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CHIESA

IL CARDINALE SARAH SUL

17/04/2015


Estratto da Dieu ou Rien, libro-intervista con Nicolas Diat, Fayard editore, pp. 400-402. Traduzione a cura di Paixliturgique.


Ho personalmente accolto il Summorum Pontificum con fiducia, gioia e rendimento di grazia. E’ il segno e la prova di come la Chiesa, Madre e Maestra, sia attenta a tutti i suoi fedeli, tenendo conto di tutte le sensibilità. Benedetto XVI voleva infatti promuovere la ricchezza delle diverse espressioni spirituali, nella convinzione che esse conducano verso una vera comunione ecclesiale e una diffusione sempre più luminosa della santità della Chiesa.
Io penso che questo bel motu proprio si situi pienamente all’interno del solco tracciato dai Padri conciliari. Così non dobbiamo far finta di dimenticare quanto si dichiarava espressamente nella Sacrosanctum Concilium: La liturgia "infatti consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse elementi meno rispondenti alla intima natura della liturgia stessa, oppure queste parti siano diventate non più idonee".
Nella lettera che accompagnava il Summorum Pontificum, Benedetto XVI scriveva: “Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione Ecclesia Dei in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale”.
E’ probabile che nella celebrazione della messa secondo il messale antico si possa comprendere meglio come la messa sia un atto di Cristo e non degli uomini. E così anche il suo carattere misterioso e mistagogico é percepibile in modo più immediato. Anche se partecipiamo attivamente alla messa, non si tratta di una nostra azione, ma di quella di Cristo. Nella sua lettera apostolica Vicesimus Quintus Annus (*), Giovanni Paolo II si chiedeva in cosa consiste questa partecipazione attiva. "Cosa si deve fare? Sfortunatamente quest’espressione é spesso stata sminuita e ridotta al suo significato esteriore, detto in altri termini, alla necessità di un atto comune, come se si trattasse di far entrare fisicamente in azione il maggior numero di persone possibile, il più rapidamente possibile. La parola partecipazione rinvia ad un’azione centrale, alla quale tutti devono partecipare. Se dunque si deve capire di quale azione si tratti, bisogna innanzitutto precisare quale sia questa “actio” centrale, alla quale devono prendere parte tutti i membri della comunità… Il termine “actio”, rapportato alla liturgia, ci rimanda all’origine del canone eucaristico. La vera e propria azione liturgica é l’”oratio”. Quest’orazione-preghiera eucaristica solenne, il “canone”, vale ovviamente più di una spiegazione, é un’”actio” nel senso più elevato del termine. In effetti é in essa che si produce l’azione umana che passa in secondo piano e lascia il posto a quella divina, all’azione di Dio."
Il motu proprio Summorum Pontificum tenta di riconciliare le due forme del rito romano e cerca soprattutto di aiutarci a riscoprire la sacralità della Santa Messa come atto di Dio e non degli uomini. Tocchiamo qui un punto veramente importante: il problema dell’indisciplina diffusa, la mancanza di rispetto e fedeltà al rito, che puo’ addirittura intaccare la validità stessa del sacramento.

 

(*) Le parole qui prestate a san Giovanni Paolo II ci sembrano piuttosto essere prese dal cardinal Ratzinger nel suo libro Introduzione allo spirito della liturgia.

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