeli: voluta dalla riforma liturgica, è diventata la “madre di tutti gli eccessi”, il luogo di ogni abuso; nei casi migliori uno sfogatoio, nei peggiori la latrina di ogni verbosità para-ideologica; l’introito, l’allusione neppure troppo velata verso l’opinionismo politico legato alla cronaca, la terra di nessuno dei comitati parrocchiali che hanno fatto di sacrestie proprietà privata e sezione partitica, e che talvolta sembrano fermi psicologicamente all’assetto da guerriglia verbale sindacalizzata anni ’70, con tutti i loro proclami da ambone.

dic 9, 2011

 

di Antonio Margheriti Mastino

da "Papalepapale"

 

 

 

QUELLA CHIESA POSTCONCILIARE CHE HA ABOLITO IL SILENZIO

Ero partito con l’intenzione di scrivere un articolo sui generis sul come si prega, per smentire l’idea che la preghiera sia fatta solo di parole, di un fiume di parole, spesso fuoriluogo; e di lì sarei passato a spiegare che c’è un modo “alternativo” di adorare il Sacramento. Ma mentre scrivevo, però, sono stato fulminato da una parola che mi è rimbombata nella memoria: “Preghiera dei Fedeli”, che durante la messa sempre più va degenerando, nei più casi, in veri e propri proclami ideologici, partitici spesso, arroganti e pretenziosi molte volte, demenziali e interminabili quasi sempre. È di questo che voglio parlare adesso.

Se c’è una cosa della quale più d’altre la Chiesa postconciliare, con le manie di protagonismo, presenzialismo, personalismo dei suoi membri s’è scordata, è il silenzio. E, di riflesso, il guardarsi dalle vane parole.

L’ho sempre detto: preferisco frequentare a Roma le messe in rito antico per tante ragioni, una della quali è proprio il silenzio; quella messa lì ha conservato la consapevolezza delle virtù balsamiche per lo spirito del “cessate le parole”. Quelle inutili, almeno. La certezza che non solo la lingua, le parole, il vociare, il clamore possono esprimere la lode a Dio. Ma che anzi, talora possono indurre al contrario: all’esibizione, allo sfoggio, a perdere di vista l’essenziale. In una parola: ad autocelebrarsi, mentre Dio diventa solo il pretesto, l’introduzione al nostro peccato di vanità, e orgoglio poi. O possono diventare un rito sociale: il culto di una comunità che si parla addosso, celebrando se stessa. E il passo verso il comizio è breve assai. Non è un caso che l’allora cardinale Ratzinger parlò delle odierne liturgie come “danze vuote intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi”.

 

LA PREGHIERA DEI FEDELI: LA “MADRE DI TUTTI GLI ECCESSI”

Prendi la preghiera dei fedeli: voluta dalla riforma liturgica, è diventata la “madre di tutti gli eccessi”, il luogo di ogni abuso; nei casi migliori uno sfogatoio, nei peggiori la latrina di ogni verbosità para-ideologica; l’introito, l’allusione neppure troppo velata verso l’opinionismo politico legato alla cronaca, la terra di nessuno dei comitati parrocchiali che hanno fatto di sacrestie proprietà privata e sezione partitica, e che talvolta sembrano fermi psicologicamente all’assetto da guerriglia verbale sindacalizzata anni ’70, con tutti i loro proclami da ambone. Anzi: se negli anni ’60 viravano sul sociologismo, negli anni ’70 al puro ideologismo, negli anni ’80 allo psicologismo, nei ’90 all’umanitarismo, all’inizio del 2000 al buonismo un tantino sincretista, da qualche tempo a questa parte puntano sull’economicismo… che è sempre l’introduzione più nobile verso l’antiberlusconismo tout-court. E ve lo dimostro fra poco.

Vane parole, nelle quali Dio è interpellato per assecondare e ratificare d’ufficio schemi tutti umani, orizzontali. E dove, proprio per ciò, cancellata la spinta verticale, Dio è scomparso dalla loro prospettiva. Tutto è consumato sull’altare pagano del plurale sociologico, dell’astrattezza della “società”. Fateci caso: la maggior parte delle interminabili e soporifere “pregherie dei fedeli” (ossia dei magnaccia di sacrestia) iniziano in due modi: “In questa società”; “in questo mondo”… di ladri! Eppure, se tu vai a guardare le parole del Nazareno, ti rendi conto di una cosa: non sembra mai interessato ai gruppi sociali, non parla mai in astratto, non si rivolge ad entità collettive e anonime, non v’è nella sua predicazione ombra di “peccato sociale” se non come riflesso unico del peccato individuale, che a sua volta è il prezzo di quello originale che tutti ci accomuna. E appunto, il Cristo, nei vangeli si rivolge unicamente al cuore dell’uomo. Cioè del singolo. Perché è il cuore di ogni singolo uomo che gli interessa: per lui tutto da lì parte. Dall’individuo uti singuli. Ossia io, tu. Separatamente. Solo così resta chiara alla nostra coscienza la colpa, il nostro peccato, la responsabilità di ciascuno dunque: senza scaricarla su una entità collettiva indefinita, quasi quasi autoassolvendosi, e compiendo così un doppio e triplo peccato. Resta emblematica quella dichiarazione di Andrè Frossard, il grande convertito francese: “Il bello del cristianesimo è che ognuno si sente figlio unico dinanzia a Dio”. Mi sentirei di correggerlo: per un disegno misterioso e incomprensibile alla mente umana, noi in un certo senso non ci “sentiamo”, ma siamo “figli unici” di Dio.

 

SE SI DIMENTICA CHE IL PECCATO SOCIALE ALTRO NON È CHE LA SOMMA DEI PECCATI INDIVIDUALI

Talvolta mi domando se negli sproloqui logorroici e socialmente “utili” delle Preghiere dei fedeli durante la liturgia, non vi sia traccia non solo di vane parole, non solo di paganesimo, ma proprio di idolatria; idolatria dell’immanente, delle strutture e sovrastrutture, del solo umano, delle cose di questa terra. In una parola: del “sociale”. Tutte cose che è lo stesso Cristo a definire passeggere, e nel Libro Antico, è il Dio di Mosè, attraverso l’Ecclesiaste, a marchiarle in modo efficacissimo come “vanitas vanitatis… vanità delle vanità, tutto è vanità”. Ma a sentire questi declamatori liturgici, sembrano eterne, le sole che contino. Idolatria del “sociale” appunto, ossia culto di una comunità verso se stessa e le sue dinamiche, autocelebrazione, autocompiacimento, autoesaltazione, autoadorazione. Gridano contro la “parzialità” e l’ingiustizia di un mondo che proprio questi ragionamenti hanno contribuito in modo determinante a creare; e dimenticano la cosa fondamentale: che alla base dell’ingiustizia sociale non c’è un governo sbagliato o una errata dottrina economica. Alla base di quella e di questi c’è solo una cosa: il peccato. Individuale. Che, propalandosi attraverso i suoi untori, infettivo com’è, diventa anche “sociale”. Il peccato sociale, non è la tara di un gruppo dominante, il capriccio di un destino cinico e baro: è la somma dei peccati individuali.

 

SE L’OSSESSIONE DEL “SOCIALE” CHE TUONA DAGLI AMBONI DIVENTA IDOLATRIA

Eppure, come si diceva, è proprio l’Antico Testamento a metterci a chiare lettere sempre in guardia da questo pericolo, il pericolo delle vane parole e dalla sopravvalutazione delle cose di questo mondo e dei suoi idoli, che siano strutture, sovrastrutture, istituzioni, ideologie.

Siccome ho un debole per i Libri Sapienziali, li apro a caso e l’occhio mi cade sul Libro della Sapienza. Al capitolo 13 si spiega come materialmente l’idolatra costruisce il suo idolo: sembra quasi una lezione di falegnameria per fai-da-te. Così inizia: “Infelici sono coloro le cui speranze sono in cose morte e che chiamano dèi i lavori di mano d’uomo”. E dopo averci edotti tecnicamente su come fare di un pezzo di legno un idolo, conclude: “Esso è solo un’immagine [l'idolo]… Eppure quando [l'idolatra] prega per i suoi beni, per le sue nozze e per i suoi figli, non si vergogna di parlare a quell’oggetto inanimato; per la sua salute invoca un essere debole, per la sua vita prega un morto; per un aiuto supplica un essere inetto, per il suo viaggio chi non può neppure camminare; per acquisti, lavoro e successo negli affari, chiede abilità ad uno che è il più inabile di mani”.

Come non farsi venire in mente tutti questi declamatori sindacalizzati di “preghiere dei fedeli”, che ultimamente si son fatti venire la passionaccia dell’economia, secondo il vangelo dei banchieri, dopo che hanno smaltito la sbornia di operaismo immaginario?

Vado oltre, e nello stesso Libro attribuito miticamente a Salomone, si racconta di come Dio si serve degli elementi della terra per punire gli idolatri e aiutare i suoi figli. E in questo capitolo 16 c’è un grave monito per chi crede davvero che ogni male stia nella stultizia delle cose terrestri e che mondana sia l’unica giustizia possibile; grave monito agli appassionati foss’anche liturgici di cose “sociali” e conseguenti “ricette economiche” toccasana, di panacee di tutti i mali elaborate in laboratorio; che parlano come se la Chiesa esistesse non per salvare le anime ma per guidare le sorti dell’economia, come se invece dei mali dell’anima debba occuparsi dei presunti “mali” sociali, che ignorano essere proprio la conseguenza dei primi e non il contrario. Leggo, infatti, in questo capitolo sapienziale: “Gli egiziani [idolatri] infatti furono uccisi dai morsi di cavallette e mosche, né si trovò un rimedio per la loro vita, meritando di essere puniti con tali mezzi. Invece contro i tuoi figli neppure i denti dei serpenti velenosi prevalsero, perché intervenne la tua misericordia a guarirli. Perché ricordassero le tue parole, feriti dai morsi, erano subito guariti, per timore che, caduti in un profondo oblio, fossero esclusi dai tuoi benefici. Non li guarì né un’erba né un emolliente, ma la tua parola, o Signore, la quale tutto risana. Tu infatti hai potere sulla vita e la morte: conduci alle porte degli inferi e fai risalire”.

 

QUANDO SI SCAMBIA IL “FATTO” PER ECCELLENZA COL FATTO QUOTIDIANO

Dicevo che assisto (e dico: assisto, non “partecipo”) spesso alle messe antiche: sono un’altra cosa, rimbombano dentro, esplodendo silenziosamente nell’anima, è un precipitare improvviso e al contempo un ascendere vertiginoso dentro un Mistero, antichissimo e nuovo, che travalica il tempo. Ma siccome il papa ha scritto nel Motu Proprio che il fedele deve “completarsi” assistendo all’uno e all’altro rito, a quello straordinario ma anche a quello ordinario, che poi sono due forme dello stesso canone romano, allora, spesso facendo violenza su me stesso, mi obbligo ad andare alla messa nuova nella chiesa sotto casa. Certe volte lo faccio pure per pigrizia, ché non mi va di prendere il bus per arrivare sino al centro di Roma, verso Campo de’ Fiori, dove sta la parrocchia che celebra esclusivamente secondo il messale di Giovanni XXIII: la Santissima Trinità dei Pellegrini.

Ci vado con tutte le migliori intenzioni. Ma poi arriva, arriva sempre, il momento della predica e, ahimé, delle maledette “preghiere dei fedeli”, ossia dei bollettini dei tre sindacati congiunti: iniziano col tono moroteo della Cisl, giungono al linguaggio nenniano della Uil, degenerano in finale col proclama cofferatiano della Cgil. Pronunciate ora con un certo risentimento sociale, ora con moralismo civile allarmistico, ma più spesso in modo cantilenato, atono, non sentito, monocorde, come di chi neppure sta capendo cosa diavolo sta leggendo. E neppure io lo capisco: il linguaggio è fumoso, farraginoso, una moralistica verbosità dorotea nei casi migliori, insolente da ciclostilato di gruppuscoli politicizzati marxisti d’altri tempi nel peggiore dei casi; ma dove nell’uno nell’altro caso si scaricano sulle parole, sul proclama, il valore che dovrebbero avere i fatti. Anzi, il Fatto, il solo che conta: il Nazareno, figlio di Dio incarnato nell’umanità, morto in croce per redimerci dai peccati, al terzo giorno resuscitato dai morti, come avevano annunciato i profeti. Ebbene, ho l’impressione che spesso, questa strana fauna di sacrestia, questi laici clericalizzati, abbiano scambiato il Fatto per eccellenza, per Il Fatto Quotidiano delle edicole.

 

L’ULTIMA MODA CLERICALE: IL PRETE CHE NON SI INGINOCCHIA MAI NELLA MESSA

Vi porto un esempio tipico, uno solo di centinaia che potrei raccontare. Entro in Santa Maria Goretti in Roma. Quartiere Africano. Che è anche una parrocchia che, nelle altre ore, è assolutamente gestita dai neocatecumenali, suppongo con maggiore beneficio morale e religioso per i credenti. Ma che nelle ore “canoniche” è in mano al clero secolare, sempre più internazionale, e anzi sempre più mulatto. Uno pensa: almeno questi sono stranieri, di recente cristanizzazione, capace siano più ferventi e scrupolosi dei preti italiani, troppo devastati da anni di democristianismo. È un’illusione: i professori, i libri di teologia degli uni e degli altri, sempre gli stessi sono. Come ne è corrotto quello di antica cristianizzazione a maggior ragione lo è quello di recente.

Messa appena iniziata. Ripetitori di microfoni al massimo da sfondarti i timpani, tanto da far vibrare il pavimento sotto i piedi. Pochi fedeli si inginocchiano nei momenti previsti anche dal messale di Paolo VI: poco male dico, nel Sud della Puglia l’inginocchiarsi dei fedeli è caduto sistematicamente in disuso. Per la verità -l’ultima moda clericale è questa- neppure il sacerdote si inginocchia mai: manco dove sarebbe d’obbligo, come durante il canone di consacrazione: si limita a un laico frigido inchino, non sia mai si dica che ecceda in cupidigia di servilismo verso l’Altissimo: ti verrebbe una voglia di infilargli un calcione nel sedere da farlo prostrare faccia a terra direttamente. Mi domando, mentre vedo quanto è stitica la pietà di questi preti sempre aggiornati a ogni ultima moda liturgica, se davvero credono alla Presenza Reale nell’ostia e nel vino… e mi rispondo anche che se davvero ci credessero scoppierebbero in lacrime, faccia a terra si prostrerebbero da soli, senza calcioni negli stinchi. A un pezzo di pane che vuoi fare, invece? Un inchino basta e avanza: andare oltre, ha osato dire più di qualche prete aggiornato, potrebbe rasentare l’idolatria: poche idee, ma belle confuse. Durata in tutto 2 minuti e 20 secondi. Poi rifletti che mentre dinanzi al Cristo Eucaristico si vergognano di inginocchiarsi, solo poco prima si sono prostrati in corpo e anima dinanzi a tutti i feticci imposti dal politicamente corretto dominante, ai suoi santuari posticci, ai suoi martirologi fasulli. Ma non è su questo che voglio soffermarmi, quanto sulla predica.

 

“I RAGIONAMENTI TORTUOSI ALLONTANANO DA DIO”

Tralascio per pietà cristiana (e anche perché ve lo immaginate da voi) cosa s’è detto nel mezzo, un mezzo interminabile, pieno di vuote parole in libertà, una fiumana, uno straripamento che ci ha inondati tutti per 35 minuti abbondanti. Un discorso senza un centro, una meta, una logica: “amore” di qua “ricchezza” di là, “povertà” qua e là: la solita spaghettata alla sacrestana. Ma che vuole questo? Ma di cosa vuole parlare? Mi chiedo perché si sforzi di blaterare, teorizzare, complicare tutto quando potrebbe risolvere ogni cosa in 5 minuti, lasciando la parola al Cristo del Vangelo: il quale sapeva quel che diceva e come dirlo, e dicendolo usava la sintesi, seppure immaginifica. Mi chiedevo anche se non avesse ragione il Messori di Ipotesi su Gesù quando diceva che ogni problema nasce dal fatto che si sia voluto sostituire il Cristo della storia con quello della filosofia, sino a sfigurarlo, renderlo irriconoscibile, farne “tanti cristi in maschera”. Alla fine constato che non puoi spiegare una cosa che non hai capito manco tu. Non puoi giustificare agli occhi dei fedeli quello nel quale non credi, che a te per primo sembra gratuito, carente di senso, e dove lo scandalo del Cristo, diluito sino a tal punto in mille solventi diversi, ha perso ogni sapore e forma, ogni utilità: tant’è che si cercano nel mondo, nella politica le cose che possano giustificare in qualche modo ancora la sussistenza di Cristo. Come se il Nazareno fosse un’idea e non un fatto: appunto, ha ragione Messori, si è sacrificato tutto al Nazareno dei filosofi che mai avrebbe dovuto esserci a quello della fede e della storia, che è molto più semplice, e perciò molto più scandaloso. Questi preti, penso, nel loro conformismo senza più vita tentano di ripetere dal pulpito la vuota, inutilmente complicata astrattezza delle teorizzazioni dei libri di teologia ultima generazione in uso nei seminari. Che sembrano spiegare tutto lo scibile umano ma non spiegano niente, ingarbugliano tutto anzi, talora tutto demoliscono. Che vorrebbero su ogni cosa intrattenersi meno che sull’Essenziale. Una volta che ti sei deformato su queli libri, che hai da spiegare più? Non c’è più nulla da dire, da capire, tanta è ormai la confusione. Hai perso il filo, che si diparte da Cristo, e lungo la ininterrotta successione apostolica, passando di mano in mano, a lui ci lega. Ecco perché è un parlarsi addosso. Apro il Libro della Sapienza, che inizia in un modo che più significativo non potrebbe essere: “I ragionamenti tortuosi allontanano da Dio” (Sap. 1,3).

 

QUELLE PREGHIERE DEI FEDELI RIPRESE DALLA SCALETTA DEL TG DI MEZZOGIORNO

Ma mi sono dilungato. Piuttosto volevo riportarvi l’incipit e il finale dell’omelia sindacalizzata. Inizio: “In questa società…”; finale: “… per via della crisi economica che attanaglia l’Europa, l’Italia in particolare”. Manco a dire che non abbiamo capito le idee politiche del prete mulatto. Semmai serbassimo ancora dubbi, gli immancabili “laici” impegnati a comandare in sacrestia giungono a proposito a schiarirci le idee, e ci indicano il come pensarla, con la (ci risiamo!) “Preghiere dei fedeli”, che sembrano piuttosto un rosario che non finisci mai di sgranare, e, ti rendi conto subito, sono riprese dalla scaletta delle notizie del tg di mezzogiorno, e soprattutto dai titoloni e dagli articoli di fondo di Repubblica della mattinata.

“Per la crisi economica…”, ascoltaci Signore!;

“Per questo momento di sbandamento morale che coinvolge i vertici di quelle istituzioni che dovrebbero esserci d’esempio” [come se quei “vertici” non fossero composti di peccatori come tutti, come se la Bibbia non mettesse in guardia chi “confida negli uomini”... “ciechi che guidano altri ciechi”] , ascoltaci Signore!!;

“Per la famiglia della povera Yara, affinchè siano trovati i colpevoli e assicurati alla giustizia” [va da sé: umana, non divina... figurarsi poi se qualcuno ha pensato alla conversione degli assassini], assassinata o da un pedofilo o da un rumeno, magari pure, hai visto mai, da un prete rumeno e pedofilo, o da Berlusconi notorio bazzicatore di minorenni… ad ogni modo… ariascoltaci Signore!!!;

“Perché i governanti”, ossia sempre Berlusconi, “siano promotori di giustizia ed equità soprattutto fra i lavoratori”, [perché, tutti gli altri che ci hanno la rogna? Cristo non ha mai parlato di “lavoratori” e disoccupati, ma di uomini] per non dire classe operaia: la quale che ci sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa, e chi lo sa, sa pure che è ormai non solo un privilegio sociale avere un posto da operaio ma persino da netturbino… ma Signore, “ascoltaci!” pure per questi altri.

“Per la vergogna del nostro tempo di nostri fratelli dell’Africa che giungono in questa nostra terra come la terra promessa a bordo di un gommone: che trovino, questi nuovi cittadini di domani, accoglienza nella nostra comunità resa indifferente dall’opulenza [un momento prima, pur di dare addosso a Berlusconi, il precedente fedele sindacalizzato aveva definito questa “comunità” in agonia da “crisi economica”, 30 secondi dopo è già diventata “opulenta”... l'ideologia, che gran prostituta!]. Ascoltaci, Signore pure per i musulmani!

“Fa, o Signore, che i governanti”, ancora una volta Berlusconi, “comprendano l’importanza della cooperazione solidale con le istituzioni dell’Europa, per il riconoscimento dei nuovi e antichi diritti dei cittadini”. A questo punto non ce la faccio più: qui si è passati dal bollettino del ministero dello sviluppo economico a guida Bersani, a Radio Radicale direttamente. Senza imbarazzo alcuno e ad alta voce ripeto: “Non dargli retta, Signore!”. Ché non sanno quel che dicono.

Che c’è da aggiungere? Quante anime saranno convertite, salvate, da questo clericalismo parolaio? Manca il silenzio, la concentrazione sull’Essenziale, in queste messe che sono diventate prima riverbero di piovaschi temporaleschi ideologici che tuonavano fuori, poi culto di una comunità, culto di una personalità, alla fine sono degenerate in declamazioni contro qualcuno; null’altro che riproposizione su scala ridotta dei tg e dell’opinion-makerismo da columnist Repubblichino (e non quelli di una volta: i nipotini di Scalfari).

Sentendo questi blateratori para-liturgici, questi feticisti del “sociale” (quando non del socialismo), questi che scambiano i talk-show e i tg per cattedre di omiletica, fonti della sapienza alle quali ubriacarsi, viene da ripensare a Paolo di Tarso, il Saulo dalla lingua come spada di fuoco. Il quale Paolo rivolgendosi ai romani (Let. Rom. 1,18-32), gli spiega come -guardacaso- l’iniquità, le perversioni sessuali, la depravazione morale dell’umanità altro non sono che il segno dell’abbandono da parte di Dio, a sua volta e per primo ripudiato (uuuhhh quante immagini contemporanee mi vengono in mente!) dagli uomini. E scrive in modo inequivocabile: “… Essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile (…) hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore. Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami (…) E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia d’una intelligenza depravata…”.

 

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