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Home page » Notizie » .Il vinto vittorioso: Mindszenty. Cardinale crocifisso 2 volte: dal comunismo e dall’ostpolitik

UNGHERIA

.Il vinto vittorioso: Mindszenty. Cardinale crocifisso 2 volte: dal comunismo e dall’ostpolitik

14/01/2014

Il campione della Chiesa del Silenzio. La sua lotta contro l’Ostpolitik vaticana: perse, ma fu comunque vincitore. E due volte martire: di Mosca e del Vaticano (e se la prima fu la sua croce, il secondo fu il suo Golgota). Che in quegli anni sembrarono più complici che nemici. Joszef Mindszenty cardinale, martire, testimone intrepido della Croce, imitatore di Cristo, santo. Perciò sgradito in ogni luogo, in esilio ovunque, imbarazzante per qualsiasi potente, pietra d’inciampo per tutti gli ipocriti

di Michele M. Ippolito da "Papalepapale"

 

Vinto ma vittorioso
“Devictus Vincit”. Vinto ma vittorioso. Queste poche lettere erano scritte in calce ad una immagine del Cristo coronato di spine che il principe primate d’Ungheria Joszef Mindszenty portò con sé nella sua lunga prigionia nelle carceri comuniste e che usava, quando gli concedevano di celebrare la messa, come quadro d’altare. “Devictus Vincit”, vinto ma vittorioso, come un “alter Christus” anche il cardinale Mindszenty, uno dei tanti martiri del ventesimo secolo, che ha servito Dio e la Chiesa fino alla sua morte, avvenuta in esilio, lontano dalla sua amatissima Ungheria. Vinto dagli uomini, vittorioso comunque perché la sua “buona battaglia” alla fine era vinta: terminata la sua corsa, aveva conservato la fede, come San Paolo. Oggi il servo di Dio Mindszenty, eroe tragico dei suoi tempi, perseguitato da nazisti e comunisti, esiliato dalla sua Ungheria per volontà del Vaticano è una delle figure più venerate dagli ungheresi, in una terra in storicamente consacrata alla Madonna, in cui sei persone su dieci sono cattoliche.

Mindszenty per anni è stato uno dei maggiori esponenti della Chiesa del silenzio, la Chiesa sotterranea a cui i regimi comunisti dell’Europa Centro-Orientale rifiutavano di dare qualsiasi spazio e che facevano oggetto di una spietata persecuzione a vantaggio di una “Chiesa ufficiale”, più docile e collaborativa, ma sicuramente meno cristiana, nonostante gli appoggi vaticani. Quella Chiesa del Silenzio che solo molti anni dopo la morte di Mindzenty, avvenuta nel 1975, fu invece rivalutata ed appoggiata in maniera pubblica da un Pontefice: ad Assisi, sulla tomba di San Francesco, il 5 novembre 1979 Giovanni Paolo II rispose al grido proveniente dalla folla “Viva la Chiesa del silenzio!” affermando in maniera perentoria “Non c’è più Chiesa del silenzio, perché parla attraverso il Papa!”

C’era voluto il sacrificio di tanti uomini e donne per arrivare a quella dichiarazione di un Papa. Tra questi, anche Joszef Mindszenty, una figura la cui tragica storia è un esempio luminoso di fede, rettitudine ed amor patrio. Mario Cervi, nella sua rubrica sul Corriere della Sera del 21 novembre 2010, raccontava in maniera chiara che “Mindszenty ha avuto la sorte di essere coinvolto – come credente, come prete, come vescovo – in alcune tra le più drammatiche vicende del secolo scorso. Ha conosciuto e sofferto l’orrore hitleriano, ha conosciuto e sofferto l’orrore staliniano: sempre dimostrando, di fronte ai persecutori, il suo grande coraggio. Lo animava il temperamento di un crociato. Gli uomini di carattere sono il più delle volte anche uomini di cattivo carattere.”

Oppositore di socialisti, nazisti, comunisti

Il processo farsa del regime dei comunisti ungheresi contro il primate d’Ungheria. Emblematica l’espressione del cardinale.
Nato il 29 marzo 1882 a Mindszent, a ventitrè anni è ordinato sacerdote e nel 1944 diventa vescovo di Veszprem. Uomo di enorme cultura, aveva già dato dimostrazione di forza d’animo e opposizione a forze anticristiane, venendo arrestato nel 1919 dal governo socialista ungherese che in quel periodo reggeva il Paese dopo la Prima Guerra Mondiale, e la conseguente dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico. Dopo che il governo era passato nelle mani di un reggente, Miklos Horthy, Mindszenty, vescovo libero di esercitare il suo ministero, si era imposto come una delle figure centrali della vita pubblica ungherese Nel corso della Seconda Guerra Mondiale Horthy, che era riuscito a garantire gli equilibri nella fragile nazione, viene deposto e l’Ungheria diventa uno Stato fantoccio del Reich hitleriano, alla cui testa viene messo il capo delle spietate Croci Frecciate, Ferenc Szalasi. Appena dieci giorni prima, Mindzenty assume l’incarico di vescovo e si fa notare come fiero oppositore di qualsiasi sopruso ai danni della popolazione magiara. Le Croci Frecciate, intanto, si rendono protagoniste di abusi indicibili nei confronti della gente e di comportamenti inumani contro gli ebrei, mentre l’Europa diventava una gigantesca tomba. Mindzenty grida tutto il suo sdegno ed il suo dolore e viene, quindi, arrestato. L’Armata Rossa marcia verso Budapest e la “libera”.

Finita la Guerra, Mindzenty torna alla sua missione di vescovo e Pio XII decide di nominarlo, nel settembre 1945, arcivescovo di Strigonio, storica sede primaziale ungherese, e principe primate d’Ungheria, ponendo fine ad un periodo di sede vacante durato sei mesi. Il 21 febbraio 1946 promette alla Chiesa di servire Cristo “usque ad sanguinis effusionem” venendo creato cardinale dal pontefice nella Basilica di San Pietro a Roma. L’arcivescovo di Strigonio, per antichi privilegi, ha il diritto di incoronare i re della terra di Santo Stefano e per questo è primate tra tutti i dignitari della Chiesa e dello stato ungherese. Storicamente, avevo il compito di fare le veci del re quando questi si allontanava dal paese e se il re non rispettava la costituzione, il primate era obbligato ad ammonirlo perché ciò “corrispondeva alle aspettative della nazione” ed era un dovere riconosciuto non solo dai cattolici ma anche di credenti di altre fedi.

 

Si oppone alla persecuzione anticattolica in Ungheria

Il primo compito che Mindszenty si dà è quello di promuovere la ricostruzione dopo la devastazione della guerra. La situazione, però, precipita velocemente. Dal primo gennaio 1946 l’Ungheria diventava una repubblica, contro il parere della Chiesa cattolica. Nel giro di due anni i comunisti, con il supporto di Mosca e la totale indifferenza dei governi occidentali, che avevano già diviso il mondo in blocchi ed ora si disinteressavano dei Paesi dell’Europa centrale, fanno piazza pulita di tutti gli altri partiti costituzionali e, di fatto, governano l’Ungheria con pugno di ferro. Per avere campo libero il Partito Comunista Ungherese aveva creato scandali ad arte ed i suoi avversari erano stati arrestati, esiliati, esposti alla pubblica gogna. L’Urss faceva sentire in maniera forte le sue minacce e molti esponenti politici di primo piano, semplicemente, avevano preferito ritirarsi.

I comunisti sferrano l’attacco ai cattolici proponendo una serie di misure che saranno attuate via via, nel corso degli anni, l’una dopo l’altra: il divieto di effettuare processioni; la chiusura della maggior parte della stampa cattolica; la pubblicizzazione delle scuole religiose; la limitazione all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche; l’adozione di nuovi libri di testo in cui la religione veniva ridicolizzata e minimizzata; la chiusura di ordini e le congregazioni religiose con conseguente dispersione di frati e suore tra la popolazione come dei laici. I comunisti vogliono, però, di più: un accordo con la Chiesa ungherese sul modello sovietico. Ai vescovi viene imposto di riconoscere la posizione di forza illegale del partito comunista, di rinunciare senza opporre resistenza alle scuole ed ai luoghi di educazione, di sottoporre la propria attività culturale allo Stato comunista.

Mindszenty non si piega ed impegna tutti i sacerdoti cattolici in una dura lotta contro le politiche comuniste. Il primate di Ungheria, infatti, sa perfettamente che un qualsiasi accordo con i comunisti porterebbe al totale annientamento della Chiesa nella nazione magiara, proprio come era già successo in Unione Sovietica. I dirigenti del partito lanciano allora una campagna pubblica durissima e velenosissima condotta sulla base dello slogan “Annientiamo il mindszentismo! Da questo dipendono il bene del popolo ungherese e la pace tra la Chiesa e lo Stato!”. Mindzenty, ben consapevole del fatto che l’Ungheria è storicamente una terra sotto la protezione della Santa Vergine, indice per il 1948 un anno mariano che mobilita milioni di ungheresi, i quali partecipano a centinaia di cerimonie liturgiche e processioni in tutto il Paese.


Il Primate
Mindszenty sa bene di essere ormai un bersaglio facile. Sul principale giornale cattolico del Paese, il Magyar Kurir, fa pubblicare, alla fine dell’anno, un articolo in cui si rivolge direttamente al popolo ungherese e che si conclude con queste parole: “Sto qui per Dio, per la Chiesa e per la patria, poiché questo è il dovere che mi ha imposto il servizio storico verso il mio popolo abbandonato nel vasto mondo. Di fronte alle sofferenze della mia gente il mi destino è cosa insignificante. Non getto la colpa sui miei accusatori. Quando qua e là sono costretto a far luce sulla situazione, sono soltanto le grida di dolore, le lacrime e la voce soffocata del mio popolo a parlare. Prego perché venga un mondo di verità e di amore; prego anche per coloro che, secondo le parole del mio Maestro, non sanno quello che si fanno, e perdono loro di tutto cuore.” Il giorno dopo il Natale del 1948 viene arrestato dai comunisti e portato nel famigerato stabile di via Andrassy 60 a Budapest, dove i comunisti avevano imparato dai nazisti della Gestapo a torturare i loro prigionieri. E lì ne torturarono a migliaia.

 

“Percuoterò il pastore, disperderò il gregge”
Mindszenty capisce subito a cosa andrà incontro e che per lui sarebbe stato imbastito un processo dimostrativo, in cui lo avrebbero accusato di atrocità mostruose. Anche per questo, prima dell’arresto aveva lasciato delle disposizioni ai suoi collaboratori in cui aveva scritto in maniera netta che qualsiasi confessione da parte sua o sarebbe stata un falso o una conseguenza delle torture o delle droghe somministrategli. L’accusa per lui: alto tradimento.


Il Pastore intrepido
I giorni successivi sono un susseguirsi di umiliazioni, torture, interrogatori. “Mi tolsero la talare e, fra le risa sguaiate dei presenti, anche la biancheria intima. – raccontò il cardinale nelle sue memorie – Poi mi porsero un vestito di foggia orientale, variopinto e molto largo, che mi dava l’aspetto di un burattino”. Gli chiedono di confessare il suo crimine, lui rifiuta. Sprezzante, l’ufficiale che lo interroga gli dice: “Badi bene, qui gli accusati devono fare la confessione che desideriamo noi”. Calci, pugni, colpi sulle piante dei piedi con un manganello, poi sul corpo. Divieto di dormire. Discorsi osceni, urla, grida schiamazzi in sua presenza. Lo costringono a correre nudo sotto i colpi di una frusta. Lo drogano. Continuano a porgergli testi con false confessioni. Mindzenty non cede.

Nella sua prima prigione solo una volta gli consentono di reindossare la sua talare ed è per esporlo al ludibrio. Ciò avviene in occasione della visita del senatore del Partito Comunista Italiano Ottavio Pastore, a Budapest per incontrare Mindszenty e poter poi testimoniare al mondo che il cardinale è ancora vivo. Il 6 febbraio 1949, due giorni dopo la fine del processo contro Mindszenty, l’Unità, organo ufficiale del Pci, pubblica un articolo sprezzante a firma di Pastore, accompagnato da un articolo di fondo a firma di Giancarlo Pajetta, intitolato “Un vinto”, in cui Mindszenty viene pesantemente insultato e preso in giro.

Alla fine, non avendo trovato altro contro di lui, lo accusano di “traffico internazionale di valuta”. I comunisti si comportano proprio come i federali statunitensi, che riuscirono ad accusare Al Capone solo di evasione fiscale. L’accusa è risibile: il cardinale avrebbe dato il suo benestare a non cambiare secondo il corso ufficiale i soldi per i poveri ungheresi inviati dai cattolici statunitensi per non far convertire cifre enormi in pochi spiccioli, vista la spaventosa inflazione ungherese. Ovviamente nessuno si era sognato di far notare che quei soldi erano necessari ad acquistare cibi, medicine, coperte per i poveri e che questi servizi li forniva solo la Chiesa cattolica, perché il governo ungherese aveva le casse vuote e l’Unione Sovietica non mandava alcun aiuto. Dopo 39 giorni, infine, Mindzenty firma la sua confessione. Non era più in grado di reggere le botte e viveva spesso in uno stato di confusione e depressione. “Evidentemente ero già diventato in maniera radicale un altro uomo” scrisse poi. Perché, ex post, si potesse capire che aveva firmato perché sotto costrizione, aggiunge alla sua firma “C.F.”. Spiega ai suoi carcerieri che quelle due lettere stavano per “cardinalis foraneus”. Invece il senso vero è “coactus feci”: ho firmato perché costretto.


Sequela Christi, verso il Golgota
Nel febbraio del 1949 si tiene, per quattro giorni, un processo farsa, in cui il primate di Ungheria viene accusato di essere a capo di una organizzazione che aveva in mente il rovesciamento dello Stato, di aver svolto spionaggio contro l’Ungheria, di aver maneggiato in maniera illegale la valuta estera. Dopo un finto dibattimento senza alcuna garanzia processuale per l’imputato, il cardinale è condannato all’ergastolo. “Lo scopo principale di tutto il giudizio – spiegò poi – è stato quello di sconvolgere la Chiesa cattolica in Ungheria, nella speranza di ottenere ciò a cui accenna la Sacra Scrittura: Percutiam pastorem et dispergentur oves gregis.” Percuoterò il pastore e disperderò il suo gregge.

“Buon per me, che ero nell’afflizione”
Con il primate in carcere la persecuzione anticattolica viene accentuata. Nel 1950 vengono
occupati i conventi e da essi espulsi dodicimila religiosi, molti dei quali vengono deportati; gli ordini e le congregazioni sono sciolte. Nel 1951 il governo ordina la chiusura di sette seminari sui tredici esistenti in Ungheria. Intanto il Paese intero precipita in una gravissima crisi economica.

Negli otto anni seguenti Mindszenty viene spostato in varie prigioni, con differenti livelli di sicurezza. Per lunghissimi periodi non gli è consentito di celebrare la messa e non gli vengono messi a disposizione testi sacri. Tra le vessazioni che subisce, il divieto di inginocchiarsi in cella o le continue interruzioni delle sue preghiere. Gli viene portata carne il venerdì, in modo da non farlo mangiare. Quando, finalmente gli è consentito di tenere in cella con sé l’Eucarestia, passa ore ed ore prostrato in adorazioni e le sue meditazioni sul sacrificio di Cristo durano dalle due ore e mezza alle tre e mezza. Gli danno solo un breviario. “Per molto tempo – raccontò - esso è stato la mia Bibbia, la mia dogmatica, la mia mistica, il mio direttore spirituale”. Anche nel male riuscì a trovare il bene. “In carcere – scrisse – ci avviciniamo di più anche alla grazia redentrice, nel senso della gratia liberans illustrata da Sant’Agostino: buon per me che ero nell’afflizione (SAL 118, 71)”.


Il capo del governo Imre Nagy, intanto, prova a lanciare qualche riforma economica per salvare il Paese dalla miseria, ma i tentativi non funzionano. Il 24 ottobre 1956 un Paese ormai allo stremo si ribella ai sovietici. I comunisti si recano in fretta e furia da Mindszenty, chiedendogli di seguirli “per salvarlo dalla plebaglia che avrebbe potuto assaltare la prigione”. Il primate rifiuta ed i comunisti, senza molto discutere, fuggono. Il 30 ottobre decine di persone entrano nella casa in cui è recluso il cardinale e restano sbigottiti nel vedere che il cardinale è ancora vivo e che sta abbastanza bene. Viene tenuto in fretta e furia un consiglio rivoluzionario che sentenzia che la detenzione del primate è illegale. Un gruppo di militari raggiunge Mindszenty e lo preleva dalla sua prigione, liberandolo.

Fuori dalla casa in cui era stato rinchiuso in regime di massima sicurezza si crea nel giro di poche ore una folla enorme. “Non potevano credere – scrisse Mindzenty - che io non fossi stato trascinato via dalle unità corazzate russe. Mi toccavano, baciavano i miei abiti, mi pregavano di benedirli. Guidati dal loro pastore giunsero anche i protestanti evangelici, sinceramente contenti, poi la minoranza cattolica e battista: ragazzi, ragazze e vecchi. Mi stavano attorno e non volevano lasciarmi partire.” Dopo poche ore il primate parte alla volta di Budapest, ma deve spesso fermarsi e scendere dall’automobile per salutare i parroci e la popolazione, mentre il suo corteo si ingrossa sempre di più, e si aggiungono ad esso addirittura anche carri armati e mezzi d’assalto. A Budapest, l’ingresso trionfale, dove una moltitudine di persone era accorsa, esultante e piangente, per festeggiare il ritorno del principe primate d’Ungheria nel suo palazzo dopo otto anni.

Nel frattempo, la situazione dei cattolici ungheresi era precipitata. I comunisti avevano preteso di nominare tutte le cariche ecclesiastiche con effetto retroattivo al 1946 e tutti i vescovi, i superiori religiosi e i vicari generali erano tenuti ad un giuramento allo Stato. Il potere sul clero non veniva più gestito da parte della normale gerarchia cattolica, ma dal Dicastero statale per gli affari ecclesiastici. Tutti i vescovi erano divenuti esecutori del dicastero, che prendeva direttive dal Ministero dell’Interno e dalla Polizia per la sicurezza dello stato. La Chiesa aveva rinunciato, di fatto, ad ogni resistenza passiva, giungendo a chiudere spontaneamente tutti i seminari e le scuole di teologia rimaste. Addirittura, agenti di polizia si erano infiltrati tra i sacerdoti, riuscendo facilmente ad assumere cariche rilevanti come vicari generali e direttori della cancelleria. Questi poliziotti – falsi preti, venivano spesso inviati all’estero dal regime e lì propagandavano false informazioni sui rapporti tra Chiesa e regime comunista.

 

Quindici anni di esilio nell’ambasciata USA a Budapest
La gioia dei cattolici ungheresi e di tutto il popolo, che sperava di poter rialzare la testa, dura solo undici giorni. I carri armati russi invadono Budapest e soffocano nel sangue la rivoluzione anticomunista. Mindszenty, che il 3 novembre aveva tenuto in Parlamento un discorso radiotrasmesso, per non finire nuovamente nelle mani dei sovietici, che stavolta lo avrebbero probabilmente giustiziato, sceglie di rifugiarsi nell’ambasciata statunitense, dove resta senza mai uscire per i successivi quindici anni. Il nuovo gruppo di potere comunista tratta Mindzenty come un ergastolano evaso, ribadendo che la sua condanna era assolutamente valida. Nei giorni seguenti papa Pio XII ricorda più volte la gravità della situazione ungherese nei suoi discorsi.

Il nuovo regime rafforza il controllo sui cattolici attraverso un uso più largo dei “preti pacifisti”, così chiamati perché avevano sposato la battaglia “per la pace mondiale” lanciata dal governo ufficiale ungherese. I fedeli, invece, li chiamano con disprezzo “vescovi e preti con la barba”. Il loro principale strumento di azione sul territorio è la Fondazione Opus Pacis, parte integrante del consiglio pacifista nazionale. Uno dei primi atti dei vescovi ungheresi dopo la restaurazione del governo comunista è quello di diffondere una nota in cui si afferma che loro “seguono con fiducia gli sforzi del governo rivolti a eliminare gli errori del passato e a riparare le ingiustizie e appoggiano il governo nel suo tentativo di migliorare il benessere del popolo ungherese e di promuovere la pace mondiale.”


A Roma, con Paolo VI, verso il secondo calvario
La Santa Sede reagisce duramente, minacciando la scomunica per vescovi e sacerdoti che avessero scelto di esercitare il mandato parlamentare in Ungheria e mette all’indice il giornale ungherese dei “preti pacifisti” chiamato “La parola cattolica”, come precedentemente aveva messo all’indice il giornale “La croce”. Il presidente della conferenza episcopale, Jozsef Grosz, che era stato torturato dai comunisti, spera di difendere la popolazione cattolica, già profondamente vessata, ma con il suo atteggiamento di acquiescenza non fa altro che rafforzare il disegno comunista di rendere l’Ungheria uno Stato ateista.

 

Dopo la persecuzione comunista quella vaticana: la Ostpolitik di Casaroli.

Il dottor sottile (e cinico) della ostpolitik: il futuro segretario di stato Casaroli. Ma eseguì la volontà di Paolo. Una cappa di silenzio forzoso cadde sui testimoni della fede. Ai giornali cattolici fu proibito citare il comunismo e le sue dittature e i crimini contro i cattolici. Se non è complicità questa…
Nel 1962 la Chiesa cattolica lancia la sua ostpolitik cercando uno “scongelamento” delle relazioni con i governi dell’Europa Centrale. Mindzenty, nelle sue memorie, racconta che “quando monsignor Casaroli intraprese trattative con il regime di Kadar per conto del Vaticano, il regime, con i suoi sacerdoti pacifisti e il suo dicastero statale per gli affari ecclesiastici, aveva già ridotto completamente al silenzio la vera chiesa ungherese. Per questo il diplomatico vaticano non ascoltò più la parola del cattolicesimo ungherese e per questo è successo anche che, a mio giudizio, la diplomazia vaticana ha intrapreso trattative senza conoscere a fondo la situazione, trattative che hanno portato solo vantaggi per i comunisti e gravi svantaggi per il cattolicesimo ungherese.” Secondo quanto scrisse Carlo Bo sul Corriere della Sera del 7 maggio 1975, “la battaglia di Mindszenty era finita con l’avvento di Giovanni XXIII. Fu in quel momento che l’affare Mindszenty cominciò ad apparire come un fatto personale: in parole povere non era più un simbolo, non era più una bandiera.”

Le trattative riguardano anche la possibilità che Mindszenty possa lasciare da uomo libero l’ambasciata statunitense di Budapest. In ambasciata è ormai un ospite scomodo ed anche il governo americano vuole che se ne vada. Mindszenty si dice d’accordo, a malincuore, a lasciare Budapest e a trasferirsi all’estero, ma pone come condizioni lo scioglimento del movimento dei “preti pacifisti” e il ritorno della libertà di insegnamento della religione in tutta l’Ungheria. La risposta è, ovviamente, negativa. Il cardinale, comunque, ottiene la garanzia che la Santa Sede non lo avrebbe privato dei suoi titoli di arcivescovo di Strigonio e di primate di Ungheria, nonostante la nomina prevista di un amministratore apostolico per la diocesi. Mindszenty ottiene anche che sull’Annuario Pontificio, vicino alla sua carica, la Santa Sede avrebbe continuato a scrivere “impeditum”, come già avveniva dal 1949 e di avere giurisdizione sulla Casa Ungherese di Vienna, dove si sarebbe trasferito. Protesta vivamente quando il legato pontificio gli chiede di non effettuare, all’estero, alcuna dichiarazione che possa turbare le relazioni tra la sede apostolica ed il governo ungherese o sia comunque lesiva di quest’ultimo, nonché di mantenere segrete le sue memorie. Alla fine, convinto dalle pressioni della Santa Sede per conto di papa Paolo VI e da una lettera del presidente statunitense Richard Nixon, che gli spiega che sarebbe stato meglio per tutti se avesse abbandonato l’ambasciata, cede lascia la terra ungherese per non tornarvi mai più.


Andreotti
Giulio Andreotti, in un articolo pubblicato nel 2007 su Trenta Giorni, chiariva che “esigenze politiche e diplomatiche spinsero alla ricerca di una soluzione possibile di questo e di altri casi. I contatti con l’Est, tessuti per conto della Segreteria di Stato da monsignor Agostino Casaroli, compresero anche sondaggi con il governo di Budapest alla ricerca di una soluzione del “caso” che anche agli americani creava delicati problemi. Si lavorò inizialmente all’ipotesi di un trasferimento all’estero del cardinale, a lungo respinta dall’interessato. Solo dopo “fraterne insistenze” di Paolo VI, piegò il capo ritenendo di dover «ubbidire con umiltà, rinunciando al desiderio di finire la vita su suolo ungherese».”

 

Roma. Bere sino in fondo al glorioso calice dell’amarezza.
Il primate ungherese giunge in aereo a Roma il 28 settembre 1971 ed entra in Vaticano per incontrare Paolo VI accompagnato da un solenne corteo. “Mi abbracciò, si tolse la croce pettorale, me la mise al collo, mi porse il braccio e mi introdusse nel palazzo” ricordò poi il primate. Mindszenty prende parte un sinodo dei vescovi e qualche giorno dopo gli viene concesso di concelebrare messa alla destra di Paolo VI. Il Papa gli invia doni e lo invita a mangiare con lui più volte. Mindszenty rimane molto colpito da quanto avviene un giorno nella basilica di San Paolo: “Mi si avvicinò un sacerdote, mi prese la mano, la baciò, mi ringraziò per le sofferenze che avevo sopportato per la Chiesa e alla fine mi disse “Sono il cardinale Siri”.

Non mancarono, però, le amarezze, dovute al comportamento dell’apparato vaticano. L’Osservatore Romano, lo stesso giorno del suo arrivo a Roma, pubblica un articolo in cui si afferma che il trasferimento a Roma di Mindszenty aveva reso più facili i rapporti tra Vaticano ed Ungheria. Appena due settimane dopo la sua partenza da Budapest la Santa Sede toglie la scomunica ai preti pacifisti. Il 23 ottobre il primate decide di partire per Vienna: dopo celebrazione Papa fa allontanare i presenti e gli dice in latino: “Tu sei e rimani il vescovo di Esztergom e primate d’Ungheria. Continua a lavorare e se avrai difficoltà rivolgiti sempre a noi con fiducia” e gli dona il suo mantello cardinalizio.


Il giorno prima Paolo gli disse “Lei sarà sempre il Primate d’Ungheria”. Il giorno dopo lo dimise da Primate.
Mindszenty inizia a girare il mondo per incontrare esuli ungheresi. Il Vaticano si comporta con lui con enorme freddezza egli anni successivi. Rifiuta di approvare un’organizzazione per sostenere gli emigranti ungheresi nel mondo ed anche di assegnare dei vescovi ausiliari a queste comunità. Viene chiesto al primate di non intervenire più in pubblico senza aver prima fatto approvare dalla Santa Sede tutte le sue dichiarazioni ed omelie. Mindszenty risponde piccato che lo avrebbe fatto solo se glielo avesse chiesto Paolo VI, cosa che, ovviamente, non avverrà mai. Il Vaticano non riesce a ridurlo al silenzio, nonostante avesse promesso al regime comunista ungherese che Mindszenty non avrebbe detto nulla di sgradito sul governo. “Pregai il nunzio di comunicare ai competenti organi vaticani – spiegò il cardinale - che in Ungheria regnava ora un opprimente silenzio ti bomba e che io inorridivo al pensiero di dover tacere anche nel mondo libero.”

 

Contravvenendo agli accordi ed alle promesse fatte, alla fine del 1973 Paolo VI chiede a Mindszenty di dimettersi da arcivescovo di Strigonio, per dare finalmente alla più importante diocesi di Ungheria un pastore che facesse sentire la sua presenza, dopo venticinque anni. Il primate ancora una volte si oppone ed invia al Pontefice un “lungo rapporto sull’attività nefasta dei preti pacifisti, sul sistema ecclesiastico basato sulla violenza e tutti i risultati negativi causati dalle trattative che il Vaticano stava tenendo da un decennio con i comunisti.” Il cardinale teme che una sua rinuncia avrebbe confuso il popolo, spingendolo a pensare che le sue presunte dimissioni legittimassero, di fatto, il regime. Paolo VI, invece, dichiara vacante la sede arcivescovile di Mindszenty, il quale è costretto a smentire pubblicamente di essersi ritirato in modo volontario, nonostante il Vaticano avesse diffuso la notizia delle sue dimissioni.

 

Mindszenty per anni aveva richiesto la riabilitazione al regime del suo Paese. Quando lasciò l’Ungheria nel 1971 nella condizione di condannato, fu raggiunto all’estero dalla notizia che i suoi “reati” erano stati amnistiati. Il cardinale scrisse allora una dura lettera al ministro della giustizia, che recitava: “Io respingo tale amnistia, che non ho mai chiesto e che non mi è stata mai concessa per quindici anni, con la seguente motivazione: solo la riabilitazione e nient’altro può riparare l’ingiustizia commessa.” Solo nel 2012 arriverà la riabilitazione politica, morale e giuridica da parte della magistratura magiara.

Al termine di una vita di lotte e di amarezze lenite dalla profondissima fede in Cristo, Mindszenty si spegne a Vienna nel 1975 e viene sepolto nel santuario mariano di Mariazell. Un elogio funebre del cardinale è pronunciato nel corso dell’udienza del mercoledì immediatamente successiva alla dipartita, da Paolo VI, che definisce il primate “singolare figura di sacerdote e di pastore [...]. Ardente nella fede, fiero nei sentimenti, irremovibile in ciò che gli appariva dovere e diritto [...]. La storia [...] saprà dare su di lui un giudizio più pienamente equilibrato e oggettivo, e alla sua figura il posto che gli spetta.” Nel 1991 le sue ceneri sono solennemente trasportate a Strigonio per essere tumulate nella cripta della basilica, dove si trovano tuttora.

Riuscirà mai la Chiesa ad ammettere errori e orrori dell’Ostpolitik?

 

“La storia è maestra di vita. È quindi giusto contribuire a far conoscere alle nuove generazioni una pagina dolorosa nella vita dei popoli dell’Europa Orientale, privati dalla loro libertà religiosa e condannati a vivere oltre una cortina che impediva loro ogni contatto con gli altri fratelli del mondo intero”. Queste le parole utilizzate all’inizio del dicembre 2013 dal cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio, in occasione di un convegno sul tema “La Chiesa nell’Europa dell’Est durante il comunismo: tra i martiri e la resistenza silenziosa”. Sodano si è augurato che “emerga la storia di quei martiri che non sono solo sacerdoti o monaci ma un popolo cristiano che ha sofferto e si continui ad approfondire tale pagine della storia recente, senza timore di dire la verità perché la verità non offende”. Se veramente si cercherà la verità, allora dovrà emergere in maniera forte che la Chiesa cattolica, in tanti casi, come in quello del cardinale Mindszenty, abbandonò o addirittura osteggiò, attraverso l’Ostpolitik vaticana, i suoi campioni della fede. Se ciò è avvenuto in buona fede oppure no, dovrà essere la storia a dirlo.


“Così, tra quanti esaltano la fierezza indomita di Jozsef Mindszenty e coloro che ne criticano sia l’ostinazione, sia, viceversa,
l’acquiescenza al compromesso dell’esilio, credo debba rivolgersi l’invito a non indugiare nelle polemiche. Preghiamo non per il cardinale Mindszenty, ma il cardinale simbolo della Chiesa perseguitata.” Oggi più che mai è indispensabile seguire l’invito di Giulio Andreotti ed onorare un cardinale vinto, ma alla fine vittorioso.

 

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