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Home page » Notizie » Foibe, il massacro taciuto

POLITICA ITALIANA

Foibe, il massacro taciuto

10/02/2012

di Antonio Giuliano10-02-2012

da "La Bussola Quotidiana"


Sparivano nel nulla. Prelevati di notte e gettati nelle impressionanti cavità carsiche (le foibe) che i contadini usavano come discariche per gli animali morti o la sterpaglia. Durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, era questo il sistema con cui la polizia comunista jugoslava di Tito fece sparire, senza lasciar traccia, migliaia di oppositori (quasi tutti italiani) al suo progetto espansionistico in Istria.


Per tanto, troppo tempo, è stata una pagina taciuta della storia. E solo da qualche anno con l’istituzione del Giorno del Ricordo, il 10 febbraio, c’è il tentativo di tener viva la memoria del dramma delle “foibe” e dell’esodo senza fine di tutti quegli italiani (circa 300mila) che furono costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia quando passarono alla Jugoslavia (con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947).


Una spietata caccia agli italiani bollati come fascisti, con un accanimento anche verso i sacerdoti: il marxismo-leninismo jugoslavo voleva di fatto sostituire la religione con lo stato. E finirono per essere martirizzati tanti religiosi come don Angelo Tarticchio o il beato don Francesco Bonifacio. La furia di Tito non risparmiò neppure gli antifascisti. Anzi molti partigiani italiani sul fronte orientale caddero nel tranello del regime jugoslavo. Emblematico è l’eccidio fratricida di Porzûs nel febbraio del 1945, in cui i compagni rossi della Brigata Garibaldi uccisero i partigiani cattolici e azionisti della Brigata Osoppo. Con l’imbarazzo indifferente del Pci di Togliatti che considerava fratelli i partigiani di Tito. Un episodio che gli storici di sinistra hanno per anni ignorato o minimizzato. E solo ora emergono le gravi responsabilità del Partito Comunista Italiano. Come dimostra anche il volume Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale (Il Mulino, pp. 154, €15,00) a cura di Tommaso Piffer. Con lo studioso ripercorriamo dunque la tragedia delle foibe, vero buco nero della nostra storia.

 

A quali eventi ci riferiamo quando parliamo di “foibe”?
Si tratta di due ondate di violenza distinte che colpirono la popolazione italiana nella zona della Venezia Giulia. La prima subito dopo l’armistizio del 1943, nel vuoto di potere creatosi in seguito al crollo della struttura statale italiana. La seconda nei mesi successivi all’occupazione della zona da parte delle truppe jugoslave comandate dal Maresciallo Tito. A cadere non furono solo fascisti e collaborazionisti veri o presunti, ma anche tutti coloro che i comunisti jugoslavi consideravano “nemici del popolo”, fra i quali diversi esponenti dei partiti antifascisti non comunisti. Il numero di vittime è tutt’ora oggetto di discussione da parte degli storici, ma si aggira verosimilmente nell’ordine delle 5000 persone.

 

Quali sono le recenti acquisizioni in merito ai massacri delle foibe?
Per lungo tempo è prevalsa una ricostruzione che metteva l’accento sulla natura reattiva della violenza: si è scritto cioè che questa esplosione di violenza andava spiegata soprattutto come una reazione alle repressioni compiute dal fascismo ai danni delle minoranze slave. Negli ultimi anni però la storiografia ha in parte rivisto questa interpretazione, mostrandone l’inadeguatezza. Se infatti le tensioni provocate dalla politica fascista giocarono un ruolo non indifferente, nella sua radice la violenza ebbe una natura prettamente ideologica, in quanto esplicitamente finalizzata all’eliminazione di un avversario politico e nazionale.

 

Perché questo evento ha fatto così fatica a entrare nella coscienza dell’opinione pubblica italiana?
Per varie ragioni. Innanzitutto il gruppo dirigente comunista italiano era profondamente in imbarazzo nel denunciare le violenze compiute dal partito comunista jugoslavo. Ma anche lo stato Italiano non aveva interesse a sollevare la questione per mantenere buoni rapporti con il vicino stato jugoslavo. È prevalsa così una narrazione che metteva l’accento sull’unità delle forze antifasciste nella sconfitta del nazismo, e tutti gli episodi che mettevano in crisi questa narrazione vennero passati sotto silenzio.

 

È possibile collegare la vicenda delle foibe all’eccidio di Porzûs?
Sono episodi differenti ma riconducibili ad un’unica radice. L’eccidio infatti comportò l’eliminazione da parte di un commando dei GAP comunisti, con l’appoggio della Federazione del partito di Udine, di un gruppo di partigiani di orientamento cattolico e azionista considerati pericolosi avversari sulla via verso l’instaurazione di un sistema comunista. In questo l’eccidio rispecchia molto la logica jugoslava, dove il partito comunista scatenò una sanguinosa guerra civile per eliminare tutti i suoi avversari politici. Nel resto dell’Italia invece il PCI fece una scelta differente, collaborando con le altre formazioni antifasciste. Anche se questa collaborazione non fu sempre facile.

 

Quali furono le responsabilità del partito comunista italiano e di Togliatti in particolare?
Il partito comunista italiano sul confine orientale porta la pesante responsabilità di essersi totalmente appiattito alle posizioni jugoslave, accettando la logica della lotta di classe invece che quella della collaborazione con le altre forze antifasciste. Inoltre in nome della solidarietà internazionale rinunciò a difendere gli interessi italiani in quella zona emarginando gli stessi esponenti del PCI che la pensavano diversamente. In questo Togliatti giocò un ruolo decisivo, a partire da quando, nell’ottobre del 1944, accettò esplicitamente la cessione delle terre di confine alla Jugoslavia comunista.

 

Perché iniziative come l’istituzione del Giorno del Ricordo possono davvero segnare una svolta?
Innanzitutto contribuiscono a una presa di coscienza che per lungo tempo è mancata. Nella stessa direzione va la ormai imminente dichiarazione delle malghe di Porzûs quale monumento nazionale. Ma quel che è più importante ancora è che si affermino sempre più le condizioni perché gli studi storici proseguano senza condizionamenti il lungo e difficile lavoro di approssimazione alla verità storica. Solo favorendo questo processo il paese potrà riconciliarsi con questa pagina tragica della sua storia.

 

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