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CHIESA

GESU' STAVA A PIAZZA BOLOGNA

30/01/2015

di Antonio Margheriti Mastino

 

Proprio l’altro giorno, in attesa del mio turno, ero uscito a fumare all’ingresso delle poste centrali di Piazza Bologna. Osservavo incantato l’umanità derelitta e mendicante tutt’intorno. Accanto a me c’è un anziano col cartello che recita “Sono senza lavoro, sono istruito e specializzato. Un’offerta per mangiare, grazie!”. Mi domanda un’offerta, domanda respinta.

Passano due rom: «un’oferta, un centesimo, buon ano», li mando a quel paese, e vanno a domandare un’offerta a quello col cartello. Rido. Rido perché davvero gliela dà. È la fine del mondo!, penso. Arriva un altro anziano, ma ben vestito, che con cipiglio e assai brusco più che chiedermi, mi ordina di dargli l’esatta cifra di “50 centesimi”. «Che te serve gnente artro a zi Fra?! Si ce l’avevo stavo qua stavo! Dammeli te a me!». Me fa, dice: «E allora damme ‘na sigaretta», gliela do. «Sai che fai? Dammene n’artra va’!». «Sai che fai? – dico – vattela a pià in saccoccia, anzi aridamme pure la prima», se ne va senza ridarmela, senza ringraziare, senza salutare. Non capisco perché la malagrazia debba sempre accompagnarsi all’indigenza. Sembra quasi un loro diritto ottenere quanto mendicano, mentre invece l’accattonaggio sino a qualche anno fa era reato.

Ma qui sono tutti mendicanti, affaccendati, apatici, gelidi, diresti quasi professionali: non vedono neppure chi è che gli dà o gli nega qualcosa. Hanno perso l’umanità insieme alla fortuna: è un ferino ricercare la materia vitale, prede a cui strapparla in qualche modo. Dentro l’indigenza l’uomo dimentica l’uomo e si fa bestia: non sai più che differenza fa tra lo stare sul davanzale delle Poste Centrali di Roma e vedere su YouTube un documentario di Geo & Geo. Infatti i rom adesso stanno scacciando dalla sua postazione sull’uscio delle poste, troppo strategica, lo “specializzato” col cartello che poco prima si era tolto il pane di bocca per darlo loro. Se ne sono scordati, hanno preso senza guardarlo in faccia.

Mi avvicino allo “specializzato”: «Non sono buono, sono cattolico; la tua pietà – sprecata – per i tuoi simili ti ha salvato: tieni». Avevo solo 10 euro in tasca, gliele do tutte, anche se dovevo fare la spesa con quelle. Non è come gli altri, costui. Mi guarda e mi dice: «Vedi? Ho fatto il bene: mi è stato reso 10 volte tanto, poco dopo. Sarà così anche per te: 10 volte tanto», e con la sua mano sporca, a me che sono maniaco dell’igiene, mi fa una carezza lieve sulla guancia. Ma non mi scosto, non mi pulisco col mio igienizzante Amuchina sempre a portata di mani. Perché, oltre alla constatazione di un uomo che non aveva perduto l’umanità, mi era venuto il sospetto che quello potesse essere Gesù trasfigurato.

Pensavo a quei versi di Raoul Follereau: «Se Cristo domani, busserà alla tua porta, lo riconoscerai? Sarà, come una volta, un uomo povero, certamente un uomo solo. Sarà senza dubbio un operaio, forse un disoccupato».

Ecco, la disoccupazione. Proprio in quel mentre arriva un anziano che sembra venuto fuori da un film felliniano, e mi schianto a terra dalla risa. Con un cartello logorroico appeso al collo: «Quella mignotta di mia moglie [segue nome e cognome, cellulare] a 68 anni suonati m’ha lasciato, portandosi appresso il portafogli, la casa e tutto. Chi può m’aiuti io mi vergogno a chiedere! P.s. Inutile che cercate di rubarmi in tasca come l’altra volta: ormai non c’ho più un c…! Vi siete preso tutto! Andate in Vaticano a rubbà non a Cristo!». Massì rido.

Mi è spiaciuto non avere più un euro da donargli: l’arte va premiata.

Scatta il mio numeretto, vado allo sportello. Devo ritirare un pacco, ma dicono che devo pagare il deposito di quasi un mese. Ma non ho più un soldo in tasca: le 10 euro le ho date a Gesù Cristo poco prima. Ho una postepay nel portafogli, ma dentro ci sono solo secolari ragnatele. La tiro fuori, e sia mai l’impiegata pensasse d’aver a che fare con uno squattrinato lo faccio col sussiego di chi ha soldi ovunque tanto che non ricorda manco più dove. «Magari c’è qualcosa sopra», dico distrattamente, sapendo di mentire spudoratamente. «In effetti ci sono 100 euro». Sono rimasto fulminato, dal flashback: non aveva forse detto, poco prima, il mio Gesù Cristo mendicante “ti sarà reso 10 volte tanto?”: e beh, 10 volte 10 euro non fa 100 euro? Soldi arrivati senza preavviso per un prestito di molto tempo prima: ormai ci avevo pure rinunciato. Era proprio Gesù quel vecchio mendicante “specializzato”, ora ne ero più che persuaso.

Esco contento e un ragazzo – era giornata! – sta dicendo a uno che gli chiede i soliti “50 centesimi”: «Ma che te do! Sto uscendo mò dall’agenzia del lavoro e sai che m’hanno detto: “ma che lavoro voi che te cercamo noi, se pure a noi ci hanno appena licenziati! Questa agenzia del lavoro chiude, per mancanza di lavoro!”. Tienime er posto caldo, appena esco me ce metto pur’io co’ ‘a mano tesa: che stronzata ‘a vita!». Mi viene da ridere per questa situazione surreale ma che è proprio la realtà italiana, quotidiana, di massa. Non gli resta che aspettare il suo Gesù Cristo pure lui: solo i suoi miracoli ci restano, ché di quelli economici ormai s’è perso lo stampo.

Mentre scendo la scalinata di Piazza Bologna, scuotendo la testa, intravedo un vecchio amico che calamita tutti i mendicanti e passanti come orsi sul miele. È don Federico. Tutti dicono male dei preti, ma poi tutti vanno dai preti quando si sentono caduti giù al livello degli iloti. Chi gli chiede la benedizione del negozio lì vicino, chi i maledetti “50 centesimi”, chi vuole raccontagli le sue sventure, non lo lasciano proseguire. Mi vede che lo osservo e mi saluta ridente: «Ehi ciao: perdona, è il gregge di Dio, ne sento anche l’odore, ti resta addosso e non va più via. Mi dico sempre che non devo vestirmi da prete quando esco».

Tutti raccontano che i preti sarebbero i “cattivi”, lo dice la televisione, le leggende metropolitane lo raccontano, la vox populi lo vuole. Ma poi nel bisogno tutti ricorrono al prete perché ciascuno dentro di sé pensa – e pazienza se per taluni è sinonimo di fesso e di pollo da spennare – “se è prete, se si è fatto prete è perché in fondo è buono: non può non essere buono un prete, volente o nolente”.

Lo chiamavano “Padre”, rimirando la sua linguetta al collo, mentre ne invocavano il soccorso. Perché ricordava a tutti gli immemori il generoso sacrificio della croce che il prete ripercorre con la sua scelta estrema, scandalosa, dolorosa. Di crocifissione quotidiana. E di redenzione. Avrebbe voluto farsi in mille pezzi per tutti e distribuirsi tra tutti quei derelitti, sfamarli, consolarli, “non lasciarli soli”. Il prete è una eucarestia vivente.

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