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SCAUTISMO

Gay

07/05/2012

La relazione dell'Assistente Nazionale dell'AGESCI, p. Francesco Compagnoni, ha finalmente messo i puntini sulle "ì" e non poteva essere diversamente. Nello Scoutismo si educa per modelli: un Capo Scout non può essere gay (o una Capo lesbo) perchè non può educare che secondo natura e secondo lo stile di vita del movimento "inventato" da Baden-Powell, lo Scoutismo, appunto; altrimenti è un'altra cosa e non si tratta solo dello Scoutismo di impronta cattolica. Discorso diverso per un giovane, o una giovane, in fase educativa che dimostrasse un orientamento omosessuale; i Capi dovranno parlarne con i Genitori che sono i titolari dell'educazione dei figli e concordare soluzioni che siano coerenti con i principi dell'associazione alla quale li hanno liberamente iscritti. Anche la reazione del mondo gay non poteva essere diversa. Quando Patanè parla di cultura del rispetto non si rende conto che il rispetto è sempre a senso unico, il suo; la signora Madaschi si sente disgustata perchè l'AGESCI fino ad allora era rispettata e ripettabile, come se la maggiore associazione scout cattolica avesse potuto avere nel passato una diversa impostazione; tutto il rispetto per il figlio gay che, comunque, non potrà diventare un educatore. Risibile il commento di Grillini (ma non è l'unico): non si capisce bene a quale Concilio si riferisca (il gay pride, almeno fino ad ora, non è un Concilio), senza necessariamente scomodare il Tridentino, ma nemmeno il Vaticano II; come al solito riferirsi al "Concilio" va sempre bene per tutto ed il contrario di tutto; non sarebbe l'ora di dare almeno una scorsa rapida ai documenti del Concilio chiamato in causa?

"Capi gay agli scout? È meglio di no..." Dibattito tra cattolici
L’assistente ecclesiastico nazionale del movimento: "Diseducativo mostrare ai giovani tendenze omosessuali". E scoppia il dibattito nel mondo cattolico
di Diana Alfieri - 05 maggio 2012, da "Il Giornale"
A volte ci si spinge un po’ in là, nelle gite, nelle escursioni, nelle serate a base di pizza e chitarra. Sì, diciamolo, a volte il sesso bussa alle porte degli scout. 
È normale, fisiologico. Meglio, educativo. Ma quando il sesso non è etero? E, soprattutto, quando il non-etero è un capo, un leader con qualche anno e qualche esperienza in più? Il mondo cattolico vede da sempre negli scout un territorio sicuro e accogliente. Però sotto sotto il dubbio agita chissà quanti genitori, chissà quanti fratelli, chissà quanti nonni.
E il dubbio, il sospetto, il timore, ieri sono esplosi.
«Le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore (quindi per noi i capi che hanno una tendenza omosessuale profondamente radicata o forse predominante) costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo. Il capo è il modello per i suoi ragazzi e sappiamo che gran parte dell’effetto educativo, dipende dalla esemplarità anche inconscia che proviene dall’adulto». È padre Francesco Compagnoni a parlare, in un passaggio della sua relazione al seminario «Omosessualità, nodi da sciogliere nelle comunità capi», promosso dall’Agesci, associazione degli scout cattolici, che si è svolto alcuni mesi fa ma di cui in questi giorni sono stati pubblicati sul sito della stessa Agesci.
Dove si legge: l’Agesci «ha ragione di interrogarsi intorno a questo aspetto che è indubbiamente un problema serio. Il capo trasmette dei modelli e i capi che praticano l’omosessualità, o che la presentano come una possibilità positiva dell’orientamento sessuale, costituiscono un problema educativo». Allargando poi il discorso, padre Compagnoni osserva che «nel quadro dell’educazione con metodo scout è necessario affrontare il problema della sessualità con i ragazzi e con le ragazze, ma ciò non deve essere fatto solo da un capo omosessuale e inoltre deve essere chiaramente sottolineato che non tutte le posizioni al riguardo hanno la stessa dignità morale. Questo è un punto importante nella nostra società che è per definizione “tollerante”. Ma la tolleranza non vuol dire che tutti i comportamenti abbiano uguale dignità umana e abbiano lo stesso valore morale». Infine, padre Compagnoni affronta il tema del «che fare» quando emergano casi di omosessualità tra i giovani scout. «Secondo me - afferma - bisognerebbe parlare con i genitori e invitare un esperto con cui consigliarsi. In linea generale uno psicologo dell’età evolutiva o ancora meglio un pedagogista. Non si può semplicemente evitare il problema non affrontandolo». Come ha confermato lo psicologo Contardo Seghi, presente al seminario: «Un capo di questo tipo, affetto da protagonismo, se omosessuale, può sentire di dover passare attraverso l’espressione pubblica del suo orientamento sessuale. Questa situazione può non essere opportuna in riferimento al percorso di crescita dei ragazzi».
Immediato lo sdegno da parte di Arcigay e dei promotori del Pride nazionale che si sono lanciati all’attacco dell’Agesci: Un «approccio parziale e inevitabilmente ideologico», una «fiera del pregiudizio antigay». «La natura, l’identità e la dignità delle persone viene piegata da Agesci a un approccio parziale e inevitabilmente ideologico - afferma il presidente di Arcigay, Paolo Patanè - che a mio avviso intacca profondamente quella stessa cultura del rispetto». Ancor più netta Flavia Madaschi, del comitato organizzatore del Gay pride nazionale in programma il 9 giugno a Bologna: «Come mamma di un ragazzo gay, mi sento disgustata.Si stringe il cuore al pensiero che anche dentro un’associazione rispettata come l’Agesci possa trovare spazio tanta pochezza d’animo». Anche Franco Grillini commenta con amarezza quanto emerso: «Sembra essere tornati a posizioni preconciliari».

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