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ATTUALITA'

A TAVOLA CON VITTORIO MESSORI da

26/03/2011

La guerra alla Libia e la "coalizione dei volenterosi" Il governo mondiale? Un incubo... Sul tabaccaio milanese che uccise un rapinatore e ora è stato assolto: quando l'opinione pubblica non corrisponde a quella pubblicata Qualche appunto a un grande cantante diventato telepredicatore televisivo

26-03-2011


di Vittorio Messori e Andrea Tornielli

Caro Vittorio, una settimana fa, nel giro di appena quarantott'ore, ci siamo trovati in guerra contro la Libia. Personalmente, trovo ipocrita chiamare ciò che sta avvenendo un’operazione dell’Onu, senza voler pronunciare la parola «guerra». D’accordo che l’azione militare, fortemente voluta dalla Francia che ha affrettato i tempi, dice di avere una motivazione umanitaria, quella di impedire i massacri di civili da parte di Gheddafi. Ma si tratta di una guerra vera e propria. Una guerra dalle conseguenze incalcolabili – e non ben calcolate, a mio avviso – soprattutto per l’Italia. Tu che cosa ne pensi?

Andrea, è fin troppo facile, ahimè, risponderti. Già molti lo hanno notato: a dominare è il solito groviglio di ipocrisie e contraddizioni che caratterizza l’ideologia e la politica post-moderne. Dietro alle motivazioni umanitarie ci sono, ovviamente, interessi economici, ambizioni politiche, basti pensare a quelle della Francia che sin dal 1830 (conquista dell’Algeria) considera “suo” il Nord Africa e non si è rassegnata all’indipendenza di quei Paesi. La Libia fu italiana ma, pensano i “galli” , deve diventare anch’essa francophone… Ti dicevo che è fin troppo scontato denunciare questa situazione. Vorrei, allora, provare ad andare un po’ più a fondo, perché, vedi, il problema è a monte, nell’idea stessa di «guerra umanitaria», un ossimoro, una contraddizione in termini. Di per sé un vero monstrum giuridico inedito, partorito dalla ipocrisia odierna. Pensa quanto è stato “umanitario” il calvario, per giunta niente affatto concluso, degli iracheni finiti nel tritacarne dell’Impero del Bene, quello che vuole imporre la sua democrazia, che la gente lo voglia o no. E se non lo vuole, bombardamenti a tappeto, per settimana intere, giorno e notte. Ma che la guerra torni a essere guerra, e la pace pace! E piantiamola con gli eufemismi e le giravolte verbali! Tra l’altro, nota che nessuno proporrà mai di bombardare la Cina per ciò che fa sui tibetani o per ciò che ha fatto agli studenti in piazza Tienanmen. Nessuno proporrà mai di bombardare New Delhi per i massacri nel Kashmir. Chi oserebbe fare a indiani e cinesi ciò che stanno facendo alla Libia e che è stato fatto alla Serbia poco più di dieci anni fa? Nessuno, ovviamente: India e Cina hanno la bomba atomica. Quel campione di cinismo travestito da giustizia che è il tribunale internazionale dell’Aja è la Norimberga dei poveri, dove finiscono colonnelli serbi, e dove al massimo finirà – se ci finirà – qualche militare sudanese. Mai ci sono finiti e mai ci finiranno gli esponenti dei Paesi che contano o che hanno amici che contano. Sai, per fare un altro esempio, che nessun Paese come Israele ha collezionato tante condanne solenni e dure reprimende da parte dell’Onu. La quale è riverita e obbedita: ma solo nei casi in cui fa comodo ed è agevole sbarazzarsi dei “condannati”… Anche perché, oltre il geloso ombrello degli Usa, anche Israele ha gli arsenali colmi di atomiche. Chi oserebbe mai dire nulla?

Vorrei un tuo commento sul nome scelto dai combattenti occidentali anti-Gheddafi. «Coalizione dei volenterosi»...

I «volenterosi» mi richiamano alla memoria i boy-scout. Mi fanno venire in mente il bravo ragazzo che vuole aiutare la vecchietta ad attraversare la strada anche se la povera donna non ne ha alcuna intenzione. Insomma, è un nome che richiama i buoni sentimenti e che non riesco a vedere associato alla gragnuola di bombe e missili che si abbatte sulle città libiche. Erano “volenterosi” anche coloro (pure gli italiani, ahinoi, e con la benedizione di D’Alema) che hanno bombardato Belgrado per permettere poi ai kossovari islamici di perseguitare in pace i kossovari cristiani.

Beh, in quel caso non si può dimenticare che vi fu la pulizia etnica da parte dei serbi, anche se certi episodi – lo si è appreso da indagini indipendenti e accurate – furono molto esagerati per accrescere lo sdegno dell’opinione pubblica… Non pensi comunque che questi conflitti necessitino di un governo sovranazionale, di una gestione a livello mondiale?

Ci saranno sempre visionari, utopisti, idealisti – in una parola degli ingenui, pur animati da ottime intenzioni – che invocheranno come rimedio ai mali del mondo un governo unico per tutta il pianeta. Ma che Dio ce ne scampi e liberi! Sia chiaro, Andrea: le cose che dico qui a tavola sono opinioni personali che esprimo all’interno del grande ambito della libertà cattolica: parlo da credente ma non ho, non ho mai avuto la pretesa di rappresentare i credenti tout court. I miei non sono che punti di vista di un membro della Chiesa, non certo insegnamenti della Chiesa! Del resto, è una libertà del tutto legittima: un santo famoso per la sua granitica ortodossia, Escrivà de Balaguer, ripeteva che, nel cattolicesimo, in materia politica e sociale non ci sono, non possono e non debbono esserci dogmi. Questo precisato (e ciò vale per tutte le nostre conversazioni) per me non esiste incubo peggiore di quello di un governo mondiale, che trasformerebbe tutte le guerre in guerre civili – che sono le più terribili – e che avrebbe come strumento principe una invadente e onnipotente polizia sovranazionale. Dove potresti rifugiarti, se perseguitato? E poi, chi sceglierebbe la leadership chiamata a governare il mondo? Ricorda che quest’idea del governo mondiale corrisponde a una caratteristica del regno dell’Anticristo, come hanno ipotizzato anche autorevoli scrittori cattolici degli ultimi due secoli. Nella prospettiva da credenti non dobbiamo dimenticare che Dio ama la diversità, le varie etnie, le varie lingue e culture. Il fatto che il mondo non sia in bianco e nero, ma multicolore, non è un errore da correggere ma un valore da proteggere. La diversità è un dono divino. È chiaro che il cristiano auspica che si arrivi a intese, accordi, unioni ma senza mai cancellare i colori, le razze, le culture. Non ha torto il detto popolare: «Il mondo è bello perché è vario».

D’accordo. Ammetterai però, Vittorio, che sia necessario far qualcosa per impedire massacri e genocidi. Ho tantissimi dubbi sulla guerra in atto contro la Libia. Ma in linea di principio credo esistano casi nei quali è un dovere intervenire…

Vedi, vorrei lasciare il terreno della geopolitica, e ricordare che Gesù stesso dice cose sconcertanti sul mondo. Dice che esso è posto tutto sotto il peccato. Dice cose che i demagoghi anche cristiani vorrebbero rimuovere perché in disaccordo con le loro disastrose utopie (come abbiamo visto con i catto-comunisti e i teologi della liberazione): ad esempio, che i poveri ci saranno sempre, che mai mancheranno nel mondo. Malgrado i nostri sogni rivoluzionari. Per stare a noi: la Società delle Nazioni nacque dopo la Grande Guerra per iniziativa di un protestante idealista e “volenteroso” (e, dunque, pericoloso) qual era il presidente americano Wilson. Era convinto, il naif yankee, che quella Società avrebbe garantito la pace universale. In realtà ha in qualche modo accelerato l’avvento della Seconda guerra mondiale. Per non parlare dell’Onu, seguita al fallimento della Società delle Nazioni, che autorizza interventi armati, offrendo così lo scudo, la giustificazione ipocrita dell’umanitarismo. Ripeto: per me l’idea che esista un sinedrio planetario che decide della vita di tutti non è un sogno da realizzare, ma un incubo cui sfuggire

Lo sai che non ho simpatia leghiste e che ho trovato ridicolo e anche un po’ irrirante il volersi sfilare dalle celebrazioni per l'unità d'Italia addirittura disertando il momento dell’esecuzione dell’inno nazionale: ma questa volta l'attendismo e i dubbi di Bossi mi trovano d'accordo. Il governo ha fatto una figuraccia: prima via con le basi e gli aerei, salvo poi precisare, come ha fatto il Cavaliere, che però i nostri aerei non hanno sparato e non spareranno...

Bossi ha fatto un discorso realista: ha detto che la Francia e la Gran Bretagna si terranno i vantaggi e a noi lasceranno gli immigrati. Anche qui, comunque, vedo la solita ipocrisia: quelli che scappano dal Nord Africa per lo più non sono rifugiati politici. Non sono nemmeno i più poveri, ma i più ricchi, perché sono in grado di sborsare dai due ai tremila euro per lasciare la Tunisia o l’Egitto. E per quei Paesi è come se noi ne sborsassimo venti o trentamila, non proprio bruscolini, insomma. Davvero fuga di disperati affamati che la carità cristiana ci impone di soccorrere ? Credo che per proteggere queste persone, evitando loro molte delusioni e sofferenze, bisognerebbe tornare a una politica di respingimenti, attuando semmai delle intelligenti politiche di sostegno e di sviluppo nei rispettivi Paesi. So che dire questo significa scandalizzare molti (“respingimento” suona intollerabile per orecchie politicamente corrette!) ma la demagogia danneggia sempre e innanzitutto coloro che vorrebbe proteggere: questa gente da noi non trova ciò che sperava.

Cambiamo argomento, voltiamo pagina. Che cosa pensi dell’assoluzione in secondo grado del tabaccaio milanese che uccise uno dei due rapinatori entrati nel suo negozio?

Anche in questo caso sarebbe facile fare del moralismo buonista e ricordare che non bisogna permettere il Far West, che la gente non deve farsi giustizia da sola e così via. Discorsi sensati, ovviamente. Mi sembra però che in questo caso vi sia la conferma che l’opinione pubblica non corrisponde affatto all’opinione pubblicata, quella che va sui giornali. Quest’ultima è fatta da articoli edificanti, ma se si ascolta l’opinione pubblica, se si sentono i giudizi della gente, ci si accorge che in molti commentano: quei due rapinatori, uno morto e l’altro rimasto senza un polmone, se la sono andata a cercare. Se fossero andati a lavorare, invece di fare una rapina, non sarebbe successo loro nulla. Bada bene, Andrea, credo che questa sensazione si possa applicare anche alla pena di morte: sono convinto che se si andasse a un referendum che proponesse la pena capitale per alcuni casi particolarmente gravi ed efferati, i proponenti probabilmente vincerebbero. La prospettiva cattolica, come sai, giudica la pena di morte legittima (e non può fare altrimenti, se si vuole prendere sul serio la Scrittura unanime e la Tradizione ininterrotta) ma inopportuna, dunque per questo da praticare, e con estrema cautela, solo in casi davvero eccezionali. Come la stessa ultima edizione del Catechismo conferma. Vedi, nel caso specifico del tabaccaio, è difficile giudicare: quest’uomo aveva giù subito tre o quattro rapine, ha visto sua moglie maltrattata e colpita… insomma, comprendo il sentimento di chi non si lagna di certo per la sua assoluzione. In ogni caso, il poveretto ha già avuto la vita rovinata, tra processi, problemi morali, aggressioni dei moralisti.

Vittorio, un’ultima cosa. Un’appendice del nostro precedente dialogo «a tavola». Qualche lettore non ha ben capito – e ce lo ha scritto – quel tuo riferimento ad Adriano Celentano. Nonostante tu accennassi, senza scendere nel dettaglio, a sue non meglio precisate incoerenze, io ti dicevo che al di là di certe sparate da telepredicatore, per me rimane un grande artista. Puoi dire qualcosa di più?

Diciamolo, allora, anche se può apparire cosa irrilevante. In realtà irrilevante non è. Perché, vedi, io non ho mai fatto né mai farò prediche ad alcuno. Mi uniformo a un principio che mi sono dato da sempre: riservarmi il diritto di giudicare le idee di tutti ma non quello di giudicare la vita di qualcuno. Questo, è da lasciare a bel altro Giudice. Divento però molto ironico, se non beffardo quando mi tocca ascoltare prediche che vengono da pulpiti che so non essere credibili. Veniamo allora al Celentano che non ho giudicato sul piano professionale ma sul quale ho detto testualmente, la volta scorsa, che è «maestro di contraddizioni tra il dire e il fare, tra prediche anticonsumiste e vita». Vedi, sul tema mi trovi preparato. In effetti, qualche anno fa, il settantatreenne “ragazzo” è andato in prima serata su una rete Rai per farci, appunto, lezioni e prediche sulla vita. Non sopporto gli intellettuali che si propongono come guide politiche, figurarsi i cantanti, la gente di spettacolo che vogliono insegnarci a campare! Naturalmente, il piatto forte di quel telepredicatore era la necessità di una vita ecologica, di un ritorno di tutti al rispetto della natura, di una riscoperta dei rapporti umani. Beh, allora ho perso la pazienza e mi sono messo a battere sulla tastiera, per un articolo, apparso su Il Timone, di cui lascia che ti legga (la virtù cristiana della pazienza va esercitata!) una parte significativa:
«1) Celentano ha parole di sdegno contro chi aggredisce l’ambiente e lo cementifica, ma egli ha comprato e cintato con alte mura una intera collina boscosa in Brianza, costruendovi sopra un complesso con le ville per sé, per i figli, per la sua azienda musicale, per un totale, dicono, di quattromila metri quadrati
2) Lo stesso telepredicatore tuona contro l’inquinamento da mefitico traffico automobilistico, ma i garage delle sue ville sono pieni non di carrozzelle e di cavalli da tiro ma di grosse cilindrate e di mastodontici Suv, come li chiamano, cioè quella specie di giganteschi furgoni fuoristrada, nati per l’Africa o per il New Mexico, ridicoli in Lombardia e comunque produttori generosi di veleni
3) Sempre il Celentano in questione ha esaltato, con parole nostalgiche, la bellezza dei rapporti tra persone, il calore umano della provincia a contrasto con l’anonimato e l’indifferenza della metropoli. Ma un giornalista, inviato nel paesino in cui ha costruito la sua inaccessibile reggia nel verde, ha constatato che nessuno in quel borgo lo ha mai incontrato: la sola cosa che vedono è il va e vieni di automobili con le tendine abbassate o i vetri oscurati, dietro i quali si nascondono il nostro moralista, i familiari, gli amici nei loro va e vieni con Milano, dove stanno gli interessi economici. Nessun abitante del luogo, naturalmente, ha mai potuto varcare i cancelli della grande proprietà, protetta dalla sorveglianza privata armata».
Io stesso, che non sono affatto lontano dall’età di Adriano (e dunque ho con lui una sorta di complicità esistenziale) gli sono grato per alcune canzoni che hanno segnato la mia giovinezza e quella di tanti miei coetanei. Ma ci delizi strimpellando i suoi “non sensi” di un tempo sulla chitarra, la smetta di aggiungersi alla schiera – oggi così folta – di coloro che non sopportano le colpe: ma, sempre e solo, quelle degli altri. Com’è che li chiamava Gesù? Non erano i “sepolcri imbiancati”?
 

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