Porporato, teologo, poeta, intellettuale, pontiere di un possibile riavvicinamento ecumenico tra la Chiesa di Roma e quella d’Inghilterra. Così recita l’identikit essenziale del cardinale John Henry Newman, prelato cattolico con trascorsi da pastore anglicano la cui lunga vita attraversò quasi per intero l’Ottocento vittoriano e che presto verrà elevato agli onori degli altari in tutto l’orbe cattolico, dopo il recentissimo riconoscimento da parte della Santa Sede di una seconda guarigione miracolosa attribuita alla sua intercessione (con la prima, nel 2010, Benedetto XVI lo aveva già proclamato beato). Santo british, dunque, e di nuovissimo conio: certamente il primo inglese dai tempi Tommaso Moro e John Fisher, uccisi per la loro fede ai tempi dello scisma di Enrico VIII, ma con ogni probabilità anche l’unico nella storia ad essere passato per l’esperienza della conversione dall’anglicanesimo.

Al di là dei primati, a quasi 130 anni dalla morte il più celebre e indiscusso punto di riferimento dei “papisti” d’OItremanica resta un’anima complessa da scandagliare, ancor più da esaurire in una manciata di righe. Sarà forse per questo motivo che nel dare l’aureolata notizia la stampa, anche quella tradizionalmente vicina agli ambienti vaticani, si è assestata sugli aspetti più noti e convenzionali del personaggio, tralasciando quasi del tutto l’influenza che la sua eredità spirituale ebbe nella formazione dell’unico grande bardo dell’evo moderno: John Ronald Reuel Tolkien, demiurgo della Terra di Mezzo e scrittore tra i più letti e frequentati – attraverso le nuove mediazioni visuali di cinema, videogiochi, illustrazioni, fumetti, incipienti serie tv e quant’altro – di ogni tempo.

John Henry Newman

Sebbene nato due anni dopo la dipartita di Newman, Tolkien fu a tutti gli effetti un prodotto del suo senso religioso, del suo confronto con la trascendenza, della sua concezione ecclesiale; persino del suo modo di interpretare in modo inclusivo e non conflittuale i rapporti con il mainstream anglicano, che ieri più di oggi circondava di diffidente ostilità gli inglesi di fede cattolica. Persone, ma prima ancora luoghi, concorrono a definire la speciale sintonia che si sviluppò tra i due John, cardinale defunto l’uno e giovane con l’incipiente “vizio segreto” della letteratura e delle lingue l’altro.

Ad esempio Oxford, roccaforte dell’erudizione amata profondamente da entrambi, sebbene a lungo l’ambiente accademico osteggiasse i cristiani fedeli a Roma; ma prima ancora Birmingham, città d’origine della famiglia Tolkien e al contempo luogo in cui il neosacerdote Newman – dopo aver scelto per il suo percorso da consacrato la famiglia religiosa fondata da San Filippo Neri – col beneplacito di Papa Pio IX decise di impiantare sul suolo inglese l’esperienza dell’Oratorio. Nella nuova comunità si formò da studente e s’impegnò nella pastorale da adulto Francis Xavier Morgan, il sacerdote gallese-ispanico che per il futuro scrittore, rimasto orfano a dodici anni di entrambi i genitori, divenne un secondo padre. José Manuel Ferrández Bru nel suo libro su J.R.R. Tolkien e Francis Morgan: una saga familiare ricorda che quando l’Oratorio si trasformò per Tolkien in “qualcosa di più di una parrocchia”, ancora in esso

si percepiva fortemente la figura di Newman, e la grande maggioranza dei membri della comunità di oratoriani era stata in contatto diretto con lui per lunghi anni. Ciononostante è possibile affermare quasi senza ombra di dubbio che poche persone ebbero la possibilità di avere un contatto più stretto con John Henry Newman, quanto meno a livello umano e di convivenza, di quello che sperimentò Francis Morgan (…). D’altra parte risulta difficile immaginare che, nel contesto in cui si svilupparono i primi anni di Tolkien e contando su un protettore quale padre Morgan, l’autore del Signore degli Anelli non conoscesse in modo diretto e con una certa profondità le opere e le idee di Newman.

J.R.R Tolkien

Il dato biografico è piuttosto noto. La madre di Tolkien, Mabel, aveva eletto Morgan come confessore e guida dopo essersi fatta cattolica sfidando l’aperta riprovazione dei parenti anglicani; fu proprio per evitare indebite influenze dei familiari sui propri figli anch’essi convertiti, che la donna in punto di morte affidò a padre Morgan il ruolo di tutore del piccolo John e di suo fratello Hilary. I due ragazzi crebbero così respirando, nei rapporti con la nuova figura di riferimento e in quelli con la struttura religiosa che frequentavano assiduamente (sembrerebbe addirittura che le “due torri” non lontane dall’Oratorio, Perrott’s Folly e Waterworks, possano aver ispirato titolo ed anche alcuni scorci narrativi nel secondo volume della trilogia dell’anello), da un lato la spiritualità degli oratoriani, dall’altro l’eredità immateriale di John Henry Newman, fatta di leale obbedienza all’ortodossia cattolica interpretata però da registri di sensibilità e understatement tipicamente albionici.

Una peculiarità palesatasi ai tempi del Concilio Vaticano I quando Newman, in dissenso con le posizioni ultramontaniste del cardinale Henry Edward Manning e di altre personalità del cattolicesimo inglese, pose garbate ma ferme obiezioni alla stesura di un documento sull’infallibilità del Pontefice. Riservato, sobrio, modesto: il santo inglese per eccellenza, così lo ha definito il connazionale Robert Strange, che alle vicende biografiche del cardinale ha dedicato diverse pubblicazioni, ricordando anche come da vivo l’idea di una futura canonizzazione l’avrebbe confuso, sorpreso e nello stesso tempo anche divertito.

Henry Edward Manning

Santità quasi elegiaca quella di Newman, costruita com’era non sui rapimenti estatici dei mistici o sul sangue vermiglio del martirio ma su piccole cose ordinarie ben fatte, impegni quotidiani affrontati con scrupolo e coscienza, un’intima venerazione per la “luce gentile” (lead kindly light) dello Spirito Santo che lo spingeva a cercare presagi e segni del divino nel prosaico scorrere dei suoi giorni, ed infine fiducia nella semplice forza persuasiva di un “cuore che parla al cuore”, come recitava il suo motto cardinalizio ispirato a sua volta da una lettera di San Francesco di Sales. Si considerava a tutti gli effetti un operaio in vinea Domini, fedele in questo ai registri emotivi del Neri e a quelli di altri “santi della normalità” come il curato d’Ars Giovanni Maria Vianney.

Ancora una volta in armonia con il fondatore degli oratoriani, Newman era anche condotto dalla propria indole a recepire ed esaltare soprattutto gli aspetti positivi e ottimisti del proprio credo. Evitando la tetraggine e l’autoflagellazione che talora si accompagnavano (e si accompagnano) a certe interpretazioni evangeliche un po’ estreme, faceva sua la quiete interiore del buon cristiano capace di apprezzare, un po’ come i tolkieniani Hobbit della Contea, le semplici gioie di un bicchiere di sidro o di una passeggiata in campagna. Tale approccio fece scuola tra altri grandi intellettuali cattolici d’Inghilterra come ad esempio Gilbert Keith Chesterton, celebre creatore del personaggio di padre Brown, i cui scritti hanno ispirato i papi Luciani e Bergoglio. Soprattutto però, come si accennava, esso fu metabolizzato per anni dal giovanissimo Tolkien attraverso le molteplici attività dell’Oratorio: il servizio all’altare come chierichetto, il canto gregoriano, le attività di boy scout.

John Henry Newman

Questo percorso saldò su di lui ormai adulto una fede tenace che come quella di Newman – secondo il quale era “compito del cristiano opporsi al mondo” – seppe resistere alle innumerevoli contrarietà e amarezze legate al forte pregiudizio anticattolico della società anglosassone. Ma non solo. Quella fede Tolkien la portò intatta con sé nei lunghi anni di attesa che lo separavano dalla vita con l’amatissima futura moglie Edith; nelle trincee della Somme, dove si confrontò con gli orrori della Grande Guerra; nelle conversazioni intrecciate al fumo delle pipe con l’autore di Le Cronache di Narnia C.S. Lewis, grande amico e membro del cenacolo degli Inklings che contribuì ad avvicinare al cristianesimo. Le sue convinzioni rimasero solide persino nell’amaro confronto ideologico con le novità moderniste di un Concilio Vaticano II che da cattolico tradizionalista non approvava affatto; cultore della Messa tridentina e dei riti in latino, riteneva incomprensibile che inseguendo il ritorno ad una fantomatica purezza delle origini la Chiesa estirpasse l’“albero” per cercare vanamente un “seme” da tempo divenuto qualcos’altro, e nel farlo si trasformasse quasi “da rifugio in trappola” per il credente.

Alla fine però queste obiezioni mai del tutto sopite trovarono una sorta di composizione proprio in quella sua fede plasmata sul modello di Newman, cultore come lui dei libri e delle cose antiche: una fede fatta di obbedienza al Papa e alle gerarchie, di estetico compiacimento nei riti e simboli della tradizione, di abbandono alla trascendenza, di fiducia in una teologia ritenuta capace di incarnare nel dato storico la forza ultramondana e primordiale del mito. Una fede che può anche aver dato un contributo quantomeno inconscio alla concezione in un certo senso atemporale che Tolkien aveva della sovranità, del potere e della struttura sociale, ma che di certo – piaccia o meno – ha plasmato su di sé l’ontologia stessa della Terra di Mezzo.

Ovviamente non si parla di riferimenti espliciti – informata com’è la cosmogonia di Arda ad un fascinoso ed articolato politeismo – quanto piuttosto di suggestioni “metacattoliche”, riconducibili cioè all’assiologia di fondo di una dottrina scarnificata dalle sue stratificazioni storiche e semantiche e ricondotta ai suoi termini più essenziali, ma proprio per questo più estensivamente condivisibili. La sensibilità letteraria del professore di Oxford è capace in altri termini di estrapolare da una Rivelazione cristiana che notoriamente non ha cittadinanza nella Terra di Mezzo, elementi per così dire basici quali la cesura tra bene e male, il senso del sacro e della responsabilità individuale, la grazia e l’espiazione, la perseveranza e la fiducia in un “qualcosa” di superiore e provvidente. Tolkien prende questi valori e li innesta nell’anima stessa di un universo irriducibilmente alieno, una sub-creazione – secondo la nota definizione del suo ormai ottuagenario ma sempre fragrante saggio Sulle Fiabe – della fantasia umana che inventa mondi secondo le prerogative attribuitele dalla creatività ultima e suprema, quella divina.

John Henry Newman

Attraverso il viatico di un Cristianesimo subliminale, unito ad altre e più eterogenee suggestioni – la grande mitologia europea, gli archetipi dell’epica cavalleresca ed anche la ripulsa antimoderna di Tolkien per i feticci della società industriale, tanto per citarne alcuni – lo scrittore è riuscito a traghettare la sua opera verso l’orizzonte ultimativo di un grande mito universale da regalare ad un’epoca cinica e disillusa. La sua grandezza è stata anche quella di aver compreso per tempo che l’opera aveva superato l’artefice e le sue ben più modeste aspettative, andando oltre i limiti di un legendarium meramente anglosassone per proporsi come un grande racconto collettivo dell’esistenza, capace come pochi altri di rapportarsi con chiunque: persino lettori lontanissimi dalla mentalità di Tolkien, dalla sua origine geografica, dal suo credo religioso, dalle sue convinzioni politiche.

Ciò tuttavia non in quanto l’opera abbia un’identità assente o slavata, secondo l’equivoco di chi ammiccando allo spirito del tempo vorrebbe aggirare le parole dell’autore stesso (“è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica”) per renderla manifesto di certo slavato globalismo d’accatto, sorta di lavagna vuota su cui ciascuno possa scrivere ciò che vuole. Al contrario, il felice paradosso dell’epopea tolkieniana è che di identità ne ha fin troppe, inclusa quella religiosa, ma ha saputo manovrarle con maestria per farsi condurre in qualche modo al di là esse. E mentre il mito si librava in alto, il suo aedo restava quello che era: non una rockstar dell’editoria, non un artista bohémien e neanche un borghese depresso, ma il family man amorevole con moglie e figli, l’amico fidato, il cristiano devoto alla Vergine Maria che si recava a Messa ogni giorno.

Edith e Tolkien da anziani presso una ortensia in fiore

Nel 2017 l’Oxford Oratory, la parrocchia di Tolkien negli anni della maturità, ha dedicato le intenzioni di una solenne funzione religiosa all’auspicio che la diocesi di Birmingham, da cui partì l’iter canonico per santificare Newman, avvii ora anche per lo scrittore le indagini preliminari su una possibile causa di beatificazione; allo scopo è stata anche redatta e diffusa tra i fedeli un’apposita preghiera ad uso privato. Al di là degli esiti tutt’altro che scontati di tale percorso, e delle libere opinioni che nel 21.mo secolo si possono in piena legittimità avere sull’argomento, chi scrive accoglie laicamente tutto ciò come la conferma che il seme del cardinale Newman ha portato buoni frutti nell’albero di Tolkien.

Se l’affabilità e l’acume dell’ecclesiastico riuscirono a vincere il fortissimo pregiudizio religioso che lo circondava e ad affermarlo nonostante tutto come una delle personalità inglesi più autorevoli della sua epoca, la fantasia del letterato oxoniano ha saputo evangelizzare – nel senso originario di recare una “buona notizia” – una consistente fetta di umanità attraverso la bellezza. Quella bellezza che secondo Dostoevskij salverà il mondo e che la prosa evocativa di Tolkien ha fatto scintillare persino nelle periferie più estreme dei suoi scritti, quelle fitte appendici dove proliferano rune elfiche e cronotassi di re. Bellezza da interpretare non in un’ottica meramente estetizzante – com’era stato per la nozione di “sublime” del conterraneo Edmund Burke – ma in quella consolatoria che manifesta nel mondo, in tutti i mondi, una consapevolezza superiore a cui attingere per una rinnovata nobiltà dei gesti e delle azioni. E’ il “metodo Tolkien” per essere migliori come esseri umani; lato sorprendente di una normalità che, indipendentemente da quanto un domani deciderà la Congregazione per le Cause dei Santi in merito al suo caso, ha già fatto miracoli.