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Home page » Notizie » E LA CHIESA CADDE IN MANO AGLI INTELLETTUALI (Parte II)

CHIESA

E LA CHIESA CADDE IN MANO AGLI INTELLETTUALI (Parte II)

26/10/2011

Teologi e pre-Concilio. Teologi e Concilio. Teologi e post-Concilio Un breve tentativo di analisi. PARTE 2 Contrordine compagni: la crocifissione “è un fiasco”; Schillebeeckx, il Catechismo Olandese. Giovanni XXIII fece il vero guaio, non Paolo VI. Henri de Lubac. Dio confonde i sapienti o i “sapienti” confondono Dio? Dice il Signore: “E’ necessario che gli scandali avvengano”… ma “guai” a chi dà scandalo. Essere “progressisti” è doveroso… nel senso: “Quanto ora io vi dico lo comprenderete a poco a poco”. Che il progresso non sia mutamento. Il guaio è che i modernisti e non i progressisti si impadronirono del Concilio Il “Catechismo Olandese” è la modernità dei suoi concetti di religione e fede, adattata alle esigenze dell’uomo moderno, che deve diventare una vera catechesi. Con questo testo, si scatenò un putiferio. Paolo VI lo definì “il grande scandalo” e un esame del Sant’Uffizio vi identificò 10 gravi eresie e 48 medie eresie miste ad ambiguità di linguaggio. Eppure, ecco un altro paradosso ed un’altra contraddizione montiniana: il “Catechismo” non viene distrutto, se ne lascia la libera pubblicazione con il solo obbligo di una aggiunta di note atte a spiegare gli errori rilevati. Ma, santa pazienza! E’ un catechismo eretico, 10 gravi eresie, 48 medie (“medie” che vuol dire poi? un’eresia è eresia e basta, così come il bianco o è bianco o non è), lo definisci un grande scandalo e tu, Sommo Pontefice, non salvi il piccolo gregge dalla contaminazione? Lo lasci pubblicare solo con l’aggiunta di “note”? Così, la Verità viene fornita nelle note e l’errore viene lasciato nelle pagine dette di catechismo. E ai vescovi “ribelli” non fu richiesta alcuna abiura, non fu fatta alcuna verifica della loro fede. A cosa mirarono? Ad una “Nouvelle Eglise”, la quale, per essere tale, necessita anche di una nuova dottrina, di un nuovo culto, di nuovi movimenti, di un clero che venga pasturato con le loro idee innovatrici. Una “Eglise”, una Chiesa, trasfigurata, che ormai non solo non ha più nulla di cattolico, ma nemmeno di cristiano: è già post-cristiana. Credo che Chesterton abbia risposto bene alla domanda con due righe: “Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa”.

di Tea Lancellotti

 

CONTRORDINE COMPAGNI: LA CROCIFISSIONE “È UN FIASCO”. SCHILLEBEECKX, IL CATECHISMO OLANDESE


Bastarono queste pagine sataniche ad annientare per sempre nell'arco 12 mesi l'intera gloriosa chiesa d'Olanda
L’intento principale di questi teologi appare spesso più quello di “razionalizzare” la fede che quello di rendere ragione della stessa. E la “razionalizzazione” non è esattamente nel senso tomistico del termine. Questo nel migliore dei casi; nel peggiore si hanno vere e proprie dottrine parallele, che di cattolico hanno ormai ben poco. È il caso, per dirne una, del “Catechismo Olandese” pubblicato a Concilio appena chiuso, e che in pochissimi mesi distrusse l’intera chiesa olandese. Ma questi teologi che che “razionalizzano”, che persino riscrivono a loro arbitrio dottrine e catechismi, a cosa mirano davvero?

Sostanzialmente, molti di questi teologi innovatori miravano a riscrivere la storia della Chiesa. La loro idea non era quella di rinnegare la dottrina, ma… di modificarla completamente!

E’ assai probabile che i pontefici, da Pio XI in poi, siano stati influenzati in parte da questa idea innovatrice, ben vedendo quanto la Chiesa avesse bisogno di una riforma dopo la Questione Romana, dopo il Concordato, dopo le grandi dittature.

L’azione dei pontefici fu effettivamente in buona fede, ma i frutti furono devastanti.

Prendiamo, per esempio, Schillebeeckx Edward Cornelis Florentius Alfonsus, domenicano, amico e confratello di Congar. Egli ha una visione particolare della crocifissione e morte di Gesù, che, calata nel contesto storico, non è da considerare salvatrice. Anzi, per lui, la crocifissione di Gesù è storicamente un fiasco, poiché appare come una vittoria dell’ingiustizia umana, in cui spicca il silenzio di Dio. Inoltre, Schillebeeckx mette in dubbio la “tomba vuota”. Tutte teorie dalle quali Congar prenderà le dovute distanze. Il problema è che non se le tiene per sé. Come domenicano, infatti, si sente in dovere di dirlo alla Chiesa, si sente in diritto di essere ascoltato ed ha infine la superbia e la presunzione che la dottrina debba cambiare secondo le sue personali convinzioni. Non è un caso che Schillebeeckx sia anche uno degli ispiratori del famoso ed eretico Catechismo Olandese – che riceve l’imprimatur dell’arcivescovo di Utrecht, Bernard Alfrink – nel quale è la modernità dei suoi concetti di religione e fede, adattata alle esigenze dell’uomo moderno, che deve diventare una vera catechesi. Con questo testo, si scatenò un putiferio. Paolo VI lo definì “il grande scandalo” e un esame del Sant’Uffizio vi identificò 10 gravi eresie e 48 medie eresie miste ad ambiguità di linguaggio. Eppure, ecco un altro paradosso ed un’altra contraddizione montiniana: il Catechismo non viene distrutto, se ne lascia la libera pubblicazione con il solo obbligo di una aggiunta di note atte a spiegare gli errori rilevati. Ma, santa pazienza! E’ un catechismo eretico, 10 gravi eresie, 48 medie (“medie” che vuol dire poi? una eresia è eresia e basta, così come il bianco o è bianco o non è), lo definisci un grande scandalo e tu, Sommo Pontefice, non salvi il piccolo gregge dalla contaminazione? Lo lasci pubblicare solo con l’aggiunta di note? Così, la Verità viene fornita nelle note e l’errore viene lasciato nelle pagine dette di catechismo. E ai vescovi ribelli non fu richiesta alcuna abiura, non fu fatta alcuna verifica della loro fede: in compenso Schillebeeckx pagò per tutti. Anche se solo in apparenza, visto che nel 1979 Giovanni Paolo II tentò di venire incontro a lui e a Kung, aprendo un’inchiesta la quale, ovviamente, scatenò il dissenso del mondo protestante, dell’ala modernista e ormai anche progressista cattolica; reazione spinta a tal punto che sembra si riverberi ancora oggi su oltre il 50% di quel che resta dello sciagurato clero olandese, nonché di qualche vescovo, seguaci tuttora del pensiero teologico di Schillebeeckx.


A cosa mirarono? Ad una “Nouvelle Eglise”, la quale, per essere tale, necessita anche di una nuova dottrina, di un nuovo culto, di nuovi movimenti, di un clero che venga pasturato con le loro idee innovatrici. Una “Eglise”, una Chiesa, trasfigurata, che ormai non solo non ha più nulla di cattolico, ma nemmeno di cristiano: è già post-cristiana. Credo che Chesterton abbia risposto bene alla domanda con due righe: “Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono per combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa”.

Quanto alla questione tomista, in realtà essi non vollero e non vogliono neppure ora cancellare san Tommaso. Pensano piuttosto di averlo superato: loro, del resto, si ritengono figli dell’Illuminismo e qui sta anche la chiave per comprendere ciò che stiamo vivendo oggi.

 

GIOVANNI XXIII FECE IL VERO GUAIO, NON PAOLO VI. HENRI DE LUBAC

 

Non v’è dubbio che questi teologi saranno, con tutti i loro filistei, i grandi protagonisti del post-concilio. E che la “deviazione” deriverà anche da loro. I loro nomi sono altisonanti, abbiamo visto: i più “grandi” agli occhi del mondo: Congar, Rahner, De Lubac; a seguire Balthasar, Danielou, Haring, Kung, diversi altri. Quando come e perchè decisero di “deviare”? Soprattutto ne erano consapevoli? Qual era la loro visione ecclesiologica?

Con la confusione raggiunta oggi, non è facile rispondere a queste domande perché chi ha provato a farlo, ha ceduto spesso, per stare o da una parte o dall’altra. Ciò che manca al momento è una valutazione ufficiale che, ponendosi al di sopra delle parti, chiarisca una volta per tutte. Magari facendo anche una lista di nomi con tanto di spiegazioni, per chi è rimasto nell’ortodossia e chi no. Con l’avvento del Concilio è stato modificato anche il senso della critica e spesso si confonde una giusta critica con l’ingiusta accusa del “voler giudicare gli altri”: così ti sbattono in faccia il versetto biblico del “non giudicare”! Il punto è che questi teologi non credono di aver deviato quanto piuttosto che sia la Chiesa ad avere avuto la necessità di una deviazione. O peggio: che la Chiesa era deviata e loro l’hanno rimessa in riga. Consapevoli? Senza dubbio sì, naturalmente in nome della “buona fede” e, naturalmente, in nome “dell’umanità e della libertà dell’uomo”. Come se la Chiesa, in questi duemila anni, non avesse fatto nulla o peggio, come se avesse tenuto nascosta all’uomo la verità.


C’è un particolare che va sottolineato. Non fu proprio con Paolo VI che queste persone trovarono spazio nella Chiesa, ma con l’elezione di Giovanni XXIII. Fu proprio il Papa “buono”, infatti, a riabilitare il gruppo che bene o male Pio XII riuscì a tenere a freno e a dare la porpora cardinalizia a Montini che Pio XII non ritenne opportuno dare. Giovanni XXIII fu il vero artefice del rinnovamento e della riforma nella Chiesa: fu lui a riabilitare de Lubac nel 1958 e fu sempre lui a volerlo, nel 1960, quale consulente teologo per la preparazione del Concilio. Ciò che non viene mai spiegato, però, è se de Lubac abbia accettato l’enciclica di Pio XII Humani Generis, nella quale il pontefice condannava le sue teorie pur senza mai nominarlo. Dal momento della sua riabilitazione, diventa il teologo vivente più ascoltato, gli sarà facile avere anche gli altri del gruppo al suo seguito e, nel 1983, Giovanni Paolo II lo nominerà cardinale. Tutto sommato, a de Lubac si attribuisce la massima espressione della Nouvelle Theologie e di aver inciso più d’altri nel Concilio: di fatto, però, de Lubac non fu affatto il “peggiore”, tanto è vero che – come abbiamo detto – persino lui finirà per dissociarsi dalle teorie del domenicano Schillebeeckx, arrivando a ringraziare Giovanni Paolo II “per aver compreso le sue interpretazioni teologiche” e per averle trovate “equilibrate anche se provocatorie”. Dunque, il Papa, di recente beatificato, era d’accordo con la teologia di de Lubac? Sembrerebbe di si. In fondo è de Lubac stesso che affermerà che “un umanesimo esclusivista è un umanesimo disumano perché pretende di essere umano senza l’incarnazione di Dio”, un concetto che riprenderà sovente Ratzinger per parlare del vero umanesimo di oggi e delle sue false interpretazioni e derive.

Eppure tutto questo ci appare incomprensibile perché, come ha spiegato de Lubac stesso, egli prese le distanze dalla teologia di san Tommaso d’Aquino quando, contemporaneamente ai fatti che abbiamo letto – e paradossalmente, aggiungo – sia Paolo VI che Giovanni Paolo II difendevano ad oltranza la teologia dell’Aquinate, definendola «il parametro verso il quale ogni moderna teologia doveva ritrovarsi».

Possiamo pensare ad un de Lubac strumentalizzato? Forse sì. Se, per esempio, prendiamo questa sua frase: “Non è vero che l’uomo, come sembra talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero però che, senza Dio, non può alla fin dei conti che organizzarlo contro l’uomo”, e ne estrapoliamo solo la prima parte troviamo l’eresia; se la lasciamo integrale troviamo una “ovvia” verità! Ma per dire delle “ovvie” verità era proprio necessario inventarsi una Nouvelle Theologie?

 

DIO CONFONDE I SAPIENTI O I “SAPIENTI” CONFONDONO DIO?


Non v’è neppure dubbio che le università cattoliche e i seminari, dove questi teologi andavano per la maggiore, fino agli anni ’80 e anche dopo, si ridurranno nel luogo deputato dell’opinione, della confusione, dell’apostasia vera e propria. Dove tutto era smarrito: l’ecclesiologia, la teologia, il concetto di peccato, il senso della natura dei sacramenti e Dio stesso, il Dio cattolico. Ne rimase solo cenere e fumo. Spesso questi teologi saranno loro in persona a gettare, dalle loro cattedre, benzina sul fuoco, rivendicando teologie ormai palesemente post-cristiane, ribelli.

Eppure in tutti questi casi che dilagarono (prima sui giornali, nelle librerie e poi direttamente sulle cattedre e dai pulpiti) di deviazionismo, Roma sembrò voler rinunciare a punire. Salvo il caso eclatante di Kung. Come non servisse più a niente rivendicare anche canonicamente i diritti della verità. Perché Roma finito il Concilio rinunciò a punire? Perché lasciò queste persone alle loro cattedre a propalare eresie e non le rimosse? Forse condivideva? Forse riteneva fosse inarrestabile questo movimento?

Quanto abbiamo detto in precedenza, ci porta a fare questa riflessione: che necessità avevamo di complicare la dottrina della Chiesa quando, prima, era più facilmente comprensibile, seminava a pieno ritmo e sfornava fiumi di santi, vocazioni, conversioni e saggi maestri? Se penso, tanto per fare un esempio, alla conversione dell’ebreo Ratisbonne per mezzo di Maria Santissima e alla storia di una medaglia prodigiosa con la teologia bellissima e pura dell’Immacolata Concezione, mi viene in mente una fragrante cascata in mezzo ad un magnifico e sereno paesaggio collinare dove una semplice ragazzina di nome Bernardette diventerà la più grande “teologa” della Vergine, senza per nulla stravolgere il percorso della Chiesa; se penso invece ai frutti di certe moderne teologie e alle loro complicazioni nelle disamine dottrinali, mi vengono in mente un uragano o un fiume che rompe gli argini portando morte e devastazione, il cielo grigio e i vortici delle trombe d’aria a spazzare via tutto ciò che fino ad oggi era stato faticosamente costruito. Quante conversioni sono scaturite dai loro ragionamenti e quanta apostasia, invece, hanno prodotto?


Un’altro esempio? La bellissima storia della Madonna delle Tre Fontane, a Roma, detta anche Madonna della Rivelazione nel cui messaggio, riconosciuto da Pio XII e dal Vicariato di Roma, c’è una sublime dottrina sulla Trinità Santissima, che converte senza troppi giri di parole il protestante Bruno Cornacchiola, la cui moglie, cattolica e con tre figli, passava il tempo a perdonare il marito e a fare i Primi Venerdì del mese al Cuore di Gesù come atto riparatore ma anche per chiedere la conversione del marito. E così avvenne perché le promesse di Gesù sono fedeli! E, ancora, nelle verdi praterie del Portogallo, a Fatima, dove tre bambini di 8, 9 e 10 anni, ricevono le confidenze della Vergine del Rosario, vedono l’Inferno – che questi teologi modernisti spesso rinnegano o che ritengono, a loro giudizio, vuoto – ricevono dalla Madre di Dio drammatiche profezie sulle sorti della Chiesa e sono “custodi” di una promessa: se vogliono andare in Paradiso e piacere a Gesù, devono pregare e fare sacrifici. Dice loro Maria: «Pregate incessantemente per le anime dei peccatori, perché non c’è nessuno che preghi per loro, e molte di queste vanno all’inferno»

Con l’arrivo di certi teologi, invece, tutto è stato rimesso in discussione. Negato financo, con aria di sufficienza, per giunta.

Ma la fede non era dei semplici? Quanti del piccolo gregge” passano davvero il tempo a leggere questi teologi? Il fatto è che questa ci sembra una guerra fra titani, fra i grandi del sapere del nostro tempo, e, quando questi si scontrano, a rimetterci poi sono sempre i piccoli.

E’ evidente che con il Concilio Vaticano II si è data la cattedra anche al suo pensiero opposto. Laddove bastava dire: “O Maria concepita senza peccato originale, pregate per noi, che ricorriamo a Voi”, si è andato a complicare tutto, con una tolleranza, spesse volte inaudita, da parte di certi pastori che non hanno trovato ostacoli nella Chiesa. Una tolleranza esasperata che ha raggiunto lo scopo di far desistere il fedele dalla sua pietà, e, anziché tranquillizzarlo con queste giaculatorie e con le pratiche devozionali, non ha fatto altro che smantellare, con delle pastorali complesse perché infarcite dei vani ragionamenti di questi teologi modernisti, l’autentica fede del credente.

Abbiamo le prove di tutto questo e sono l’insistenza sia di Giovanni Paolo II quanto maggiormente oggi di Benedetto XVI per un ritorno alla semplicità della fede attraverso l’adorazione eucaristica, il ritorno al sacro, la riforma della liturgia, la pratica del santo rosario. Un’insistenza che ci fa ritornare in mente il sogno “delle sue colonne” di san Giovanni Bosco.

 

DICE IL SIGNORE: “E’ NECESSARIO CHE GLI SCANDALI AVVENGANO”. MA GUAI A CHI DÀ SCANDALO


Il paradosso o, se volete, la contraddizione che viviamo è che in realtà dallo stesso Giovanni XXIII in poi, nessun Papa voleva questa deriva, ma ognuno di loro ha messo del suo, abbassando di fatto la guardia, perché alla fine avvenisse. Di fronte a queste incomprensioni, non possiamo far altro che tirare in causa Nostro Signore e pensare, ragionevolmente, che Egli stesso abbia permesso questi fatti per cause a noi ignote e che forse risultano chiarissime all’interno del Suo progetto. Rammentiamo infatti il monito di Gesù: “E’ necessario che gli scandali avvengano” (mentre fulmina coloro che scandalizzano).

Gli scandali all’interno della Chiesa sono nati con la Chiesa stessa, come maturano insieme grano e gramigna, come esistono servi giusti e servi infingardi, come crescono senapi rigogliosi e fichi sterili. I Vangeli non nascondono l’uomo all’uomo, anzi, preannunciano un cammino tortuoso e difficile, per nulla agevolato dall’appartenere alla Chiesa.

E questa Santa Chiesa non ha mai conosciuto isole di tranquillità nel suo navigare sulle correnti della storia. Anzi, spesso i venti contrari sono stati più numerosi di quelli favorevoli. Tuttavia, questa Chiesa continua ostinata per la sua strada, rispondendo al mandato di Cristo.

Il problema è che ogni epoca pone in risalto le sue debolezze. Un tempo, la più grande tentazione per i prelati era il potere; poi vennero i soldi e, col Rinascimento, anche la lussuria fece capolino. Comunque, in ogni epoca si saranno consumati, magari a percentuali variabili, i grandi peccati capitali, ora uno, ora l’altro: nulla di nuovo sotto il sole. Oggi assistiamo ad un ritorno della superbia e della presunzione di saperne più di Dio, più della Tradizione della Chiesa, in tema di teologia.

Ha ragione Rino Cammilleri nel voler vedere, nel peccato di turno, la tentazione di turno.

La tentazione coglie l’essere umano là dove le sue difese sono più deboli, le sue mura presentano qualche crepa, la preghiera vigile cede al sonno il suo sguardo verso il fine. Oggi la maggior tentazione è il sapere, la conoscenza, o peggio, la scienza, senza minimamente riflettere sulla autentica “conoscenza dell’uomo stesso” con lo sguardo di Dio, specialmente attraverso i santi che ne furono i confidenti. Si pretende di avanzare con la propria e sola ragione condendola, ogni tanto, di un pizzico di fede giusto per darle quel sapore che possa far riconoscere tale ragione come legittima all’interno della Chiesa. Chi dà, dunque, scandalo, commette un attentato verso il prossimo, commette un atto ingiusto verso i “semplici e i puri di cuore”, verso i piccoli, per i quale se l’Amore di Dio opera per metterli a riparo, è anche vero che la Sua giustizia condannerà a suo tempo l’empietà.


Noi, veri piccoli, non abbiamo risposte a queste domande, noi che viviamo di devozioni come il Santo Rosario quotidiano o come gli appuntamenti dei Primi Sabati e Venerdì del mese per trovare nei Cuori di Gesù e Maria quella vera Pace che altrove non troviamo. Non sappiamo neppure come siamo finiti a dover discutere di eventi più grandi di noi ma che, senza alcun dubbio, sono eventi che non avrebbero dovuto farci sentire così distanti dalla Chiesa, eventi che hanno prodotto l’apostasia. Teologi senza scrupoli che tentando di razionalizzare il nostro umanesimo hanno finito per non farci più credere in Cristo; teologi modernisti come Rahner (ancora oggi insegnato nei seminari), che invece di essere allontanati da noi sono stati premiati e promossi senza però spiegarci come questo sia stato possibile. Teologi le cui dottrine continuano ad annacquare la purezza di quella fede dei santi che tanto seppero fare per guadagnare anime al Divino Crocefisso tanto da farci domandare oggi: ma questi teologi, quante anime hanno portato alla salvezza? O forse dovremmo chiederci: quante anime a causa delle loro speculazioni teologiche si sono rovinate dannandosi?

C’è una promessa di Gesù che ci consola: “Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio.” (Mt 13, 27)

Dunque sembra quasi fatale e inspiegabile quanto abbiamo visto. Ma non agli occhi del Signore, che già tutto aveva “visto” in anticipo. E, infatti, proprio quando ormai questi fenomeni, raggiunto l’acme negli anni ’80, volgevano verso un’agonia oscena ma inevitabile, che però trascinava nell’agonia anche un intero sistema e tutte le istituzioni accademiche cattoliche, proprio allora, invece che essere puniti o almeno rimossi dalla memoria, questi teologi (si pensi a de Lubac, Congar, von Balthasar, e anni prima Danielou ecc.) furono in massa elevati da Giovanni Paolo II alla porpora. Perché? Che senso aveva? Per cosa li premiava? Forse sta proprio nella parole della parabola sopra citata, il senso.

 

ESSERE “PROGRESSISTI” E’ DOVEROSO. NEL SENSO: “QUANTO ORA IO VI DICO LO COMPRENDERETE A POCO A POCO”


Attenzione a quanto abbiamo detto fino a qui, ora è necessario terminare con alcuni basilari chiarimenti che potranno aiutarci a trovare le risposte a queste difficili domande.

E’ fondamentale per noi oggi non rischiare una totale chiusura nei confronti del Concilio stesso, nelle sue intenzioni originali, anche a favore di quella apertura che non mise affatto in pericolo la Verità, le dottrine e i dogmi. Sarebbe infatti assurdo pensare o affermare che la Verità stessa (con la V maiuscola) possa essere uccisa dagli uomini e con i loro ragionamenti. Senza dubbio, chi attenta alla Verità stessa, la perde, ma non può mai eliminarla. San Paolo stesso, mentre ci mette in guardia dalle false dottrine, avverte i fedeli di “conservare ciò che è buono, di non gettare via tutto, perché ciò che è buono viene da Dio“: è il famoso discernimento di cateriniana memoria. Si tratta di trovare quel corretto equilibrio che non elimina la ragione stessa, né impedisce alla Chiesa il suo proprio legittimo progresso, anche dottrinale. La Verità stessa infatti, arricchisce chi l’accoglie, ma a sua volta si incrementa per sbriciolare nel tempo l’intera comprensione delle Scritture (“quanto ora io vi dico, lo capire a poco a poco”, disse il Signore), fino al ritorno glorioso di Cristo, come indica il versetto: “Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13, 52). Quando una teologia è ben fatta e non rigetta la Verità già acquisita, il concetto di nuovo non è affatto illegittimo o illecito: al contrario, diventa una continuità nella Verità e, basandosi sulla Tradizione, l’arricchisce rendendola viva in ogni tempo.

Quando diciamo progressisti, dunque, occorre fare attenzione, invece, a chi ha a cuore l’autentico progresso della Chiesa insito anche e soprattutto nella nuova comprensione del Vangelo all’interno di problematiche tipiche del proprio tempo: ai suoi tempi san Tommaso fu definito un innovatore, bocciato come eretico dal vescovo francese. L’Aquinate aveva incomprensioni anche con san Bonaventura e non è un segreto che tra francescani e domenicani c’è sempre stata una chiara distinzione nell’innovazione stessa. Viviamo in un tempo in cui i termini si sprecano e spesso vengono usati senza rifletterci troppo, rischiando di usarli come etichette o come slogan che invece di aiutare alla comprensione, finiscono per confondere ulteriormente i fedeli.

Diverso è quando parliamo di modernisti: non sono la stessa cosa dei progressisti come si tende a far credere e la condanna di questa ideologia è incisa a chiare lettere nell’Enciclica di san Pio X, Pascendi Dominicis Gregis, con il suo Giuramento antimodernista e, a seguire, la condanna della sua “Nouvelle Theologiae” denunciata da Pio XII nella Humani Generis.

Nel gruppo di coloro che furono a favore di questo progresso troviamo di fatto tutti i pontefici, specialmente a partire dal beato Pio IX, Leone XIII con la Rerum Novarum, in particolare, oggi, Giovanni Paolo II e lo stesso Ratzinger, i quali si batterono, e si batte oggi Benedetto XVI, perché tale “progresso” non si trasformasse piuttosto in progressismo o in modernismo mascherato da progresso. Questo infatti, significò quella rottura con la Tradizione, sfruttando le porte aperte del Concilio, mentre in tutti i documenti troviamo chiara la condanna ad ogni forma di modernismo che si voleva far infiltrare nel concetto di nuovo.

In tal senso, si può comprendere la posizione favorevole dei pontefici nei confronti di alcuni teologi come de Lubac, Congar, von Balthasar, Danielou e lo stesso allora giovane Ratzinger, il quale sarà invece un punto di riferimento importante per valutare fino a che punto avrebbe dovuto e potuto spingersi la “Nova Theologia” e non la “Nouvelle Theologie”. Basta leggere le catechesi, i discorsi, le stesse encicliche di Benedetto XVI per comprendere non solo queste differenze, ma il concetto stesso dell’ermeneutica della continuità.

 

CHE IL PROGRESSO NON SIA MUTAMENTO


Un modernista è, per esempio, Karl Rahner oppure il domenicano Schillebeeckx o Hans Kung, i quali pretendono di trasformare il Vangelo a seconda delle necessità della modernità, a seconda delle mode del momento (lo stesso vuole anche la Teologia della Liberazione).

Un progressista se inteso correttamente come a favore del progresso, si muove secondo i parametri estesi da san Vincenzo Linirense che diceva:

“Dirà forse qualcuno: non si dà, dunque, progresso alcuno della religione nella Chiesa di Cristo? Altroché se si dà, e grandissimo! Chi vorrà essere tanto ostile agli uomini e tanto odioso a Dio da tentare di impedire un simile progresso? Però avvenga in modo tale da esser veramente un progresso della fede e non un’alterazione. Progredire, infatti, significa che una cosa si amplifica rimanendo se stessa; mutamento, invece, significa che una cosa passa a diventare un’altra cosa. È necessario, dunque, che crescano — e crescano molto gagliardamente — col passare delle generazioni e dei tempi l’intelligenza e la scienza e la sapienza della fede sia nel singolo sia presso la comunità, sia in ciascun cristiano sia in tutta la Chiesa: però la crescita della fede avvenga soltanto ferma restando la sua propria natura, cioè entro l’ambito dello stesso dogma, nel medesimo significato e nella medesima sentenza — in suo dumtaxat genere, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia” (Commonitorium,23 -PL50,667).

Un vero progressista, dunque, è colui che progredisce ma senza mutare la dottrina. Chi modifica le dottrine, invece, non è un progressista, ossia a favore del progresso, ma è un modernista che si finge progressista, la cui ideologia rimane condannata dalla Chiesa senza mezze misure.

 

IL GUAIO È CHE I MODERNISTI E NON I PROGRESSISTI SI IMPADRONIRONO DEL CONCILIO


In sostanza il vero danno sta nella confusione fra coloro che sono per il progresso autentico della Chiesa – e che vengono chiamati erroneamente progressisti – e i modernisti, vera piaga della Chiesa. Senza dubbio l’ultimo Concilio portò con sé questo legittimo progresso che, strumentalizzato da modernisti senza scrupoli, ha dato origine all’uso di termini altrettanto strumentalizzati. Il Concilio fu progresso e non progressismo; il Concilio si aprì alle tematiche del mondo moderno, ma non era modernista!

In tal senso è doveroso fare discernimento sui teologi che vi parteciparono e comprendere così perché alcuni di questi furono protetti dalla Chiesa, furono appunto premiati. Lo stesso Ratzinger dice: “Sempre più cresceva l’impressione che nella Chiesa non ci fosse nulla di stabile, che tutto può essere oggetto di revisione. Sempre più il Concilio pareva assomigliare a un grosso parlamento ecclesiastico, che poteva cambiare tutto e rivoluzionare ogni cosa a modo proprio. Evidentissima era la crescita del risentimento nei confronti di Roma e della Curia, che apparivano come il vero nemico di ogni novità e progresso. Le discussioni conciliari venivano sempre più presentate secondo lo schema partitico tipico del parlamentarismo moderno [...].

Per i credenti si trattava di un fenomeno strano: a Roma i loro vescovi parevano mostrare un volto diverso da quello di casa loro. Dei pastori che fino a quel momento erano ritenuti rigidamente conservatori apparvero improvvisamente come i portavoce del progressismo – ma era farina del loro sacco?” (Card. J. Ratzinger, La mia vita. pp. 97-99.). Non abbiamo risposte alle mille domande che ci siamo posti e che continuano a sorgere. Abbiamo, però, un segno tangibile della Verità della Chiesa: Ratzinger è divenuto Pontefice!

Teologi del suo spessore e spesso etichettati erroneamente, con fare dispregiativo e confuso, come progressisti dai modernisti, sono invece a favore del legittimo progresso della Chiesa, favorevoli ad una comprensione sempre più nuova del Vangelo, attenti a quell’autentico Spirito Santo che “fa nuove tutte le cose”. Un concetto di nuovo che Benedetto XVI ha spiegato bene nel creare il nuovo Dicastero dedicato alla nuova evangelizzazione: seppur questo termine nuovo lo riscontriamo in ogni pastorale e in ogni documento ufficiale, non significa sempre un fatto negativo. Il Papa spiega nel MP Ubicumque et semper:

“La diversità delle situazioni esige un attento discernimento; parlare di nuova evangelizzazione non significa, infatti, dover elaborare un’unica formula uguale per tutte le circostanze. E, tuttavia, non è difficile scorgere come ciò di cui hanno bisogno tutte le Chiese che vivono in territori tradizionalmente cristiani sia un rinnovato slancio missionario, espressione di una nuova generosa apertura al dono della Grazia. Infatti, non possiamo dimenticare che il primo compito sarà sempre quello di rendersi docili all’opera gratuita dello Spirito del Risorto, che accompagna quanti sono portatori del Vangelo e apre il cuore di coloro che ascoltano. Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto che si faccia profonda esperienza di Dio”.

Dalle stesse parole del Papa, ecco le priorità di questa evangelizzazione:

“…promuovere e favorire, in stretta collaborazione con le Conferenze Episcopali interessate, che potranno avere un organismo ad hoc, lo studio, la diffusione e l’attuazione del Magistero pontificio relativo alle tematiche connesse con la nuova evangelizzazione”.

Insomma, a certe domande non si può rispondere con un sì o con un no, con una condanna o con una promozione: la situazione assai complessa necessita di sano discernimento e di immensa prudenza, senza, spregiudicatamente, dover rigettare tutto. Dare delle specifiche risposte sarebbe presuntuoso da parte nostra, ma ci auguriamo di aver dato del materiale per riflettere, materiale attraverso il quale ognuno potrà trovare la risposta che cerca, non una risposta qualsiasi o risposte sincretiste questo no! Piuttosto delle risposte che possano aiutarci ad alimentare in noi la fede nella Chiesa sulla quale le parole del Cristo, Sommo Pontefice, sono la garanzia che le “porte degli inferi non prevarranno”; fiducia nei Vicari di Cristo che legittimamente si sono succeduti in tutti i duemila anni di storia ecclesiale, specialmente in Benedetto XVI che, senza esagerare, possiamo definire il più grande “Dottore della Chiesa” del nostro tempo!

 

 

 

da "papalepapale"

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