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ALMANACCO

COSA FESTEGGIAMO IN QUESTO CAPODANNO?

01/01/2015

 

 

 

La festa di capodanno, e soprattutto l’ansia collettiva per questa festa, non può certo essere catalogata fra le espressioni di maturità di una civiltà e di una popolazione: inconsciamente, si festeggia in massa il tempo che passa, senza pensare che il tempo che passa, anno dopo anno, ci avvicina inesorabilmente a ciò che non può suscitare allegria, né collettiva né individuale.

Qualche sociologo alla moda potrebbe obiettare che è proprio un rito per esorcizzare la paura del tempo che vola via. Ma in realtà, noi che scriviamo, non crediamo quasi mai ai sociologi, mai a quelli alla moda, né crediamo che la gente che si autoimpone di dover essere felice una precisa notte dell’anno – qualsiasi sia il proprio stato d’animo in quel momento della propria vita – sia in grado di percepire realmente che è parte di un rito di esorcizzazione di massa… La cosa è molto più terra terra…

Infine, qualcuno potrebbe dire che in fondo si festeggia non il tempo e la vita che passano, e nemmeno riti di massa, ma solo la speranza che l’anno nuovo sia migliore del precedente.

La speranza. È ancora di casa la speranza nel mondo occidentale odierno? Nel mondo che fu cristiano e ora sputa odiosamente e sciattamente nel piatto dove è cresciuto e si è nutrito di speranza (e di ricchezza di fede, di onore, di carità, di bellezza, di cultura, di civiltà, di arte, di scienza e tecnologia, oltre che di ricchezza materiale così abbondante da potersi permettere il lusso di aver donato tutto ciò al resto dell’umanità) per diciassette secoli? C’è davvero da festeggiare e sparare i botti? O magari sono giunti i giorni in cui sarebbe necessario e intelligente fermarsi a riflettere seriamente su quello che sta accadendo a un’umanità impazzita e senza più freno alcuno?

Non si tratta di non andare a casa di amici che ci hanno invitato, o di non spendere cifre esorbitanti per cenoni esorbitanti o di non ballare (per chi gli va di ballare): ognuno fa quello che crede. Si tratta invece di non mentire a noi stessi e di iniziare a dirci apertamente, senza più infingimento alcuno, l’amarissima verità, che ogni giorno ci appare sempre più tragicamente evidente, senza mai fare un passo indietro. E, pertanto, festeggiare il 2015, in queste condizioni, è qualcosa che sfugge a tutte le spiegazioni logiche e meno logiche, perché si festeggia la fine del nostro mondo. E questa sì che è una fine collettiva.

· Si continua a vivere come se non fosse vero che ai nostri bambini nelle scuole materne o elementari stanno iniziando a imporre il gender, ovvero la omosessualizzazione e perversione imposta dallo Stato per ottenere la distruzione legalizzata, anzi statalizzata e (hegelianamente) eticamente imposta, non di ciò che è cristiano, ma di ciò che è naturale, ovvero della famiglia, del ruolo del padre e della madre, della retta sessualità naturale, del senso pudore e quindi del senso stesso del Bene e del male, di ciò che è normale e di ciò che non lo è.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che i nostri bambini vengono ogni giorno sempre più affidati a coppie omosessuali.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che viene loro insegnato nella più tenerissima età la masturbazione personale e di gruppo, e dove? Nella scuola, ovvero dove si dovrebbe insegnare l’educazione e la civiltà.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che chi protesta rischia la galera (specie se passa la legge Scalfarotto), e che ciò già avviene in altri Paesi europei.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che l’eutanasia di Stato è già realtà, e non solo per i malati anziani, ma anche per i bambini (come in Belgio e Olanda), e che ciò significa che lo Stato non solo ci toglie il diritto alla vita già da quando siamo nel ventre della madre, ma ora anche una volta che ne siamo usciti: lo Stato è divenuto padrone della nostra vita e delle nostre famiglie e pratica la più infame eugenetica.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che quello stesso Stato che difende all’inverosimile gli assassini, gli stragisti, gli stupratori, i violenti, i delinquenti di ogni risma, condanna a morte bambini ancora non nati o nati non “perfetti” o anziani ormai “inutili”; o anche adulti giovani in coma che non possono difendersi (qualcuno ricorda Eluana Englaro e chi l’ha condannata a morte?).

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che l’Italia è sotto invasione straniera, quotidiana, mentre in Africa e in Medio Oriente avanza l’islamismo terrorista e stragista, con migliaia di fratelli della fede scannati con modalità orribili.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che la Repubblica Italiana, concepita serva dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale e nata e cresciuta serva di stranieri per decenni, ha oggi perduto anche la sola sembianza di autonomia e indipendenza a favore di poteri occulti finanziari che la massacrano ogni giorno con tasse e provvedimenti burocratici imposti miranti a distruggere l’intera economia nazionale e soprattutto tutto ciò che di bello il popolo italiano aveva costruito con il proprio lavoro e ingegno.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che la scomparsa della moneta nazionale, della propria Banca centrale e l’imposizione di una moneta artificiale e straniera ha reso gli italiani poveri quando non miserabili, creando di fatto il peggior impoverimento generale del nostro popolo dai tempi dell’unificazione e tutto questo con la complicità dei nostri politici seri e moderati.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che gli italiani vengono ogni giorno aggrediti, spesso uccisi, da stranieri e se reagiscono si vedono mettere in prigione, mentre gli stranieri hanno sempre più tutele non solo giuridiche, ma anche economiche, a danno dei medesimi italiani, subissati di tasse fino a vedersi spesso distruggere il proprio lavoro, la propria famiglia, la propria dignità.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che la Repubblica fondata sul lavoro ha il più alto tasso di disoccupazione di tutto il mondo occidentale, e uno fra i più alti del mondo in assoluto e che la gioventù italiana ha perduto non solo la gioia di vivere e di progettare, ma finanche la speranza di vivere una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che tutto è “in crisi”: la famiglia, la scuola, l’università, l’amministrazione pubblica, l’economia, la cultura, l’arte, la letteratura, la libera intrapresa, l’intera società.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che ci stiamo dimenticando, giorno dopo giorno, quanto era diversa e migliore, e più bella, l’Italia del passato, quando era abitata solo da italiani accoglienti e qualche straniero educato e lavoratore; quanto era meno povera l’Italia che produceva in proprio ed esportava i propri beni senza dover essere schiava di potentati stranieri; quanto era invidiata l’Italia fedele alle proprie radici religiose, culturali, civili.

 

· Si continua a vivere come se non fosse vero che ogni giorno il cristianesimo viene sradicato dalla vita pubblica e anche privata degli italiani come se fosse una peste, naturalmente con il pretesto di non dover offendere gli immigrati di altre religioni; come se non fosse vero che la religione degli italiani viene anche vilipesa e offesa in ogni maniera, anche la più sconcia, senza che nessuno reagisca.

A questo, e a molto altro che si potrebbe elencare, poi si aggiunge ciò che sta accadendo, ormai da decenni, nella Chiesa, un tempo la barca della certezza nei marosi della vita e della storia, oggi ormai una barca che sembra affondare negli abissi dell’adesione sconsiderata e ingenua al mondo che precipita nel tradimento verso Dio e verso il Bene.

Solo questo ultimo aspetto di follia degenerativa meriterebbe interi libri di approfondimento, fra teologi gnostici e seminari eretici, fra ordini religiosi disertati e chiese svuotate, fra suore che cantano e sacerdoti che ballano, fra liturgie blasfeme e un clero la cui unica preoccupazione è piacere al mondo, fra scandali obbrobriosi e preti maestri d’iniquità e corruzione, fra ricchezze immonde e tradimenti di ogni genere verso Dio e la sana dottrina di sempre.

Il vero problema, oggi, il problema chiave che permette questa immensa rovina collettiva (una rovina ovviamente premeditata, voluta e perseguita per secoli, che, generazione dopo generazione, sta oggi raggiungendo i suoi estremi dissolutori), nella Chiesa come nella società, è la mancata reazione dei buoni, di tutti coloro che (pur non essendo pochi, anzi) capiscono e soffrono ma non per questo reagiscono adeguatamente, per le più svariate ragioni. Il vero problema, in fondo, è l’abitudine.

La capacità di adattamento è la salvezza e la dannazione dell’uomo al contempo. Infatti, l’uomo – entro i limiti del possibile – cerca di adattarsi a tutto, e così riesce a sopravvivere (basti pensare ai poli, al deserto, in prigione, o magari in situazione di estremo dolore personale, ecc.) e questo è un bene. Ma la capacità di adattamento ha il risvolto della medaglia e può divenire un micidiale veleno che uccide l’anima: questo avviene quando l’uomo, per sopravvivere o magari solo per non voler subire danni e invece voler avere vantaggi e guadagni (di qualsiasi natura) accetta tutto, magari gradualmente, passo dopo passo nel tempo, magari dicendo a se stesso e agli altri che accetta questo passo per non cedere poi a quello successivo; precipitando così nell’accettazione di cose che solo poco tempo prima erano del tutto impensabili. E in questo modo il male avanza, inesorabilmente, e magari, solo per fare un esempio classico e incontrovertibile, si inizia a parlare di “dialogo fra le generazioni” e si arriva alla rivolta giovanile, si inizia a parlare di uomini padroni e si arriva al divorzio, si inizia a parlare di diritti delle donne e si arriva all’aborto legale, ovvero all’uccisione dell’innocente per antonomasia mentre si aborrisce la pena di morte anche per i più feroci assassini, si inizia a parlare di amore libero e si arriva all’imposizione dell’omosessualismo di massa, e quindi ai bambini affidati agli omosessuali (come se i bambini non avessero diritto ad avere un padre e una madre), e quindi alla promozione del pedofilismo “pacifico”, dell’incesto, della bestialità, del “poliamore”, del gender, e dell’inferno in cui stiamo tutti precipitando. E tutto questo solo in pochi decenni, tutto questo (che farebbe inorridire e impazzire non un uomo medievale ma già i nostri nonni) avviene sempre perché i buoni non reagiscono, si adeguano, si abituano, appunto. E i “cattivi”… lo sanno bene: è la loro forza, la loro arma vincente.

Forse, tra un botto e una grande abboffata, sarebbe il caso di iniziare a porsi la domanda: cosa sto festeggiando in questo capodanno del 2015? Cento anni fa, mio nonno, il mio bisnonno, forse trisnonno, era al fronte a combattere una guerra sbagliata solo per senso del dovere. Io invece per cosa sto combattendo? Non ho forse davanti a me un nemico infinitamente più feroce e infame, infernale e spietato, di quello che aveva mio nonno (e lo stesso potrebbero dire gli austriaci, ovviamente)? Cento anni fa gli italiani morivano a centinaia di migliaia per qualche chilometro di terra (che in buona parte neanche spettava loro): e noi, cosa stiamo facendo per i nostri figli e nipoti, che sono sotto attacco dell’inferno?

Ci abituiamo all’inferno. Ecco cosa facciamo. Anzi, critichiamo pure chi si oppone a tutto questo, magari tacciandolo di essere pessimista, o esagerato, o fanatico. Ma, mentre facciamo questo, ci dimentichiamo di cosa altri stanno preparando ai nostri figli (ai nostri figli, non a quelli degli altri: gli altri oggi siamo noi) che un giorno potrebbero puntarci il dito accusandoci di alto tradimento, tradimento verso di loro, verso la civiltà, verso il Bene, verso l’ordine del creato, verso Dio. E nella Grande Guerra, come in ogni guerra, i traditori e disertori venivano fucilati e impiccati, e additati al pubblico ludibrio.

Sappiamo che sono parole dure, ma duri, durissimi, sono i tempi che stiamo vivendo, i giorni di una guerra talmente atroce da essere più atroce di tutte le guerre di tutti i tempi messe insieme, perché è lo scontro epocale delle forze dell’inferno con i loro immensi eserciti (fatti di finanzieri quasi onnipotenti, politici burattini e traditori, giornalisti senza ritegno, forse oscure e settarie, giudici venduti, docenti e intellettuali prezzolati, e l’immenso numero degli ignavi già morti nelle loro anime) e le esigue ma indomite forze del Bene, di coloro che, non possedendo nulla se non la loro fede, il loro senso dell’ordine e dell’onore, la loro rabbia immensa contro l’ingiustizia, il loro amore per la civiltà e i più deboli, si affidano pienamente, pronti a pagare ogni prezzo, ogni giorno della loro vita, alla Divina Provvidenza e alla sua forse ritardataria ma certissimamente presente giustizia, una giustizia che arriva infallibilmente al momento della morte di ognuno di noi, ma che di tanto in tanto colpisce anche già su questa terra. E in questo abbandono lavorano ogni giorno al servizio di Colei che Dio stesso ha scelto come meraviglioso, purissimo e invincibile strumento di guerra contro tutti gli sgherri dell’inferno e che ci ha inviato, quasi cento anni fa, a donarci, tramite tre bambini innocenti, la più grande promessa della storia (dopo la Redenzione stessa): “Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà”.

Forse c’è una cosa da festeggiare in questo capodanno del 2015, specie per chi ha la grazia di essere cattolico e di capire cosa sta avvenendo nel mondo: un altro anno è passato, un altro anno ci avvicina a un meraviglioso centenario, un altro anno ci avvicina alla resa dei conti; che non sappiamo quando avverrà, ma che avverrà!

Mentre si brinda, chi brinda, brindi anche con questa promessa nel cuore (e chi non brinda preghi con tutto il proprio cuore): quella di non abituarsi mai a tutto questo e di combatterlo, come può, ogni giorno di questo 2015 e del tempo futuro della sua vita, secondo i disegni che Dio ha su di lui.

Chi scrive, ha preso indegnissimamente questo impegno e si offre, come può, a tutti coloro che vorranno fare altrettanto nella lotta comune della Grande Guerra dei nostri giorni, la guerra della civiltà.

 

 

Corrado Gnerre e Massimo Viglione

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