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Home page » Notizie » Il cristianesimo fiabesco di Oscar Wilde

CULTURA

Il cristianesimo fiabesco di Oscar Wilde

28/05/2011

La Bussola Quotidiana notiziario cattolico di opinione online: - 28 mag 2011

di Antonio Giuliano 28-05-2011

 

 

Per dirla con uno dei suoi graffianti e paradossali aforismi: «L’unico modo per liberarsi da una tentazione è concedersi ad essa». Allora lasciatevi pure vincere dalla tentazione di rileggere le fiabe di Oscar Wilde (1854-1900), perché soprattutto due fra esse, Il gigante egoista e Il principe felice, sono parabole autentiche sull’amore e sul dolore.

 

Tanto più ora che le Edizioni Angolo Manzoni le hanno pubblicate in una veste grafica accattivante all’interno di una lodevole collana per ragazzi pensata per i dislessici o gli stranieri alle prese con una nuova lingua: carattere studiato ad hoc per garantire la massima leggibilità e testo inglese a fronte. A dare il via all’iniziativa è stato un altro celebre racconto di Wilde Il fantasma di Canterville, seguito dalle Fiabe dei fratelli Grimm e da La Bella e la Bestia di J.M. Leprince de Beaumont. Ora è la volta de Il gigante egoista e Il principe felice (pp. 116, euro 19,50), due piccoli gioielli che contribuiscono a svelare l’altro volto dell’eccentrico scrittore irlandese (nacque a Dublino nel 1854, ma fu presto di casa nei salotti londinesi), esponente di spicco del dandysmo e del decadentismo estetizzante grazie anche alla sua opera più nota Il ritratto di Dorian Gray.

 

Una vita segnata da un esagerato culto di sé, da un’etica votata al piacere e da comportamenti anticonformisti volti anche a sbeffeggiare i costumi severi dell’Inghilterra vittoriana. E tuttavia prima della discussa relazione con il suo amico (probabilmente amante) Alfred Douglas, e della condanna nel 1895 a due anni di carcere con l’accusa di omosessualità e condotta immorale, Oscar Wilde fu un marito felice. Sua moglie Costance gli aveva dato due figli, Cyril e Viyvyan, per i quali lo scrittore stravedeva. Per loro Oscar scrisse queste fiabe tenerissime, che in realtà parlano anche agli adulti di una Bellezza e una Bontà diversa, del tutto insospettabile se ci si attiene alla figura dello scrittore che ci è stata tramandata.

 

Da dove infatti spunta fuori quel Dio che chiude Il principe felice? Quella statua che piange perché in vita non si è accorto delle miserie umane è ora tutta protesa nella missione di far felice il prossimo. E la volontà di spogliarsi di tutti i gioielli con l’aiuto della rondine sembra richiamare il sacrificio innocente del Cristo fatto da san Paolo («Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo divenendo simile agli uomini» Fil, 2, 6-7). Lo stesso Gesù che riecheggia anche nell’altro racconto Il gigante egoista, apologo sull’amore capace di cambiare anche il cuore più ostinato. Chi altro era altrimenti quel bambino con ferite sulle mani e nei piedi i segni di lunghi chiodi? Dinanzi a lui il gigante si intimorisce e si sente rivolgere una strana raccomandazione: «Una volta mi hai permesso di giocare nel tuo giardino, oggi verrai con me nel mio di giardino, che è il paradiso». Sin troppo facile ricordare la promessa di salvezza fatta da Cristo sulla croce al buon ladrone.

 

In realtà non capiremmo Oscar Wilde se ci attenessimo solo all’immagine di uomo dalle passioni disordinate e amorali, alfiere del “peter-panismo”, del mito dell’eterna giovinezza (come ne Il ritratto di Dorian Gray). Dietro la maschera di cantore di frivolezze si è infatti sempre nascosto un ricercatore di verità più profonde, di un Dio che alla fine non aveva mai smesso di tormentarlo. In fondo è stato sempre sottaciuto il suo lungo e difficile cammino di conversione al cattolicesimo, come spiega anche un saggio scorrevole e controcorrente Il ritratto di Oscar Wilde di Paolo Gulisano (Ancora, 2009, pp. 193, euro 14).

 

Del resto Wilde fu buon profeta di se stesso. «Il cattolicesimo è la sola religione in cui morirei» aveva detto probabilmente provocatoriamente in gioventù. Ma da allora aveva sempre schivato l’argomento. Anche perché come confidò più tardi, gli fu anche proibito. Lo rivelò durante la prigionia che segnò il culmine della sua conversione: «Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto». Il padre difendeva l’onorabilità della famiglia, perché in quel tempo diventare cattolico avrebbe significato retrocedere nella scala sociale. Rimase a lungo anglicano, ma senza alcun entusiasmo. Era attratto da una Chiesa di persone dal cuore passionale e non da tiepidi borghesi. Lo ribadì anche in uno dei suoi più pungenti aforismi: «La Chiesa cattolica è soltanto per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana». Senza dire che nel 1877 fu folgorato da Pio IX, il Pontefice del Sillabo, dipinto come nemico del progresso. Grazie a un amico, Wilde fu ricevuto in udienza e ne rimase profondamente commosso al punto che dedicò al papa e a Roma una poesia “Urbs Sacra Aeterna”.

 

Decisive però furono le letture durante il carcere: Agostino, Dante e Newman. E il primo atto che fece da uomo libero fu una richiesta ai gesuiti di Londra per sei mesi di ritiro presso di loro. Prima di morire entrò nella Chiesa cattolica ricevendo il battesimo e gli ultimi sacramenti. Aveva fatto soffrire terribilmente la moglie Costance, ipercomprensiva e pronta a riaccoglierlo sempre, anche dopo la detenzione. Nonostante il marito finito in bancarotta, l’avesse costretta a lasciare l’Inghilterra per l’Italia con i figli e a cambiare persino il cognome. Ma la torbida passione con Douglas e la morte di Costance impedirono il ricongiungimento.

 

Wilde ai figli, che aveva comunque amato paternamente, lasciò però una raccomandazione: «La ricerca della bellezza è il vero segreto della vita». E suo figlio Vyvyan, ricordando la felice vita familiare d’un tempo, dirà: «Giocava spesso con noi (…e) quand’era stanco di giocare ci teneva tranquilli raccontandoci fiabe, o storie avventurose, di cui possedeva una riserva inesauribile. Ciryl una volta gli chiese perché aveva le lacrime agli occhi mentre ci raccontava la storia del gigante egoista, e lui rispose che le cose veramente belle lo facevano sempre piangere».

 

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