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SOMMO PONTEFICE

Cosa avrebbe detto Paolo VI al Sinodo: le severissime parole di Cristo non possono essere annullate, nč addolcite

19/10/2014

Cosa avrebbe detto Paolo VI al Sinodo: le severissime parole di Cristo non possono essere annullate, nè addolcite
È necessario, a questo riguardo, che noi ricordiamo le solenni parole del Vangelo a difesa della fedeltà coniugale: «Io vi dico - è Cristo che parla! - che chiunque lascia la propria moglie..., e ne sposa un'altra, commette adulterio, e chi si unisce con donna ripudiata, diventa adultero» (cfr Mt. 5, 32). La legge divina, interprete e fondatrice delle più profonde esigenze umane, è, su questo punto, severissima. «Nostro Signor Gesù Cristo - scrive Papa Pio XI - non volle solamente proibire qualsiasi forma, sia successiva, sia simultanea, come dicono, di poligamia e di poliandria, o qualsiasi altra azione esterna disonesta; ma di più ancora, perché si custodisse il santuario sacro della famiglia, proibì gli stessi pensieri volontari e desideri su tali cose: "Ma lo vi dico che chiunque guarda una donna con desiderio impuro ha già commesso in cuor suo adulterio con essa". E queste parole di Cristo non possono essere annullate, neppure per consenso del coniuge, poiché esse rappresentano la legge stessa di Dio e della natura, che nessuna volontà umana può distruggere o modificare» (Casti Conn. n. 9). È un linguaggio che diventa strano e insolito per l'orecchio moderno, avvezzo alla casistica, sempre più varia e più ricca, della dissolutezza coniugale, e alle espressioni che ne ammorbidiscono con cortesi ipocrisie l'ignobile crudezza. Ma è il linguaggio, che noi cristiani non possiamo sostituire: adultero dovremo chiamare chiunque infrange il vincolo che il matrimonio ha reso intangibile e sacro. Avremo delicatezza, compassione, comprensione per i deboli, che la passione e l'interesse trascinano fuori della via solare d'uno dei pili sacrosanti doveri; ma non ammetteremo che il rilassato costume cambi per noi il giudizio su questo delitto, stemperi il linguaggio che lo definisce, e pieghi a comoda rassegnazione le nostre abitudini sociali. (Si veda S. Ambrogio, in Lucam, VIII, 2-9).

Viene poi il grande argomento del divorzio. Se ne parla molto e vogliamo credere che tutti abbiano l'idea chiara su questo palliativo giuridico, contrario alla legge di Dio. Non per nulla la Chiesa vi si oppone con inflessibile energia: essa è la custode più gelosa della vita, dell'amore, dell'onestà; essa è la difesa più tenace del bene sociale che deriva dall'indissolubilità della famiglia; essa la tutrice più fiera e più tenera dei figli innocenti, che il divorzio priva di genitori fedeli e responsabili. Non ne possiamo qui parlare distesamente; ma raccomandiamo a tutti: sacerdoti, giuristi, scrittori, insegnanti, e specialmente ai genitori di vigilare su la non mai sopita campagna in favore del divorzio, ricordando la circostanza, che fa onore all'Italia e che ne tutela uno dei beni migliori, e cioè la non esistenza del divorzio nella legislazione civile, e non dimenticando che ogni infrazione, foss'anche col così detto «piccolo divorzio», alla stabilità della famiglia non sarebbe rimedio ai mali, che si vorrebbero togliere con tale legalizzazione dell'infedeltà coniugale, essa li aumenterebbe enormemente. La previsione del divorzio possibile ne favorisce le cause. «La consapevolezza della indissolubilità del matrimonio aiuta (i coniugi) a contenersi nei limiti dai quali deriva una relativa felicità, mentre la visione della possibilità dello scioglimento del matrimonio serve fatalmente ad aumentare, esasperandole, le circostanze che rendono infelice la vita coniugale».

Paolo VI, lettera pastorale per la quaresima del 1960 «Per la famiglia cristiana»


da «Oblatio rationabilis» ripreso dal Timone

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