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A TAVOLA CON VITTORIO MESSORI da

13/03/2011

Le pecche della nostra Costituzione - Qualche ragione per una (vera) riforma della giustizia - Conosco molte donne che s'indignano quando sentono parlare di "quote rosa" Un sano patriottismo è cristiano

12-03-2011


di Vittorio Messori e Andrea Tornielli

Caro Vittorio, rieccoci «a tavola». Prima di cominciare con qualche notizia della settimana, volevo chiederti se avevi visto alcune riprese sui media del nostro precedente dialogo. Alcune tue considerazioni su un certo modo di condurre le indagini in italia è stato considerato come una presa di posizione contro la magistratura…

Beh, Andrea, io in realtà ce l’avevo con le sette/otto polizie che manteniamo in Italia, le quali spesso e volentieri non cavano un ragno dal buco. Basti pensare (oltre agli esempi che facevo) al caso Cogne: quanti presunti esperti in tute bianche, con guanti e mascherine e aria professionale, abbiamo visto entrare ed uscire nella villetta valdostana! Però come sia veramente andata ancora non lo sappiamo con certezza. Sui magistrati, insomma, non ho rotto alcun tabù, visto che non parlavo di loro ma degli inquirenti sul campo, quelli che dovrebbero fornire al giudice gli elementi di fatto per decidere.

 

Ammetterai almeno che c’è uno scontro preoccupante tra poteri nel Paese…

La già sovreccitata politica italiana si è trasformata in una guerra di religione pro o contro il “Berluska”. E sinceramente non se ne può più di vivere nell’emergenza. Siamo in fibrillazione continua da anni, ormai. Il fisiologico scontro politico, doverosamente duro, si è trasformato nella guerra più terribile, perché guerra teologica: quella tra i credenti nel Cavaliere e i suoi demonizzatori. Quanto a me – come sempre ho fatto in queste cose – non mi schiero né per l’uno né per altro perché (da persona che da sempre pratica la storia) so che non ci sono mai angeli da un parte e diavoli dall’altra, so che le diverse schiere non sono composte da eroi dell’ideale da una parte e da abietti in malafede dall’altra. So che, soprattutto in politica, torti e ragioni, galantuomini e mascalzoni, convivono sempre, di qui e di là. E non lo dico per ipocrita equidistanza, per pavida prudenza (sai bene che non ho mai esitato a esternare in pubblico ciò che mi sembrava giusto, quali che fossero le conseguenze, e tutto ciò che ho scritto in tanti anni lo testimonia), lo dico perché non sono tra i cristiani che hanno dimenticato che il peccato originale esiste e ci accomuna. Tutti quanti, a destra come a sinistra. Ma al contempo, te l’ho spesso ricordato, sempre perché credente coltivo quella variante della virtù della prudenza che è il realismo: e questo mi avverte che – quali che siano i meriti o i demeriti di quell’uomo – il furore di una politica degenerata in guerra di religione non si placherà sino a quando al vertice ci sarà “lui”. “Lui”, questo anomalo, inquietante o rassicurante che sia, catalizzatore di amori e di odi al calor bianco. Posso confessartelo? Come tanti, vorrei starmene tranquillo a fare in pace i fatti miei, dunque ho voglia non di un leader “carismatico” ma di un ragioniere, di un grigio amministratore, dall’altrettanto grigia vita privata. Che Dio ci liberi dalle “passioni” politiche e ci dia un capo del governo prudente e taciturno, onesto e noioso, un anonimo che gestisca l’esistente senza velleità di “svolte epocali” che finiscono poi in risse rabbiose.Tanto, sai che, con le propensioni libertarie che mi ritrovo, sto tra quelli che sono convinti che il governo migliore è quello che governa meno. E sto, almeno in questo, con Reagan che diceva che lo Stato non è la soluzione, lo Stato è il problema…

 

Negli ultimi giorni si è parlato della riforma della giustizia. Uno dei temi più caldi, anzi caldissimi. La polemica è infuocata, una parte del Paese sembra pronta alle barricate. Posso chiederti che cosa ne pensi? Qual è la tua idea? Ritieni necessaria una riforma della nostra giustizia?

Vedì, la nostra Costituzione è una Carta «reattiva». Nel senso che fu redatta per reagire al fascismo e nacque da un inciucio tra comunisti togliattiani e “cattolici adulti” come Giuseppe Dossetti e professorini alla Amintore Fanfani. Il quale, come sai, sin da giovanissimo si era fatto un nome che entusiasmava i fascisti in quanto convinto sostenitore del corporativismo mussoliniano, una teoria che giudicava «un dono della Provvidenza». Poi, come accadde a molti altri, forse per farsi perdonare la giovinezza in camicia nera, virò a sinistra. Pur restando cattolico, ma “adulto”. Non è un caso se il primo articolo della Costituzione italiana afferma, in modo un po’ grottesco, che la nostra è «una Repubblica fondata sul lavoro». Parole proposte, guarda caso, proprio da Fanfani! Ma se fai una ricerca, ti accorgerai che anche nel primo articolo della Costituzione della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del 1937, cioè in piena epoca staliniana, si affermava la stessa cosa. Mi sono sempre chiesto: ma se uno ha ereditato dai genitori e vivendo di rendita, formalmente non lavora, non è più un cittadino italiano? E che dire dei nostri politici, che prendono lo stipendio ma spesso e volentieri non lavorano neppure loro? Quell’incipit infelice se non inquietante, Andrea, è il segno dell’inciucio dei cattolici “democratici” con Togliatti e con quel suo compare tormentato dal complesso di inferiorità, Pietro Nenni.

Vittorio, scusami, ma non ti seguo. Io sono convinto che la nostra Costituzione sia un bene prezioso, «partorito» non da un «inciucio», come lo chiami tu, ma da un confronto tra le tre anime dell’Italia: le due grandi anime popolari, quella cattolica e quella comunista, insieme alla terza anima, quella liberale, più elitaria, che però fino all’avvento del fascismo aveva di fatto governato l’Italia unita. Non si può chiamare inciucio la collaborazione, il confronto e infine il compromesso. Abbiamo quell’articolo sulla Repubblica fondata sul lavoro, però allo stesso tempo Palmiro Togliatti, segretario del Pci, votò l’articolo che accoglieva nella Costituzione i Patti Lateranensi… Insomma, uno sguardo a quei padri costituenti, specie se poi facciamo il confronto con molti dei politici di oggi, fa venire un pizzico di nostalgia. Altro che inciucio!

Ti capisco, posso darti ragione, chiamiamolo allora non “inciucio”, bensì equilibrismo che ha del miracoloso… Però devo ricordarti, Andrea, che occorre distinguere. Ci sono infatti due parti della Costituzione: i principi generali e le applicazioni pratiche, la macchina e i meccanismi dello stato democratico. Se guardo alla prima parte, potrei essere d’accordo con te, anche se mi allarmano disposizioni come quella secondo la quale l’attività economica è libera ma «deve avere finalità sociali». Che vuol dire? Prima di fabbricare o di vendere qualunque cosa, prima di intraprendere una qualunque professione, prima di agire sul mercato, uno deve far passare al suo prodotto o a se stesso gli esami di “socialità”? Norma ambigua con la quale, volendo, si potrebbe arrivare a cose tipo i “piani quinquennali” e alla “economia pianificata” di infausta memoria. Lo vedi lo zampino del luciferino collaboratore stretto di Stalin, quel Palmiro che fu tra i pochissimi a scampare alle purghe grazie all’astuto servilismo? Ma i problemi arrivano con la seconda parte. E proprio qui ci sono le note dolenti sulla giustizia. Vedi, la seconda parte della Costituzione reagisce allo strapotere dell’esecutivo avvenuto sotto il fascismo. Per questo depotenzia il governo in favore del Parlamento, cioè del potere legislativo, e del potere giudiziario. Lo squilibrio è rappresentato da questo depotenziamento dell’esecutivo: pensa che ci si rifiutò persino di chiamare il premier «capo del governo», preferendo usare la definizione di «presidente del Consiglio dei ministri», per trattarlo come un «primus inter pares». Per i costituenti, quel Presidente non deve governare ma mediare: tra i partiti e tra i membri stessi dell’esecutivo. È qui la radice della nostra ingovernabilità.

 

Capisco e ammetto che hai delle ragioni. Bisogna però anche capire che l’Italia, mentre studiava l’architettura del suo nuovo ordinamento costituzionale, era appena uscita da vent’anni di dittatura…

È ciò che ho detto. Esecutivo evirato per reagire al virilismo fascista… Ma così si è finito per rendere strapotente in parte il parlamento ma soprattutto il potere giudiziario. Ora, una riforma della giustizia dovrebbe mirare a riequilibrare la situazione secondo i modelli delle democrazie occidentali. Siccome il fascismo aveva in pugno la magistratura e la manovrava, allora nella nuova Costituzione non si è voluta la separazione delle carriere. In tutte le democrazie occidentali, solo il magistrato giudicante, il giudice, è imparziale o deve far finta di esserlo. Il magistrato inquirente, il Pubblico Ministero, è per sua natura «di parte», rappresenta il popolo e risponde o al governo o al Parlamento. Non sono tra coloro che mitizzano il modello delle democrazie parlamentari, ma bisogna ricordare che il Parlamento è espressione della volontà popolare e dunque la dipendenza del PM dal Parlamento o dal governo che da quel Parlamento è espresso è logica, non è affatto scandalosa! Il PM è colui che chiede, a nome del popolo, che la giustizia sia applicata. Ora, in Italia accade invece che sia il PM sia il giudice siano entrambi intoccabili e del tutto autonomi. È dunque doveroso, a mio avviso, dividere le carriere, cioè riconoscere che il PM deve dipendere in qualche modo dai cittadini attraverso il governo e il Parlamento. Una volta in Italia c’era la casta intoccabile dei giornalisti, e oggi per fortuna non è più così, denunce e multe fioccano anche sulla nostra ex- corporazione. E io, giornalista, me ne compiaccio. C’era poi la casta dei medici, che non venivano mai denunciati, ma sempre ringraziati nei necrologi, anche se il paziente crepava per incapacità loro. Oggi anche per i camici bianchi non è più così. Rimane solo la casta dei magistrati, che sono stati resi del tutto autonomi e intoccabili – sia gli “accusatori” che i “giudicatori” – dai nostri padri costituenti. Mi viene in mente, al proposito, l’esempio di Roberto Vecchioni…

 

Parli del famoso cantautore che ha appena vinto il Festival di San Remo con la canzone «Chiamami ancora amore»?

Sì, proprio lui. Lo cito perché è un amico: è mio vicino di casa, nel senso di abitare vicino all’abbazia dove ho lo studio, ci incontriamo al caffè per leggere i giornali e siamo entrambi fondatori di un Comitato per salvare dai palazzinari Maguzzano e gli ancor verdi terreni del suo antico Comune monastico. Sai, Vecchioni mica è così “laico” come si crede: si è laureato in lettere antiche alla Cattolica, dove fece anche l’assistente di storia delle religioni. Ebbene, anche lui ricorda di essere stato in galera grazie a un giudice strafottente e incurante dei diritti dei cittadini. Accadde alla fine degli anni Settanta. Si trovava a Marsala, per cantare alla Festa dell’Unità, da comunista com’era allora. Fumò uno spinello e ne offrì uno a uno dei suoi fan, un minorenne. Lo arrestarono per spaccio di droga, anche se, a quel giovanissimo, aveva solo offerto una “canna”, mica l’aveva venduta. Rimase in cella per più di una settimana, perché il magistrato – ovviamente un PM – pur sapendolo recluso, partì per la vacanza programmata. Se l’avesse interrogato subito, l’avrebbero rilasciato, seppure con una denuncia. Ecco, non dovendo rispondere mai a nessuno, può accadere anche questo. Vecchioni ci fece addirittura due canzoni di protesta (Una Lettera da Marsala e l’altra dal titolo ancor più significativo: Signor giudice (un signore così così) ma quel tizio se la rise, compiaciuto del suo potere che nessuno poteva sindacare. Per reagire al fascismo si è resa intoccabile anche la magistratura inquirente. Ma il fascismo è caduto 68 anni fa…

 

Vittorio, l’altra volta non te la sarai presa con i magistrati. Mi sembra però che questa volta tu qualche sassolino te lo sia tolto… In ogni caso, cambiamo argomento. Martedì 8 marzo abbiamo celebrato la festa della donna. È di questi giorni la notizia di un disegno di legge che dovrebbe stabilire la presenza di almeno un terzo delle donne nei Cda delle società quotate e delle società a partecipazione pubblica. Che cosa ne pensi? Le quote rosa ti piacciono?

Lasciami dire che pur rispettando tutti coloro che credono nel calendario secolarizzato, personalmente non festeggio alcuna ricorrenza “laica”. Senza polemizzare con alcuno e lasciando che ciascuno creda in quel che gli pare, lavoro come ogni giorno il primo maggio, il venticinque aprile, il due giugno e ho lavorato tranquillo anche l’otto marzo senza distribuire mimose. Mi permetto ricordarti che, quando sono a Lourdes, non c’è sera in cui non partecipi – ogni volta emozionandomi – alla processione aux flambeaux. Ma ho traversato tutta la vita senza partecipare una sola volta a quelle processioni politiche che sono i cortei. In ogni caso, per venire alle tue domande, tutte le donne che conosco e che frequento, a cominciare da mia moglie, pur essendo del tutto femminili e non virago, sono sarcastiche se non indignate con questa storia delle quote rosa. La trovano offensiva e improponibile. Sarà perché frequento delle “politicamente scorrette”, sta di fatto che le donne che conosco mi dicono: ma se una di noi ha la volontà e i numeri per andare avanti è giusto che vada avanti. Altrimenti è meglio, per tutti, ma anche per lei stessa, che faccia quel che può fare. Mica siamo minorate che hanno bisogno dell’aiutino delle leggi maschili compiacenti! Bada bene, non ho nulla da spartire con qualche familista all’antica, quello che vorrebbe il ritorno delle donne ai fornelli e ai lavori a maglia. Anzi, ho terrore della figura femminile che piace tanto al conservatore, quella dell’«angelo del focolare» che, assai spesso, è una che non lavora fuori di casa. Parlo della madre o della moglie che ha un programma definito da tre verbi: sorvegliare, ammonire, punire. La donna che ti dice che non devi mangiare troppo, che ti toglie il bicchierino, che ti strappa la sigaretta di bocca, che ti impone la maglietta di lana, che su tutto e sempre ti dà il buon consiglio: che insomma, pensa che il suo dovere sia “salvarti”, tallonarti, non perderti di vista, ovviamente solo per il tuo bene. Scambiano per amore, e ne sono per giunta assai fiere, la vocazione a fare il secondino… Dio ne scampi da simili donne, almeno le scampi a coloro ai quali, come a me, piace esercitare in autonomia il libero arbitrio che il Creatore ha voluto concederci. Ne scampi quelli che credono che il solo e unico Salvatore sia Gesù Cristo, non la moglie o la mamma ossessive... Al contempo, non nego certo questo diritto di autonomia all’altro sesso: in effetti mi piacciono le donne libere, che amano e difendono la propria libertà e non vogliono essere né la carceriera di un uomo né la sua schiava. E proprio per questo considero le quote rosa, in politica come in economia, come l’ennesima violenza degli uomini: significa pretendere di imporre alle donne le gerarchie di valori maschili.

 

Scusa, Vittorio, non ti capisco. Perché mai dare spazio alle donne per legge significherebbe imporre valori maschili?

Perché significa pretendere che ciò che interessa a noi maschi interessi anche a loro. Prendi una delle cose che (assieme al calcio) più coinvolgono l’uomo medio: la politica. L’ho già detto in uno degli “aperitivi” che pubblicavamo qui ma, forse, repetita juvant: se le donne fossero davvero interessate ad essere rappresentate da donne nella politica, le voterebbero. Potrebbero essere loro a governare il mondo. Ricorda che le elettrici sono, ovunque, di più degli elettori. Eppure, le donne non votano per le donne. Angela Merkel, la prima cancelliera della Germania, ha più volte ripetuto che, se fosse stato per le femmine, non sarebbe mai arrivata in quel posto. Pretendere che le donne si interessino come noi alla politica, partecipandovi in maniera massiccia non solo come elettrici ma anche come militanti, è l’ennesima violenza maschile nei loro confronti. Altrettanto avviene sul piano economico: chi l’ha detto che coinvolga anche la maggioranza delle donne il sogno degli uomini di giungere al vertice di una grande azienda, con i problemi e le responsabilità pesanti che comporta? Le donne vogliono avere tempo anche per loro, per la famiglia, per le cure estetiche, per gli acquisti, per i sogni, chi glielo fa fare di vivere solo per comandare, rischiare, lottare con i concorrenti? Pure qui, pretendiamo che la nostra gerarchia di valori sia anche la loro: l’ennesima violenza presentata per giunta come grande giustizia e generosità. A parte il fatto che obbligare per legge che il terzo di un consiglio di amministrazione debba essere destinato alle donne, è una scelta che viola non solo l’uguaglianza tra i sessi, ma anche la libertà economica. È forse lo Stato che può dirmi chi deve amministrare la mia azienda, quella per costruire la quale ho dato la vita e per la quale rischio ogni giorno e che, dunque, posso e debbo affidare a chi mi pare? Siamo alle solite: lo Stato (soprattutto se “etico”, il peggiore tra tutti) è il problema…

 

Prima di concludere, mi dicevi che volevi tornare ancora sull’argomento unità d’Italia e festeggiamenti del 17 marzo, memoria dei 150 trascorsi da quando il Paese fu unito…

Sì, certo. Ho già detto che non sparerò festosi fuochi d’artificio dal mio giardino e che non mediterò su qualche sciagurato libro di Garibaldi (che la dea di grammatiche e sintassi lo perdoni !) né mi commuoverò rileggendo gli appelli con cui Mazzini mandava gli altri a morire, mentre lui stava al sicuro nel suo confortevole appartamento di Londra. Ma, allo stesso tempo, ribadisco di essere contento che l’Italia sia unita, come storia e geografia esigevano. E pur non avendo mai risparmiato critiche anche dure, ma storicamente fondate, sui modi attraverso i quali quella unità fu ottenuta, sto con Giovanni Paolo II, ormai quasi beato. Il Papa polacco, il quale diceva che bisogna rispettare tutte le patrie ma bisogna, innanzitutto amare la propria. Il sincero, pacato patriottismo è un sentimento cristiano (Gesù stesso pianse pensando alla rovina del suo Israele) che non ha nulla a che fare con la degenerazione del nazionalismo e con le sue sciagurate conseguenze. Certo, quando vedo il tricolore, mi è difficile dimenticare che fu imposto dai predoni francesi del Bonaparte ai loro leccapiedi locali, quei quattro gatti di giacobini nostrani, quasi tutti avvocati senza clienti, a imitazione del tricolore della rivoluzione parigina che non dava tregua al boia, riempiendolo di lavoro dal mattino alla sera. Non riesce ad entusiasmarmi la storia avvilente e oscura che c’è dietro la nostra bandiera. E quando echeggia il “ Fratelli d’Italia”, non posso non pensare che quei “fratelli” cui si rivolge l’esortazione patriottica sono proprio loro, i “fratelli” delle logge e di quella massoneria ancor più pericolosa che era la carboneria. Eppure, pur sapendo sull’Italia ufficiale tutto ciò che sarebbe meglio ignorare (come dice la Bibbia, «chi aumenta la conoscenza aumenta il dolore»…) un modico brivido ce l’ho anch’io, quando la bandiera sventola e l’inno risuona. Sentimentalismo? Non credo: forse, solo consapevolezza che un pizzico di sano patriottismo – purché rispetti tutte le altre patrie ed eviti ogni retorica – è una virtù cristiana.
 

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