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Home page » Notizie » CHE COS'E' IL NATALE? SPUNTI DI RIFLESSIONE DI BENEDETTO XVI

EDITORIALI

CHE COS'E' IL NATALE? SPUNTI DI RIFLESSIONE DI BENEDETTO XVI

24/12/2016

Che cos'è il Natale? Spunti di riflessione di Benedetto XVI


di Alfredo Incollingo da "Campari&DeMaistre"

 

 

"Il Signore mi ha detto: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato". Con queste parole del Salmo secondo [...] celebriamo la nascita del nostro Redentore Gesù Cristo nella stalla di Betlemme. Una volta, questo Salmo apparteneva al rituale dell'incoronazione dei re di Giuda. Il popolo d'Israele, a causa della sua elezione, si sentiva in modo particolare figlio di Dio, adottato da Dio. Siccome il re era la personificazione di quel popolo, la sua intronizzazione era vissuta come un atto solenne di adozione da parte di Dio, nel quale il re veniva, in qualche modo, coinvolto nel mistero stesso di Dio. Nella notte di Betlemme queste parole, che erano di fatto più l'espressione di una speranza che una realtà presente, hanno assunto un senso nuovo ed inaspettato. Il Bimbo nel presepe è davvero il Figlio di Dio. Dio non è solitudine perenne, ma, un circolo d'amore nel reciproco darsi e ridonarsi, Egli è Padre, Figlio e Spirito Santo.”

Così si esprimeva Benedetto XVI nella sua prima omelia da papa il 24 dicembre 2005. Nessuno, probabilmente, è stato più chiaro di lui nel parlarci del Natale. La nascita di Gesù è stata una rivoluzione nel segno dell'amore che ha cambiato la storia. Nessun Dio aveva osato tanto: scendere dal Suo trono e camminare tra le Sue creature per salvarle dal male. Si è fatto uomo, materia, con l'incarnazione nel seno della Vergine Maria, per poi accettare il sacrificio che avrebbe liberato l'umanità, troppo spesso ingrata e irriconoscente del Suo dono.
Eravamo abituati agli antichi dei greci, volubili, viziosi e indifferenti alle cose umane, che entravano nel nostro mondo solo per assecondare i loro intrighi e la loro libido. Non c'era speranza né carità e l'uomo era in balia del fato, immerso in una visione tragica della vita. Per gli ebrei YHWH era una divinità impenetrabile, trascendente e regale: il verso salmodico citato da Benedetto XVI ("Il Signore mi ha detto: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato") giustificava il carattere teocratico del Re d'Israele, perché si percepiva solo la maestà divina. A Betlemme accadde la rivoluzione: il Dio d'Amore, che esprime nella Trinità questo moto continuo che si espande verso i Suoi figli, si fece uomo, nascendo in una stalla da Maria, Vergine e Immacolata, e accudito da un padre premuroso, Giuseppe. Sempre Benedetto XVI affermava che
“L'eterno oggi di Dio è disceso nell'oggi effimero del mondo e trascina il nostro oggi passeggero nell'oggi perenne di Dio. Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per nostro tramite”. (Benedetto XVI – Omelia 24 dicembre 2005)

Dio non è solo potenza e regalità, ma è anche carità: la Sua gloria si manifesta nell'amore che Lui ha dimostrato nel donarsi senza riserve alle creature. Quel Bambino nella mangiatoia a Betlemme ha suscitato la fede negli umili, i pastori, e nei sapienti, i Magi, che hanno saputo riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il Messia. Il cristianesimo è un faro nella notte buia e la sua luce illumina e avvolge gli esseri umani. Il volto luminoso di Gesù ristora l'anima e suscita la fede e la carità. Benedetto XVI:

“In quel Bimbo giacente nella stalla, Dio mostra la sua gloria - la gloria dell'amore, che dà in dono se stesso e che si priva di ogni grandezza per condurci sulla via dell'amore. La luce di Betlemme non si è mai più spenta. Lungo tutti i secoli ha toccato uomini e donne, "li ha avvolti di luce". Dove è spuntata la fede in quel Bambino, lì è sbocciata anche la carità - la bontà verso gli altri, l'attenzione premurosa per i deboli ed i sofferenti, la grazia del perdono.” (Benedetto XVI – Omelia 24 dicembre 2005)

Come facciamo a riconoscere Gesù in quel bambino? Nel Vangelo secondo Luca gli Angeli annunciano ai pastori:

“Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia.” (Lc 2,11s)

I pastori riconoscono per primi Gesù perché è un bambino in fasce, nato in una stalla e deposto in una mangiatoia. La Sua semplicità è la prova che Lui è il Figlio di Dio. Nell'omelia del 24 dicembre del 2006 Benedetto XVI affermò che

“Il segno di Dio è la semplicità. Il segno di Dio è il bambino. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È questo il suo modo di regnare. Egli non viene con potenza e grandiosità esterne. Egli viene come bambino – inerme e bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della sua grandezza. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa bambino.”

Dio si fa piccolo per rivelarsi agli umili, per farsi comprendere dalle Sue creature e per essere amato come un bambino che necessità di cure e di amore. Ci chiede di amarlo, come Lui ci ha amati al punto tale da rinunciare alla sua potenza. Questa è la carità e la impareremo solo contemplando e avendo fede in Gesù Bambino.

“Il Figlio stesso è la Parola, il Logos; la Parola eterna si è fatta piccola – così piccola da entrare in una mangiatoia. Si è fatta bambino, affinché la Parola diventi per noi afferrabile. Così Dio ci insegna ad amare i piccoli.” (Benedetto XVI - Omelia 24 dicembre 2006)

Amando il Bambino di Betlemme impareremo ad amare con la stessa innocenza e umiltà dei bambini. Negli ultimi riconosciamo il medesimo bisogno d'aiuto e di cura di Gesù nella mangiatoia.

“Così Dio ci insegna ad amare i piccoli. Ci insegna così ad amare i deboli.” (Benedetto XVI - Omelia 24 dicembre 2006)

Il Natale è un dono, il migliore che Dio ci abbia potuto fare, perché ci ha insegnato cosa sia la carità, la speranza e la fede.

“Dio non è solitudine perenne, ma, un circolo d'amore nel reciproco darsi e ridonarsi, Egli è Padre, Figlio e Spirito Santo” (Benedetto XVI – Omelia 24 dicembre 2005)

L'uomo non è più solo e non teme più il mondo e la propria vita; Dio non è più inaccessibile e volitivo. Il Creatore adesso si abbassa a guardare le Sue creature e anche noi Lo possiamo contemplare, alzando il nostro sguardo al Cielo o trovandoLo negli occhi dei fratelli più bisognosi, come Lui stesso ci ha insegnato.

“Nella notte di Betlemme, essa ha acquistato un significato completamente nuovo. Il chinarsi di Dio ha assunto un realismo inaudito e prima inimmaginabile. Egli si china – viene, proprio Lui, come bimbo giù fin nella miseria della stalla, simbolo di ogni necessità e stato di abbandono degli uomini. Dio scende realmente. Diventa un bambino e si mette nella condizione di dipendenza totale che è propria di un essere umano appena nato. Il Creatore che tutto tiene nelle sue mani, dal quale noi tutti dipendiamo, si fa piccolo e bisognoso dell’amore umano. Dio è nella stalla.” (Benedetto XVI – Omelia del 24 dicembre 2007)

La discesa del Signore nel nostro mondo ci ha liberati dalla paura della notte, quando le tenebre avvolgono la natura e soprattutto il cuore degli uomini, ci ha insegnato a identificare il male e combatterlo con il Suo aiuto. Anche quando abbiamo la sensazione di essere da soli in questa lotta, Lui è sempre al nostro fianco per la vittoria definitiva. Il Vangelo ha liberato l'uomo dalla sua visione naturalista, che lo vuole come una parte del cosmo, impedendogli di comprendere la sua unicità. Lo ha posto in un ordine metafisico che gli da ragione e che lo indirizza alla salvezza. Il Natale è l'annuncio del nuovo patto d'alleanza tra Dio e le Sue creature, come era stato profetizzato. Adesso l'uomo può sperare di salvarsi dal peccato, che aveva già percepito senza però trovarvi (ancora) un rimedio efficacie.
Così afferma a riguardo Benedetto XVI in Natale da Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l'uomo:

“Il mondo in cui sorse la festa di Natale era dominato da un sentimento che è molto simile al nostro. Si trattava di un mondo in cui il ‘crepuscolo degli dèi’ non era uno slogan, ma un fatto reale. Gli antichi dei erano a un tratto divenuti irreali: non esistevano più, la gente non riusciva più a credere ciò che per generazioni aveva dato senso e stabilità alla vita. Ma l'uomo non può vivere senza senso, ne ha bisogno come del pane quotidiano.”

Gli antichi dei, che si identificavano con i cicli naturali del mondo fisico, erano soggetti costantemente a fasi di morte e di rinascita, adattandosi per esempio al corso degli astri. Ogni volta che una stella smetteva di brillare l'uomo era preso dall'angoscia perché non avrebbe mai saputo se quel dio sarebbe ritornato. Ciò avrebbe comportato la perdita di un senso nella propria esistenza. L'uomo romano iniziò nell'era antica a dubitare di queste tradizioni religiose e cercò una stabilità spirituale in altri culti e in altre dottrine. Fu così che, secondo Benedetto XVI, il culto del Sol Invictus fece capolino nella storia occidentale dall'oriente.

“Una corrente abbastanza diffusa gli offriva come alternativa il culto della ‘luce invitta’, del sole, che giorno dopo giorno percorre il suo corso sopra la terra, sicuro della vittoria e forte, quasi come un dio visibile di questo mondo. Il 25 dicembre, al centro com'è dei giorni del solstizio invernale, doveva essere commemorato come il giorno natale, ricorrente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti, garanzia radiosa che, in tutti i tramonti delle luci caduche, la luce e la speranza del mondo non vengono meno e da tutti i tramonti si diparte una strada che conduce a un nuovo inizio. […] Il sapere che ogni anno ritornava il solstizio d'inverno garantiva in fondo la certezza della rinnovata vittoria del sole, del suo sicuro e perpetuo ritorno. È la festa in cui si compendia la speranza, anzi, la certezza dell'indistruttibilità delle luci di questo mondo. Quest'epoca, nella quale alcuni imperatori romani avevano cercato di dare ai loro sudditi, in mezzo all'inarrestabile caduta delle antiche divinità, una fede nuova con il culto del sole invitto, coincide col tempo in cui la fede cristiana tese la sua mano all'uomo greco-romano.”

Speranza: anche gli uomini dell'antichità la cercavano e con essa un senso alle loro vite. La cercavano nella natura e vi trovarono l'effimero. Credettero di trovarla nell'astro più luminoso e perenne del cosmo, il Sole, come ben spiega il Papa Emerito.
Perché alla fine Cristo ha trionfato? I cristiani dell'era romana sapevano che il relativismo, il nichilismo e tutti i mali che possiamo riassumere in peccato hanno la propria radice nell'uomo e nella volontà di allontanarsi da Dio. Nulla di umano ha a che fare spiritualmente con gli astri: il Sole e le altre stelle sono creature anche loro. L'uomo del passato temeva le tenebre perché vi trovava riflesse quelle interiori che lo tormentavano; sperava quindi nella luce per ritrovare la giusta serenità. I cristiani insegnarono ai fedeli del culto del Sol Invictus che l'unica luce capace di scacciare il buio interiore era quella di Dio. Per questo fecero propria la festa del 25 dicembre per celebrarvi il giorno della nascita della Luce imperitura del Signore.

“Nella stalla di Betlemme ci è offerto il segno che ci fa rispondere lieti: sì. Infatti, questo bambino - il Figlio unigenito di Dio - è posto come segno e garanzia che, nella storia del mondo, l'ultima parola spetta a Dio, a lui che è la verità e l'amore. Questo è il senso vero del Natale: è il «giorno in cui nasce la luce invitta», il solstizio d'inverno della storia mondiale. In mezzo all'altalena di questa storia ci è data la certezza che la luce non morirà, ma tiene già nelle sue mani la vittoria finale.”

Il Magistero di Benedetto XVI è stato molto attento a definire nell'età contemporanea il significato del Natale, comprendendo per primo la perdita di senso di questa ricorrenza. Il Papa Emerito ha effettuato un lavoro di ri-significazione, ovvero ha ridato senso ad un episodio evangelico che era stato trasformato in un concetto di fraternità di gnostica memoria. Onde evitare di cadere nelle trappole di chi parla di festa della solidarietà è bene leggersi l'opera di Benedetto XVI sul Natale partendo dagli spunti offerti da questo articolo. Il materiale è molto e sarebbe stato complesso riportare l'intero lavoro di ri-significazione del Papa Emerito. Il lettore potrà quindi intraprendere questo percorso d'approfondimento senza conoscere tutti gli articoli e i testi benedettini sul Natale, vivendolo come una vera e propria ricerca intellettuale e spirituale.

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