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ATTUALITA'

Dal Pci a Cristo, il 1 maggio di un ex - Da

01/05/2011

Intervista di Antonio Giuliano 29-04-2011

«Un tempo da segretario del Partito Comunista affiggevo murales per la festa del 1 maggio. Oggi però bisognerebbe mettere manifesti per denunciare logiche produttive che annullano la dignità dell’uomo. Nel mondo del lavoro va rimessa al centro la persona, come insegna il cristianesimo». Con questo spirito si appresta a celebrare la giornata dei lavoratori, il filosofo Pietro Barcellona, che dopo anni di militanza comunista ha scoperto la fede in Cristo, come ha raccontato in un libro recente Incontro con Gesù (Marietti, pp. 144, euro 14).

Perché il lavoro è diventato disumano?
Una volta il luogo di lavoro era soprattutto un posto di socializzazione, pensiamo alla grande fabbrica che rendeva necessaria la prossimità fisica e il parlarsi. Oggi invece tutto è sempre più informatizzato. digitalizzato, per cui non entrano più in contatto le persone, ma abbiamo solo uno scambio di informazioni. E poi c’è stata una drastica riduzione dell’essere sociale ad essere economico: le relazioni non contano, importante è produrre produrre produrre… Bisogna essere sempre competitivi.

Si lavora forse troppo?
In pratica non si smette mai. Si lavora continuamente perché gli strumenti tecnologici ci mantengono sempre in connessione. Anche durante la pausa pranzo il cellulare può ricondurci a impegni e attività. Non c’è più quel salutare “vuoto mentale” che serve per far nascere un nuovo desiderio al di là delle nostre quotidiane occupazioni. Per non parlare della spersonalizzazione della rete e dei social network. Si ha l’apparenza di una comunicazione, ma in realtà è solo scambio di informazioni. Queste aggregazioni virtuali sono molto effimere, in pratica sono solo somma di desideri individuali. E la logica imperante è una corsa a fare sempre di più, per avere più denaro e godere il più possibile. Bisogna invece riappropriarsi del tempo, come insegna anche il Piccolo Principe, disposto a farsi 40 km a piedi per cercare una fontana pur di non dissetarsi artificialmente da un venditore di pillole. Oggi infatti c’è la fretta di consumare. Tutto quello che esiste è qui. E tutto si esaurisce nell’istante del consumo, non c’è tempo, né passato, né futuro a cui guardare. Occorre pertanto riprendersi la propria umanità, la capacità di stupirsi di fronte al mondo, di incontrare davvero l’altro. Ma prevale la competizione senza nessun’etica. Una vera guerra…

Per questo è così diffusa la pratica delle raccomandazioni?
Sì, è talmente finita la fiducia reciproca che ormai si fa ricorso a ogni mezzo pur di arrivare. Il ricorso alla raccomandazione è diventato una liturgia. Per fortuna ci sono ancora tanti giovani che hanno la forza di ribellarsi e alla fine riescono a far valere i propri meriti.

Che spinta può venire dal Cristianesimo?
Il Vangelo esalta la dignità di coloro che lavorano. Gesù stesso era figlio di un falegname che non a caso la Chiesa ricorda il 1 maggio. Di fronte alla competizione, all'esasperata produttività, il messaggio cristiano è chiaramente di difesa della centralità dell’uomo. Il lavoro poi non è soltanto un fatto individuale, ma è il contributo che ciascuno è chiamato a dare per la vita di tutti. E non si può in nome degli utili di un’impresa calpestare i lavoratori: Cristo contrasta spesso la volontà di dominio, basta leggere le tentazioni nel deserto o il Discorso della montagna in cui esalta la fratellanza e i legami affettivi.

Quando ha scoperto la forza dirompente della fede?
A dir la verità la mia conversione è stata un po’ enfatizzata. Io non sono mai stato ateo. Ho sempre pensato che il rapporto col trascendente è connaturale all’essere umano. Oggi purtroppo la sinistra è molto laicista, ma io non son mai stato anticlericale. Dalla politica come esperienza di condivisione e di incontro sono stato spinto a comprendere la novità del cristianesimo. Ma è stata decisiva l’amicizia con un prete, Francesco Ventorino (con il quale ha scritto il libro L'ineludibile questione di Dio - Marietti). Posso dire per esempio che conoscendo un movimento come CL ho la sensazione di un popolo di giovani che sta insieme per qualcosa di grande. Altre associazioni laiche non hanno nessun senso di partecipazione affettiva. Se uno si incontra sul terreno del Vangelo, si incontra come persona e non come numero.

Nel suo ultimo libro Sapere affettivo (Diabasis) e in quello di prossima uscita Passaggio d’epoca (Marietti) insiste sulla disumanizzazione come mutamento antropologico odierno…
Il primato dell’economia distrugge le qualità tipiche dell’essere umano: disumanizza le relazioni tra le persone. Nel sistema comunista così come in un certo capitalismo la produzione conta più di qualsiasi altro valore e quindi anche dello stesso lavoratore. Prima ancora dei gulag, l’errore più grande del comunismo è stato quello di sottomettere la vita umana al valore dell’economia. Ma io oggi sono pienamente convinto che non di solo pane vive l’uomo. Siamo purtroppo tutti succubi di individualismo nella forma di un narcisismo da godimento, diffuso da una straordinaria offensiva dei media: sono un individuo perché me la godo, non perché amo o faccio altro. Per questo occorre un grande progetto educativo nelle scuole, per insegnare ai giovani il valore dell’essere umano che va oltre la sopravvivenza terrena. Ripartiamo dalle relazioni, esortiamo i giovani a non abbandonarsi alla solitudine, di fronte al dramma della disoccupazione sproniamoli a dar vita magari a cooperative. E indichiamo loro la strada dell’incontro reciproco in cui ognuno guarda in faccia l’altro e lo riconosce come Cristo.
 

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