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VITA DELL'ORDINE - Mons. José Aparecido Gonçalves de Almeida Vescovo Ausiliare di Brasilia.
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08/05/2013 |
Il nostro Amico e Cappellano d'Onore della Milizia fin dal 24 Febbraio 1999 è stato nominato Vescovo titolare di Enera ed Ausliare di Brasilia; venne a celebrare da noi la S. Messa solenne per la Festa della Magione dell'anno scorso festeggiando insieme i suoi 25 anni di Sacerdozio.
Verrà consacrato nella Cattedrale di Brasilia il 22 Luglio prossimo.
All'Ecc.mo Amico i complimenti e gli affettuosi auguri della Milizia del Tempio. Continua >>
RINUNCE E NOMINE , 08.05.2013
•NOMINA DI AUSILIARE DI BRASÍLIA (BRASILE)
Il Santo Padre ha nominato Vescovo Ausiliare dell’arcidiocesi di Brasília (Brasile) il Rev.do Mons. José Aparecido Gonçalves de Almeida, del clero della diocesi di Santo Amaro, finora Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, assegnandogli la sede titolare vescovile di Enera.
Rev.do Mons. José Aparecido Gonçalves de Almeida
Il Rev.do Mons. José Aparecido Gonçalves de Almeida è nato il 21 luglio 1960 nella città di Ourinhos (São Paulo). È incardinato nella diocesi di Santo Amaro, dove ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 21 dicembre 1986. Ha frequentato il Corso di Filosofia presso la FAI – "Faculdades Associadas do Ipiranga" a São Paulo (1980-1982) e il Corso di Teologia presso la "Faculdade Nossa Senhora da Assunção", São Paulo (1983-1986). Ha conseguito anche il Dottorato in Diritto Canonico presso il Pontificio Ateneo "Santa Croce".
Nel corso del ministero sacerdotale ha svolto le funzioni di Vicario parrocchiale e poi Amministratore parrocchiale della Parrocchia "Santa Cruz" a Parelheiros, diocesi di Santo Amaro (1987-1988); Parroco della Parrocchia "Nossa Senhora do Perpétuo Socorro" a Jardim Prudência, diocesi di Santo Amaro (1988-1990); Addetto di Segreteria presso il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, a Roma (dal 1994 in poi).
Attualmente ricopre l’Ufficio di Sotto-Segretario presso il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.
[00643-01.01]
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CELEBRAZIONI - LA MAGIONE IN FESTA
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07/05/2013 |
La “Festa della Magione” che, ogni anno, si celebra la seconda domenica di maggio in onore della Madonna dei Templari, a grato ricordo della fondazione della Milizia del Tempio e dell’inizio del recupero del complesso monumentale della castello della Magione, arriva quest’anno alla trentacinquesima edizione ed inizierà sabato 11 maggio con una serie di iniziative religiose, culturali, ludiche e gastronomiche.
Intanto è utile notare che i due scopi per i quali la “festa” era iniziata hanno dato buoni frutti: la Milizia del Tempio è oggi conosciuta e diffusa in molte nazioni europee ed americane ed ha ottenuto prima il riconoscimento civile e poi quello della Chiesa; ed il Castello della Magione, sede magistrale dell’associazione templare, è quasi del tutto recuperato ed ha avuto il privilegio di essere inserito tra le “mille meraviglie d’Italia”.
In questi anni la Magione – ormai universalmente conosciuta – ha ricevuto molte visite da mezzo mondo: pellegrini, turisti e semplici curiosi ma anche personalità della cultura, delle istituzioni, della Chiesa; recentemente il Principe Amedeo di Savoia, pretendente al trono d’Italia, che era già stato ospite al Castello, ha voluto celebrare le nozze d’argento con donna Silvia Paternò proprio nella Chiesa della Magione.
Sabato 11, dunque, inizierà la trentacinquesima “Festa della Magione” con il canto del Vespro alle 18,30.
Domenica 12 verranno celebrate tre Sante Messe, tutte in rito tridentino: alle 9,30, alle 10,30 (cantata), alle 18,30.
Alle ore 17 sarà eseguito un concerto di flauto e pianoforte in onore del grande flautista Severino Gazzelloni che il 25 settembre 1987, in occasione dell’autunno musicale di Poggibonsi, aveva tenuto uno straordinario concerto nella chiesa di San Lorenzo, trattenendosi poi a cena alla Magione: in quella occasione aveva accettato di diventare socio onorario della Milizia del Tempio; il Prof. Gian-Luca Petrucci al flauto e la Professoressa Paola Pisa al pianoforte eseguiranno brani da: Bach, Vivaldi, Mozart, Gluck, von Paradis, Molique, Saint Saëns, Tchaikovsky, Rachmaninov, Mulè, Villa-Lobos e Bernstein.
Dalle ore 17, infine, inizierà la tradizionale “sagra” con le offerte gastronomiche, la fiera delle occasioni, la visita guidata al Castello.
Ai fedeli cattolici che visiteranno la Chiesa della Magione nei giorni 12 e 17 Maggio il Sommo Pontefice concede il dono dell’Indulgenza Plenaria.
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CHIESA - Attacchi e bestemmie, la Chiesa non può tacere
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05/05/2013 |
Due fatti negli ultimi giorni interrogano in modo particolare i cattolici: la proiezione nelle sale cinematografiche di un film chiaramente blasfemo, come “Le streghe di Salem”, la cui gravità è aumentata dalla decisione delle autorità dello Stato di permetterne la visione ai maggiori di 14 anni; e la squallida esibizione al Concerto del Primo Maggio, in piazza San Giovanni in Laterano, a Roma, di un cantante che ha imitato la consacrazione dell’Eucarestia usando un preservativo. Due fatti gravi che, però, non hanno suscitato grandi reazioni dai vertici della Chiesa italiana. Su queste vicende abbiamo chiesto un giudizio a monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, che considera preoccupante il silenzio della Chiesa su quanto accaduto, e che ha incaricato una commissione di giuristi di aiutarlo a verificare se sussistano le condizioni per una contemporanea querela agli organizzatori del convegno del primo maggio e allo Stato che non ha vigilato su ciò che viene proiettato liberamente nelle sale italiane.
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di Mons. Luigi Negri Arcivescovo di Ferrara-Comacchio da "La Nuova Bussola Quotidiana"
In una situazione come quella che la società italiana vive, che è una situazione di gravissimo attentato alla libertà di coscienza e di cultura del popolo, la Chiesa non può continuare in un silenzio che risulta incomprensibile alla maggior parte dei cristiani, ma anche a moltissimi uomini di buona volontà.
Ci troviamo di fronte a due episodi che sono senza ritorno: anzitutto, la proiezione nella sale cinematografiche de “Le streghe di Salem”, film che è un insieme di tutte le blasfemie, di tutte le sozzure e tutto l’anticattolicesimo concentrato in due ore. Messe nere, bestemmie come se fosse un linguaggio normale, fatti di omosessualità spinti e violenti, una realtà di ecclesiastici che entrano in campo per fenomeni di devianze sessuali. Tutto questo sotto gli occhi di ragazzi di 14-15 anni, perché lo Stato non ha ritenuto che dovesse intervenire almeno a proteggere questa fascia di possibili utenti.
Ora, di fronte a un attacco di questo tipo credo che la Chiesa debba dire che non ci sta, che non può starci, che non può accettare questa situazione: perché il problema della società non è soltanto che qualcuno possa fare quello che ritiene giusto o pruriginosamente lecito di fare, anche se questa pruriginosità viene chiamata arte. La società ha bisogno di una regolamentazione di vita, di rapporti, di funzioni autorevoli, di responsabilità, di sollecitazioni alla responsabilità. Tutto questo è oggi vanificato dalla mentalità per cui una scelta vale perché è stata fatta in maniera intensa, voluta. Così si fa questo film e lo si proietta, esclusivamente perché a qualcuno è parso una cosa significativa per la sua cultura mettere in giro questo bailamme.
Andiamo a Roma: a 50 metri o poco più dalla cattedrale che è la cattedrale di tutte le chiese cattoliche del mondo; nella città del Papa, che è tale, come ricorda l’attuale pontefice, in quanto vescovo di Roma. Bene, in questa situazione si dileggia gravissimamente l’Eucarestia utilizzando un preservativo come se fosse un veicolo di salvezza, e viene presentato come veicolo di salvezza perché libera da tutte le malattie. La gente viene invitata a farne uso perché questa è la strada dell’emancipazione, intellettuale, morale, sessuale. Da uno che agisce o balla seminudo in una situazione assolutamente di pena anche dal punto di vista estetico.
Ebbene, a 50 metri dalla cattedrale di Roma, in un momento in cui centinaia di miglia di persone si raccolgono settimanalmente per incontrare papa Francesco, i sindacati italiani compiono un atto di terribile attacco non alla tradizione cattolica soltanto, ma ad ogni qualsiasi tradizione o posizione culturale che non coincide con questo consumismo becero che se arrivasse alle estreme conseguenze vanificherebbe anche l’utilità e quindi l’esistenza dei sindacati.
Per la prima volta da quando il papa Giovanni Paolo II mi ha chiamato ad essere vescovo della Chiesa cattolica in Italia sono profondamente a disagio. Chi siamo, che cosa vogliamo? Chi siamo noi vescovi in Italia e che cosa vogliamo? Educare un popolo cristiano che diventi cosciente della sua identità, e sia in grado di essere quella minoranza creativa di cui ha parlato Benedetto XVI? O siamo gente che ritaglia in questo coacervo di bestialità lo spazio per i piccoli servizi religiosi che saranno chiesti da sempre meno persone. E poi alle stesse persone diciamo cose ovvie come la necessità che ci siano governi efficienti e così via. Cose peraltro giuste, ma non è su questo che si gioca il destino del popolo italiano, del suo presente e del suo futuro.
Non nascondo il disagio, ma non nascondo anche la determinazione di andare fino in fondo in questa battaglia. Se i giuristi che ho consultato mi conforteranno, sono decisamente intenzionato a denunciare coloro che si sono ritenuti responsabili di questi due assurdi ma reali attacchi alla tradizione religiosa del nostro popolo che comunque è una tradizione che interessa una certa parte, non più maggioritaria, ma comunque una parte importante che ha il diritto di essere riconosciuta, difesa e promossa nei suoi inderogabili diritti fondamentali.
Duemila anni di dottrina sociale della Chiesa, mirabilmente sintetizzata nei valori non negoziabili di Benedetto XVI, esigono questo andare controcorrente, come ricordava il Papa ai giovani: ma non solo i giovani devo andare controcorrente, anche i vecchi e i più vecchi dei vecchi, che hanno nella Chiesa e nella società una autorità che è inderogabilmente fissata dalla ordinazione sacra e dalla responsabilità di guida della comunità. chiudi
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DIFESA DELLA VITA - Chi ci ha imposto Emma?
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29/04/2013 |
di Stefano Fontana da "La Nuova Bussola Quotidiana"
29-04-2013
(nella foto: Emma Bonino pratica un aborto cun una pompa di bicicletta)
Il governo Letta è nato come è nato. E’ perfino possibile che, proprio perché è nato in questo modo drammaticamente incerto duri invece più a lungo di altri. Le perplessità sono tante, come abbiamo già scritto ieri, con la presenza di qualche timida garanzia.
Ma la cosa più sorprendente nella rosa dei ministri del nuovo governo Letta è la Bonino agli Affari esteri. Qualcuno può pensare che ce l’abbiamo con lei, visto gli articoli contro la sua candidatura al Quirinale e in questa stessa pagina dopo la sua nomina agli Esteri. Ed in effetti è vero, ce l’abbiamo con lei. O meglio con le sue idee e con la sua politica. Ma oltre che per ciò che potrà fare di negativo, ciò che è sorprendente e preoccupante è la modalità con cui è entrata nel governo.
Prima di tutto perché il governo Letta dice di voler essere un governo del cambiamento, ossia di facce nuove, o almeno abbastanza nuove. Ora, perché, in virtù di questo criterio, D’Alema non può essere agli Esteri e la Bonino si? Non è che quest’ultima sia molto più “nuova”. Emma rappresenta il passato, spesso molto negativo, della nostra Repubblica. E’ in politica da quando è nata a Bra, in Piemonte. Si è candidata a tutto, dalla Regione Lazio al Quirinale.
In secondo luogo perché non si vede che competenze abbia la Bonino nel campo della diplomazia internazionale. Va bene, è stata Commissaria dell’Unione Europea, dove si occupava di profughi. Ma non sembra una cosa sufficiente ad accreditarla agli Esteri. Va bene, a suo tempo i radicali avevano lanciato la famosa campagna contro la fame nel mondo. Ma nemmeno questo sembra sufficiente. La sua carriera politica l’ha fatta in Italia e su tutt’altri temi. E’ esperta in abolizione delle droghe, in campagne per il suicidio assistito, in aborti aperti a tutte.
Terzo: è vero che la Bonino non è a capo di un ministero in cui avrebbe potuto fare devastazioni, come per esempio quello della Salute. Però il ministero degli Esteri – come spieghiamo nell’articolo di Danilo Quinto - ha anche molte competenze in fatto di collaborazione internazionale con risvolti etici molto delicati e importanti. Si sa che l’Europa è la maggiore finanziatrice dell’aborto nel mondo. Si sa che le agenzie ONU stanno promuovendo aborto e ideologia del gender nei Paesi in via di sviluppo. Sappiamo che spesso i programmi internazionali per lo sviluppo contemplano pianificazione forzata delle nascite compresi sterilizzazione e aborto. Al ministero degli Affari esteri Emma Bonino può dare impulso a queste politiche internazionali disumane ed appoggiare significativamente le già tristementi attive ong e le stesse agenzie delle Nazioni Unite.
C’è poi un quarto motivo. Ogni ministro cura il proprio ministero. Ma c’è poi la collegialità. E qui entra in gioco il Consiglio dei ministri in quanto tale, sicché l’apporto di ogni ministro è sì nel suo campo specifico, ma anche, indirettamente, in altri campi. In pratica: la Bonino di danni ne può fare molti, laddove il suo ministero lambisce altre attività amministrative come per esempio la cooperazione internazionale oppure le pari opportunità. Lì si giocano temi molto sensibili, con le ideologie in agguato su di essi.
Ma tornando alle modalità di scelta c’è un motivo squisitamente politico. I radicali non sono nemmeno entrati nel nuovo Parlamento. Hanno vissuto un certo oscuramento politico. Ora, la nomina della Bonino li rimette pienamente in gioco. Sono stati resuscitati. Contano ancora qualcosa. Da sconfitti a vincitori. Dopo la nomina della Bonino ai Tg è riapparso Pannella.
Bisogna interrogarsi sui motivi per cui questo piccolo partito è sempre stato da tutti coccolato e i loro dirigenti sono sempre stati da tutti venerati. Bisogna continuare a chiedersi – come ha fatto La Nuova Bq - come mai attraverso i finanziamenti a Radio Radicale lo Stato ha sempre alimentato le iniziative radicali. Bisogna chiedersi da dove nasca la simpatia del Presidente Napolitano per i radicali. Bisogna chiedersi quali forze hanno ora imposto al governo Letta una resuscitata Bonino.
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CHIESA - Partito Omosessualista Clericale
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23/04/2013 |
di Riccardo Cascioli
23-04-2013 da "La Nuova Bussola Quotidiana"
Riconosciamo le unioni delle persone dello stesso sesso, ma non chiamiamole matrimonio. L’ultimo a sostenere questa bizzarra posizione è stato l’arcivescovo Piero Marini, delegato pontificio per i Congressi Eucaristici, in una intervista rilasciata al quotidiano La Naciòn il 20 aprile a margine del Congresso Eucaristico in Costa Rica.
Rispondendo a una domanda sulla laicità dello Stato, monsignor Marini – che è stato per molti anni cerimoniere di papa Giovanni Paolo II – ha detto testualmente: «E’ necessario riconoscere le unioni delle persone dello stesso sesso, perché ci sono molte coppie che soffrono perché non vedono riconosciuti i loro diritti civili; quello che non si può riconoscere è che questa coppia sia un matrimonio».
L’uscita di monsignor Marini è sconcertante, ma non è affatto sorprendente. Perché prima di Marini altri eminenti ecclesiastici si sono fatti portavoce di questa posizione, a dimostrazione che nella Chiesa sta prendendo piede una preoccupante cultura omosessualista. Il che non significa che chi sposa queste posizioni abbia necessariamente tendenze omosessuali, semplicemente manifesta una sudditanza al pensiero oggi dominante e cerca di trovare un compromesso tra questo e la dottrina della Chiesa.
Del resto si ricorderà che all’inizio di febbraio era stato monsignor Vincenzo Paglia a esporre la stessa teoria nella sua prima, infelice, uscita da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. E’ davvero curioso – per non dire altro - che di fronte all’attacco globale contro la famiglia cui stiamo assistendo, che arriva da potentissime lobby internazionali, il presidente del Pontificio Consiglio si senta in dovere di esordire spezzando una lancia per il riconoscimento delle unioni gay. Unioni che notoriamente sono il cavallo di Troia per distruggere la famiglia fondata sul matrimonio. Pensare che quel Pontificio Consiglio per la Famiglia era stato voluto da Giovanni Paolo II proprio per fare fronte in quella che lui stesso aveva definito la battaglia decisiva del Terzo millennio; e aveva messo a dirigerlo il cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, sulla cui dedizione alla causa non ci potevano essere dubbi.
Ma né l’uscita di monsignor Marini né tantomeno quella di monsignor Paglia sono casuali o estemporanee. Questa infatti è ormai diventata la posizione ufficiale della Chiesa italiana, e lo dimostra l’editoriale pubblicato da Avvenire lo scorso 13 aprile a commento delle inaudite parole del presidente della Corte Costituzionale Franco Gallo, che invitava il Parlamento al riconoscimento delle unioni gay. Nell’occasione il professor Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani ed editorialista di punta del quotidiano della Conferenza Episcopale, cercava di minimizzare le parole di Gallo affermando che in effetti non aveva richiesto la parificazione delle unioni gay al matrimonio, ma semplicemente di garantire i diritti civili delle stesse.
E D’Agostino aggiungeva che la cosa andava sicuramente bene a patto di riconoscere tutte le convivenze: «Esistono infatti molteplici forme di convivenza espressive di bisogni umani autentici,- affermava D’Agostino - a volte accompagnate anche da rilevanti interessi economici: in questo novero possono farsi rientrare le convivenze tra fratelli, tra genitori e figli, quelle comunitarie (ad esempio a ispirazione religiosa), quelle attivate da e tra studenti universitari negli anni (non brevi) necessari a conseguire una laurea, quelle tra lavoratori immigrati, eventualmente in attesa di un ricongiungimento familiare... tutte queste forme di convivenza hanno una loro legittimità proprio perché si basano su istanze sociali e non sulla pretesa di possedere una valenza para-coniugale». E poi concludeva: «Se il legislatore ritiene che alcune convivenze siano socialmente meritevoli di tutela patrimoniale (in specie per la possibilità che un convivente possa trovarsi senza sua colpa in una situazione di difficoltà economica) intervenga pure, anche con urgenza, ma lo faccia per tutti i conviventi e non solo per quei conviventi che danno rilievo sessuale alla loro unione».
E’ lo stesso concetto che sta dietro al disegno di legge sui “contratti di solidarietà” proposto da alcuni parlamentari cattolici, evidentemente fuorviati da qualche monsignore. Questo approccio, in realtà, fa acqua da tutte le parti.
Anzitutto, hanno mai visto D’Agostino e Paglia manifestazioni o petizioni di studenti, fratelli, lavoratori immigrati per vedersi riconosciuto il diritto non si sa bene a quale scambio patrimoniale? No, semplicemente perché per situazioni di questo genere ci sono già abbondanti strumenti di diritto privato, come del resto La Nuova BQ aveva già dettagliato a suo tempo. Casomai sono le famiglie, soprattutto quelle con figli, ad avere bisogno dell’intervento del legislatore. Curiosamente anche il professor D’Agostino ne era consapevole almeno fino al 13 marzo scorso. In quella data, infatti, intervistato dal sito Aleteia, a una domanda sulle tutele patrimoniali per le coppie gay rispondeva: «I membri di una coppia gay hanno già a disposizione diversi strumenti di tutela: possono nominarsi reciprocamente eredi testamentari, istituire polizze sulla vita a favore del partner, intestare contratti di affitto ad entrambi. Molte situazioni della vita quotidiana sono risolte dal diritto comune». Chissà perché nel giro di qualche settimana dice qualcosa di diverso. Comunque quello che vale per i gay vale per chiunque altro.
Però ve li vedete due o tre studenti universitari intestarsi reciprocamente le polizze sulla vita o due immigrati in attesa di ricongiungimento familiare nominarsi eredi testamentari, cosa che peraltro potrebbero già fare adesso senza bisogno di una legge ad hoc?
Allora a cosa dovrebbero servire i “contratti di solidarietà” o come altro li vogliamo chiamare? Cerchiamo di non essere ipocriti, i “contratti di solidarietà” servono semplicemente a mascherare il primo passo verso il pieno riconoscimento delle unioni gay.
C’è poi un secondo punto su cui D’Agostino equivoca. Commentando le parole del presidente della Corte Costituzionale, egli infatti si appoggia all’articolo 2 della Costituzione che «parla genericamente di tutela di formazioni sociali nelle quali si svolga la personalità dell’uomo» per affermare che «tra queste è ben possibile far rientrare le convivenze».
Spiacente, ma non era questa l’intenzione di chi ha scritto e discusso quell’articolo, e non soltanto perché allora le convivenze non andassero di moda. Il professor D’Agostino, ma anche monsignor Paglia e monsignor Marini farebbero bene ad andarsi a rileggere la relazione di Giorgio La Pira della I Sottocommissione della Costituente in cui spiega i “principii relativi ai rapporti civili”, tenendo presente che la formulazione dell’articolo 2 si deve proprio a La Pira.
Ebbene, per chi ha scritto la Costituzione le “formazioni sociali” hanno anzitutto il loro fondamento nei diritti naturali della persona e sono tutti quei corpi intermedi che tutelano la persona dall’invadenza dello Stato: comunità familiare, di lavoro, religiosa, e così via. La preoccupazione evidente era allora quella di evitare un nuovo totalitarismo, per questo si blindavano le formazioni sociali a tutela della persona. Tutto il contrario di quello che si vuole fare oggi riconoscendo le unioni gay: distruggere la famiglia per costruire un rapporto individuo-Stato. Ed avviarsi così a una nuova forma di totalitarismo.
E’ la famiglia la prima formazione sociale che intende l’articolo 2 della Costituzione, e non si può riconoscere giuridicamente una qualsiasi convivenza senza elevarla – esplicitamente o implicitamente - al rango di comunità familiare. Smentendo così clamorosamente il punto di partenza da cui partono D’Agostino e co., ovvero che sia possibile riconoscere le convivenze senza intaccare il valore della famiglia fondata sul matrimonio.
Vale a dire: chi sta portando i cattolici su questa strada si sta assumendo una responsabilità gravissima.
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