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ATTUALITA'

A Tavola con Vittorio Messori da

19/04/2011

Youcat, ambiguità data da sciatteria

di VITTORIO MESSORI e ANDREA TORNIELLLI 19-04-2011
Caro Vittorio, non posso non cominciare questo nostro nuovo appuntamento «a tavola» con l’incidente accaduto questa settimana con la traduzione di YouCat, il catechismo preparato in vista della prossima Giornata mondiale della Gioventù di Madrid. È un testo agile, che raccoglie in 527 domande e risposte brevi tutta la fede e la morale cattolica, curato dalla Conferenza episcopale austriaca in accordo con le conferenze episcopali tedesca e svizzera. La versione italiana della domanda n. 420 è al centro di qualche polemica. Il testo (p. 227), recita:«Può una coppia cristiana fare ricorso ai metodi anticoncezionali?». Risposa: «Sì, una coppia cristiana può e deve essere responsabile nella sua facoltà di poter donare la vita». A prima vista può suonare come un’apertura alla possibilità dell’uso dei contraccettivi da parte della Chiesa cattolica, anche se nella domanda e risposta successiva l’equivoco viene chiarito. Si è trattato di una cattiva traduzione, dato che in realtà il testo tedesco formulava quella domanda 420 in modo diverso: «Può una coppia di sposi cristiani regolare il numero dei figli da avere?». E calzava di più con la risposta seguente. Che cosa ne pensi?

Caro Andrea, lasciami dire innanzitutto che non mi sento adeguato per entrare nei temi legati alla morale. Sono dibattiti che non mi hanno mai attirato, poi ti dirò perché. Quello che mi viene da dire è che sono davvero cambiati i tempi. Gli errori di traduzione, le sviste, i pasticci che costringono poi a frettolosi errata corrige e a imbarazzanti retromarcia sono ormai all’ordine del giorno. Tu stesso hai ricordato su La Stampa come veri e propri errori, e in più pagine, si riscontrassero nella prima edizione del libro intervista di Benedetto XVI, Luce del mondo. Non che nei decenni scorsi certe cose non accadessero: ricordo che non fu impeccabile – per usare un eufemismo – la prima versione tedesca di Varcare le soglie della speranza, il libro intervista che nel 1994 feci con Giovanni Paolo II. Ma allora si trattava di casi sporadici, non di un’impressionante sequenza, come accade oggi. Per di più mi colpisce che questa sciatteria si sia rivelata per un testo come il catechsimo dei giovani. Iniziativa bellissima, che però meritava maggiore attenzione e applicazione. Vedi, ho come l’impressione che il Vaticano abbia conservato una struttura adatta ai tempi della cristianità, una struttura che non è più in grado di reggere. Bisognerebbe diminuirla, alleggerirla, puntare più sulla qualità che sulla quantità. Se apro l’Annuario Pontificio, scorrendo il lungo elenco di dicasteri, pontifici consigli, commissioni, a volte ho l’impressione di trovarmi di fronte, nonostante le roboanti definizioni, a delle scatole vuote.

Allarghiamo lo sguardo soprassedendo all’errore di traduzione. Mi ha colpito il fatto che la segnalazione della svista sia arrivata da Oltreoceano, dove peraltro YouCat era stato tradotto impeccabilmente…

Beh, proprio lì come sai stanno i grandi censori della morale. Come ti dicevo, non parlo volentieri di questi temi perché non sono competente. Osservo che in un tempo come il nostro, caratterizzato dalla mancanza di fede, si parla tanto, tantissimo di morale. Pensa all’insistenza sui temi di bioetica, al richiamo continuo alla moralità nella vita pubblica e privata, al richiamo ai valori morali. Benedetto XVI, un Papa che meriterebbe di essere conosciuto al di là degli schemi e delle semplificazioni, un anno fa a Lisbona ha pronunciato in un’omelia una frase drammatica, facendo notare come noi ci preoccupiamo troppo delle coseguenze della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, il che – ha detto Ratzinger – è sempre meno realistico. Ecco, mi è sempre piaciuto considerare la morale come un attaccapanni che per sorregersi ha bisogno del chiodo della fede ben piantato e saldo sul muro. Ora non mi scandalizzarei per la questione dell’ambiguità sugli anticoncezionali, mi sarei preoccupato molto di più se l’ambiguità avesse riguardato la divinità di Gesù o la verità della sua resurrezione. Amerei sentir parlare un po’ meno di sessualità e anticoncezionali, e un po’ di più della bellezza dell’incontro con Cristo.

 

Vittorio, nei giorni scorsi a Roma, presso l’Istituto Sturzo, si è svolto un convegno di quattro giorni dedicato alla figura del cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova. Anche La Bussola ne ha parlato, anticipando uno stralcio della relazione dell’arcivescovo Antonio Filipazzi. Tu hai conosciuto Siri? Che cosa pensi della sua figura?

L’ho conosciuto e ne penso il meglio . L’ho molto apprezzato. Pensa che prima del marchio che mi è stato lanciato addosso per aver osato pubblicare un libro intervista con l’arcigno cardinale Joseph Ratzinger, ero stato già bollato negativamente per aver valorizzato la figura di Siri, che oggi giustamente viene approfondita e valutata in tutta la sua grandezza. Se ancora oggi la diocesi di Genova ha una struttura più solida di altre lo si deve proprio a Siri, come mi ha confidato lo stesso cardinal Bagnasco, suo quarto successore. Vedi Andrea, Siri era accusato di trionfalismo, di non essere in linea con la Chiesa dei poveri… Mi ricordo che andai a trovarlo nel suo palazzo episcopale, a Genova. Non rilasciava interviste, accettò un colloquio, che era un altro modo per rilasciare un’intervista senza chiamarla così. Siamo stati insieme per quasi un’intera giornata. Mi fece personalmente da guida attraverso le belle sale del palazzo episcopale e mi mostrò che aveva tenuto ancora in funzione la sala del trono. Gli dissi: ma eminenza, con i tempi che corrono! Lui mi fece notare come quella e altre sale fossero fredde, non riscaldate, per risparmiare. Poi mi condusse verso una porta un po’ dimessa e mi fece vedere l’alloggetto popolare dove viveva. Mi disse: vede, quando faccio il cardinale arcivescovo, mi vesto da cardinale e ricevo nelle sale che le ho appena mostrato. Ma quando torno a essere don Giuseppe Siri, vivo qui e mi preparo anche da mangiare. Rimasi colpito da questa ennesima riprova della legge segreta del cristianesimo, quella dell’et et. Quest’uomo riceveva nella sala del trono, come un principe della Chiesa, ma poi si ritirava nella semplicità francescana di un appartamentino popolare. Vorrei essere ancora vivo quando sarà beatificato…

 

A proposito di beati: ci avviciniamo alla data della cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II. Posso chiederti, in breve, che cosa pensi delle critiche che di recente sono state mosse alla celerità del processo?

Ho appena finito di scrivere il testo di un contributo, dedicato proprio a questo argomento, per un istant-book che verrà allegato al Corriere della Sera da domenica 8 maggio. Papa Ratzinger è stato criticato per aver accelerato i lavori, ma in fondo qui ci troviamo di fronte alla vox populi, vox Dei; ci troviamo di fronte a una fama di santità davvero diffusa e popolare. È un ritorno alla proclamazione dei santi per acclamazione popolare e non dimenticare che se straordinarie sono alcune circostanze, è perché straordinario è stato il personaggio. Credimi, nel popolo di Dio nessuno si lamenterà per la celerità della sua beatificazione. Ti faccio anche notare che Giovanni Paolo II per tutta la sua vita è stato indagato e spiato dai servizi segreti del regime comunista polacco. Fin da quando era giovane prete era nel mirino della polizia segreta e i documenti che lo hanno riguardato sono stati letti attentamente anche in Vaticano. Penso ad esempio al grande rapporto di amicizia che he legato Karol Wojtyla a Wanda Poltawska. Se ci fosse stata anche soltanto una piccola, minima ombra sulla sua vita, sarebbe saltata fuori. In fondo diventa santo subito anche grazie al KGB polacco, che ha scandagliato come nessun altro poteva fare la sua vita, senza trovare mai una virgola fuori posto.

 

Un piccolo accenno alla nostra sempre burrascosa vita politica. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi questa settimana, durante un incontro con la stampa estera, ha confidato che non intende ricandidarsi come premier alle prossime elezioni politiche… Che cosa ne pensi?

Ribadisco di non avere nulla contro il Cavaliere, e di non aver mai detto nulla contro (o a favore) di lui, come peraltro non ho mai detto nulla contro Craxi o contro Prodi. Ma devo ammettere che mi fa paura l’alternativa a Berlusconi, quella specie di corte dei miracoli che vive di odio antiberlusconiano. Ma basandomi non su simpatie o antipatie polutiche, bensì soltanto su quello che dovrebbe essere il sano realismo cristiano, lascia che ti dica: la decisione di non ricandidarsi è un bene. Perché fintanto che ci sarà Berlusconi al centro della scena politica, il nostro Paese non avrà mai pace. Che lui lo voglia o no, che faccia male o bene. La sua presenza significa bagarre, scontro, radicalizzazione delle posizioni. Il Cavaliere è diventato l’oggetto di una guerra di religione. Per questo non mi è dispiaciuto sapere che per sua scelta non si ricandiderà e apprezzo il fatto che abbia capito che il suo tempo politico volge al tramonto: ormai qualunque cosa faccia provoca conflitto. A priori. E credimi, anche se fosse uno statista tre volte migliore di Cavour, oramai non farebbe differenza.

 

Vittorio, veniamo alla notizia più sgradevole della settimana…

Ho letto un’intervista della cantante Carmen Consoli pubblicata dalla rivista «A» diretta da Maria Latella. La Consoli dice: per ora sono single, ma non me ne preoccupo perché tanto c’è la masturbazione; potrei innamorarmi di un uomo come di una donna; vorrei tanto avere un figlio gay; sono dell’idea che le droghe debbano essere liberalizzate e messe a disposizione di tutti. Ecco, non voglio certo fare il moralista – un vizio che non ho – ma ho trovato di un’estrema sgradevolezza queste risposte, così intrise di conformismo. Non so se la Consoli abbia risposto così imbeccata dal suo agente. Di certo mi sento di criticarla non in nome della morale, ma del buon gusto… Una caricatura grottesca di conformismo politicamente corretto !

 

E la notizia più incoraggiante, invece, qual è stata?

Devi scusarmi, Andrea. E devono scusarmi i nostri lettori, se citerò una notizia che ritengo molto personale. Da bambino ero innamorato dei trenini elettrici e ancora oggi adoro tutto ciò che va su rotaia: treni, tram, metropolitane. Ti confesso che continuo a leggere riviste di modellismo ferroviario. Avendo questo vizietto, ho accolto con grande soddisfazione una notizia che riguarda la città dove ho vissuto per molti anni, Torino. Si tratta dell’inaugurazione della prima linea di metropolitana. Un primo troncone, molto più breve, era già in funzione, ma finalmente in questi giorni è stato aperto tutto il tratto che praticamene da Rivoli arriva al Lingotto. Ricordo che quarant’anni fa, quando facevo il cronista nel capoluogo piemontese, scrivevo i primi pezzi sull’inizio “imminente“ dei lavori per la nuova metropolitana. Il Comune di Torino aveva affisso dei cartelli in vari punti della città con la scritta: «Qui sorgerà la nuova metropolitana». Sono così contento, che ho paura di andarla a provare, temo che l’emozione mi stronchi… Nella collezione di Stampa Sera ci sono ancora gli articoletti di un giovane cronista siglati «V.Mes» con le notizie sull’inizio dei lavori. L’annuncio dell’apertura della metropolitana è dunque per me importantissimo. Ma anche un pochino penoso, se penso al tempo che è stato necessario per realizzarla.

 

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