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Home page » Notizie » MONS. LIVI, ENZO BIANCHI E

CHIESA

MONS. LIVI, ENZO BIANCHI E

01/04/2012

Quei moralisti che relativizzano il dogma e assolutizzano la propria ideologia. Considerazioni finali sul "caso Livi"


La lettera aperta di Enzo Bianchi non fa che confermare l’intenzione di lui e del suo difensore d’ufficio, Marco Tarquinio, di ignorare la fondatezza delle mie critiche.

Io avevo voluto solo richiamare (vedi intervento) l’attenzione su un evidente caso pastorale, quello del millantato credito di un intellettuale che – per come vien presentato – molti considerano un monaco, un sacerdote e un teologo, mentre queste qualifiche, nei termini in cui vengo usate nella Chiesa cattolica, non gli appartengono.


Tarquinio (vedi intervento) ha evitato di entrare nel merito delle mie considerazioni sui modi più adeguati di orientare l’opinione pubblica cattolica, e invece ha costruito ad arte un caso criminale (il “caso Livi”). Non c’era ragione di inventarsi un “caso Livi”, che non interessa nessuno e non serve a niente; Tarquinio e Bianchi sanno benissimo (anche se continuano a dire che non mi conoscevano) che da mezzo secolo mi sto adoperando per favorire una adeguata conoscenza degli insegnamenti autentici della Chiesa, mettendo in evidenza, a partire da questi, i criteri che servono a discernere, tra tanti autori che si presentano come interpreti affidabili della verità cattolica, quelli che effettivamente lo sono.
L’ultimo lavoro di livello scientifico che ho realizzato con questa precisa finalità è un trattato che si intitola Vera e falsa teologia e che ha come sottotitolo: Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”. Si tratta di un testo di studio, riservato a specialisti, e la mia speranza è che quei pochi che vorranno studiarlo lo sappiano apprezzare e diffondano poi questi criteri ad ambiti più vasti del pubblico.
Io però, nel frattempo, non ho rinunciato a cogliere alcune possibilità di rivolgermi direttamente a questo pubblico più ampio, e ho continuato a scrivere delle brevi note su riviste specializzate (Il Timone, Studi cattolici, Rivista del clero italiano, Sacerdos, Città di vita, Nuntium, Fides Catholica, Vita pastorale, per citarne alcune), e in questo contesto si spiega il mio intervento sul La Bussola quotidiana, dove sollevavo appunto un caso pastorale, quello dell’opportunità che un giornale ufficialmente cattolico continuasse a presentare Enzo Bianchi come autorevole maestro di dottrina cristiana.


Il priore di Bose ritiene ovviamente del tutto meritata la sua fama di biblista e di teologo, e Avvenire (giornale che Tarquinio identifica in tutto e per tutto con la Chiesa) assicura che la sua ortodossia è « indiscutibile ». Pertanto, i rilievi critici sui suoi scritti che io mi sono « azzardato » a fare sarebbero soltanto malevole interpretazioni, che costituirebbero oltre tutto un grave attentato all’unità dei credenti, un peccato contro la carità del quale io dovrei « vergognarmi ». In realtà, i discorsi di Bianchi dai quali io avevo preso spunto giustificano ampiamente la mia critica, sorretta peraltro da seri argomenti teologici e corredata da citazioni testuali. Ciò è stato riconosciuto da non pochi esponenti dell’episcopato italiano e da qualificati teologi, mentre Tarquinio e Bianchi insistono ad accusarmi di menzogna e di perfidia.


Riassumo dunque i motivi specifici di questo mio intervento su La Bussola quotidiana. Io mi riferivo innanzitutto all’apologia di Hans Küng che Bianchi aveva fatto sulla Stampa, scrivendo tra l’altro: « La complessità dei problemi sollevati, la durezza di certi accenti polemici, l’incomprensione reciproca ha portato a scavare un fosso sempre più ampio tra Küng e il magistero cattolico ».
Parlare di « incomprensione reciproca » tra i magistero e il teologo equivale a mettere sullo stesso piano (il piano delle opinabili ipotesi scientifiche) gli insegnamenti dell’uno e dell’altro: ed è proprio quello che i “falsi profeti” pretendono, accusando le autorità ecclesiastiche di non averli capiti.
Insomma, loro, di che cos’è il vero cristianesimo ne saprebbero molto di più. La Chiesa avrebbe fatto male, molto male, a diffidare dell’ortodossia di Küng, fino a togliergli la facoltà di insegnare ufficialmente la teologia cattolica a Tubinga. Altre misure “repressive” non si conoscono: quella che si conosce è il minimo che l’autorità ecclesiastica potesse fare dopo che il teologo svizzero aveva insistito a sostenere le sue tesi eretiche.


Perché una sola cosa è « indiscutibile », almeno per chi conosce i fatti e li esamina serenamente, alla luce della dottrina cattolica, e cioè che le tesi di Hans Küng rappresentano la negazione esplicita di tutti i dogmi, a cominciare da quello che nella Chiesa garantisce la funzione carismatica del Papa, ossia la sua infallibilità quando si pronuncia « ex cathedra » su argomenti attinenti alla fede cattolica.
Interpretando la rivelazione divina con le categorie dell’idealismo dialettico, Hans Küng non solo contesta la disciplina ecclesiastica (chiedendo l’abolizione del celibato sacerdotale e l’ordinazione sacerdotale delle donne), non solo critica le norme della morale cattolica (a proposito di contraccezione, di aborto, di omosessualità eccetera) ma attenta al cuore stesso della fede nella Rivelazione, che presuppone la « dottrina degli Apostoli », ossia il Magistero, nella definizione degli articuli fidei e nella loro interpretazione autentica. Da Infehlbar in poi, Hans Küng ha inteso sempre discutere il ruolo ecclesiale di Pietro, l’apostolo al quale Gesù, come narra il Vangelo, ha assicurato la sua speciale assistenza, in modo che la sua fede — allora e nei secoli a venire — non venisse meno, ed egli, una volta convertito, confermasse i suoi fratelli.


L’indefettibilità della Chiesa (« le porte degli inferi non prevarranno su di essa ») non sussisterebbe senza l’infallibilità del Magistero, ossia del collegio episcopale, formato dai vescovi cum Petro et sub Petro.


A Bianchi tutto questo importa ben poco; egli sa bene che Hans Küng ha denigrato tutti e tre i papi con i quali ha avuto a che fare per motivi dottrinali (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI); sa soprattutto che nei riguardi del beato Giovanni Paolo II il teologo svizzero si è espresso in termini gravemente offensivi in un articolo sulla stampa anticattolica tedesca, subito ripreso e pubblicato integralmente in italiano dal Corriere della Sera; per ultimo, sa che ai giornali di orientamento massonico fa comodo che un cattolico porti acqua al mulino della loro polemica contro l’idea stessa di dogma (la pretesa della Chiesa di verità cattolica e l’autorità dottrinale del Papa). Malgrado tutto ciò, Bianchi va a parlare bene di Hans Küng proprio su uno di quei giornali! E Tarquinio ritiene quest’« uomo di Chiesa » adatto a parlare di fede cattolica nel giornale dei vescovi italiani...


È o non è lecito dubitare dell’opportunità pastorale di fare da altoparlante a questi orientamenti dottrinali? Ora, è proprio sulla responsabilità pastorale che si basano le mie osservazioni critiche nei confronti di Bianchi e del direttore di Avvenire. Quello che ambedue dimostrano con i loro discorsi, prima e dopo il “caso Livi”, è la convinzione che la pastorale della Chiesa non possa o non debba prestare troppa attenzione al dogma, e per questo non solo non condividono ma proprio non capiscono il disagio che io provo nel rilevare comportamenti e discorsi pubblici che contribuiscono al disorientamento dottrinale dei cattolici.


Si sente ripetere spesso che “il cristianesimo non è una dottrina”. L’espressione di per sé è ambigua, ma può essere intesa nel modo giusto se completata con il riferimento alla persona di Cristo, come fa talvolta Benedetto XVI. Ma dire che il cristianesimo non è una dottrina non equivale affatto a dire che “il cristianesimo non ha una dottrina”, perché nessuno può aderire con la fede a Cristo se non accetta la sua dottrina (ci si scorda che Egli ha detto: « La mia dottrina non è mia ma di Colui che mi ha mandato »).
E la dottrina della fede non è, non può essere, qualcosa di vago e indeterminato, ma ha una precisa determinazione nelle “formule dogmatiche”.


Ora, se si sa e si riconosce senza riserve mentali che le formule dogmatiche sono l’oggetto proprio della fede, un cattolico non può contribuire volontariamente a far sì che qualcuno, presentandosi come autorevole interprete della fede, neghi espressamente le formule dogmatiche o le relativizzi, ossia non le consideri come verità assoluta.
Ognuno deve fare quello che può per opporsi a questa pastorale erronea, quale che sia la buona fede o il prestigio personale di chi la pratica. Certamente, spetta all’autorità ecclesiastica dire l’ultima parola circa l’ortodossia di una dottrina, ma ciò non toglie che la salvaguardia dell’ortodossia sia responsabilità di ogni cristiano, specie se si tratta di sacerdoti che intendono essere fedeli al ministerium verbi. Il discernimento – grazie al dono della fede – è reso possibile dal fatto che il significato e il senso essenziale di ogni dogma è alla portata di tutti coloro che veramente hanno la fede, così che il confronto critico tra la verità creduta e la dottrina che la contraddice è possibile a tutti.


La frase che ho riportato, alla luce della metafisica implicita nel senso comune e nelle formule con cui la Chiesa ha elaborato il dogma cristologico, non permette altra interpretazione che quella che io ho dato. Gesù, come persona è Dio, non una creatura. La persona del Verbo Incarnato ha due nature: quella sua propria (l’essere Dio) e quella “assunta” dell’umanità; ma la persona rimane una sola, ed è Dio. La natura umana di Cristo è creata, ma Lui, Cristo, non è una creatura. La persona è, in termini metafisici, la “sostanza”, mentre la natura è l’insieme degli accidenti propri.
Uno può usare il linguaggio che vuole: quello preciso della teologia o quello vago della letteratura. Ma i testi che passano per sussidi della catechesi non possono contenere espressioni e frasi che inducono all’errore sul vero significato dell’Incarnazione e della Redenzione. È un controsenso. La catechesi deve rispettare il linguaggio del dogma, perché altrimenti la fede nel mistero rivelato non c’è più. Lo diceva anche Paolo VI nell’enciclica Mysterium fidei a proposito del linguaggio con cui si deve esprimere il mistero eucaristico. Si deve parlare di “transustanziazione” e non di “transfinalizzazione” eccetera.


Infine, per restare in tema di pastorale, il Vaticano II, concilio pastorale, non ha certamente avallato la traduzione del dogma in un linguaggio che testualmente lo neghi: ha invece raccomandato la traduzione del dogma in formule consone alle modalità di pensiero del nostro tempo, purché la logica di base sia quella delle verità del senso comune. Il senso comune non può che interpretare l’espressione « il suo essere creatura », riferita a Gesù, come la negazione implicita del suo « essere Dio ».
La logica del senso comune è ineludibile: non si può pensare che Gesù sia, come persona, una creatura come tutti noi e allo stesso tempo « Colui per mezzo del quale sono state create tutte le cose ».
Quando si opera nel campo della pastorale e si pretendono per sé dei titoli di autorevolezza dottrinale, si deve parlare di Gesù in termini rispettosi della verità rivelata; in concreto, per il caso di cui mi sono occupato, se ne deve parlare chiaramente come di una persona divina che ha unito a sé la natura umana (« il Verbo, che è Dio, si è fatto carne ») e non come di una persona umana.


Un linguaggio come quello usato da Bianchi nel suo scritto (che Tarquinio definisce « una bella e intensa meditazione »), considerato anche tutto il contesto, non aiuta certamente a ravvivare la fede in Cristo come Redemptor hominis, il Dio-con noi.


Tra pochi giorni la liturgia cattolica mette in bocca ai fedeli l’invocazione: « Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo ». Per aiutare a dire queste parole con convinzione di fede non servono, anzi sono controproducenti, i discorsi moraleggianti di Bianchi, che – ripeto e sono in grado di documentare in ogni sede – rispondono alla logica dell’umanesimo ateo. Perché i miei rilievi dottrinali non vengono nemmeno presi in considerazione dal direttore di Avvenire? Perché gli sembra ridicolo e scandaloso il fatto di aver usato l’aggettivo “eretico”? Forse perché condivide l’opinione corrente secondo la quale non si può dire di nessuno che sia eretico, nel significato ovvio di contraddire un dogma, in quanto non si deve più parlare di dogmi; se io lo faccio, sono “fuori”, sono legato a una triste mentalità dogmatica ormai superato da tempo.


Ma si rendono conto – Tarquinio e tutti quanti la pensano come lui – che questa allergia alle distinzioni dogmatiche altro non è che il risultato di quella « dittatura del relativismo » che Benedetto XVI ha chiaramente denunciato già all’inizio del suo pontificato?


Antonio Livi

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